STORIA LINGUISTICA DELL’ITALIA UNITA
di
TULLIO DE MAURO
CAPITOLO 1: IL PRIMATO DELL’ITALIANO
“Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la
lingua gli tiene luogo di patria e di tutto… Sapete che così avvenne in Italia, e che la prima
cosa che volemmo quando ci risentimmo italiani fu la nostra lingua comune, che il Dante
creava, il Machiavelli scriveva, il Ferruccio parlava. Sapete infine che parecchi valenti uomini si
dettero a ristorare lo studio della lingua, e fecero opera altamente civile, perché la lingua per
noi fu ricordanza di grandezza di sapienza e di libertà, e quegli studi non furono moda
letteraria, come ancora credono gli sciocchi, ma prima manifestazione di un sentimento
nazionale.”
Settembrini in questo passo ci dimostra come gli italiani patrioti e letterati mantenessero il
medesimo comportamento verso la
lingua comune. BASE PER QUESTO ATTEGGIAMENTO ERA
L’IDEA CHE LINGUA E NAZIONE FOSSERO
STRETTAMENTE UNITE E LEGATE DA
CORRISPONDENZA. CHIARAMENTE, TALE
LUOGO COMUNE ERA SORTO IN AMBIENTE
ROMANTICO E PIÙ PRECISAMENTE FU OPERA
DEL ROMANTICISMO TEDESCO DURANTE IL
1813
In realtà, tale atteggiamento rientrava in ambiti cronologici e culturali molto più vasti, tanto che le
sue prime tracce sono riscontrabili in zone dell’Oriente antico - a detta di uno scrittore siriano -
proprio nel punto in cui la narrazione biblica collocava la maledizione di Babele e la nascita della
molteplicità delle lingue e delle nazioni. Questa idea, in modo più razionale, emerge anche nella
tradizione culturale greca e latina:
come presupposto delle riflessioni di Erodoto sulla nazionalità ellenica;
come conclusione delle riflessioni di Cicerone;
come elemento etnografico in Isidoro.
Sicuramente meno attiva fu nel modo pratico di organizzare la società antica, perché le
manifestazioni del nazionalismo linguistico furono realmente sporadiche.
In seguito, con: Pagina 1
LEOPARDI NON ERA MENO SOGGETTO
MANZONI EBBE SEMPRE AMMIRAZIONE PER IL ALL’INFLUENZA EUROPEA E SOSTENEVA LA
MODELLO FRANCESE E VOLEVA CREARE UNA NECESSITÀ DI EVITARE PAROLE TROPPO
PROSA CHE, CON UN LESSICO ITALIANO, ESOTICHE - AL FINE DI MANTENERE
RICALCASSE LO STILE EUROPEO. NON A CASO L’ELEGANZA DELLO STILE - MA NON SNOBBARE
FAURIEL E KORNER FURONO I DESTINATARI DI VOCABOLI CHE ERANO CONOSCIUTI E
DUE OPERE IN CUI AFFERMAVA QUANTA SFRUTTATI DA TUTTO IL RESTO DELL’EUROPA.
IMPORTANZA DETENESSE L’UNITÀ LINGUISTICA EGLI LI DEFINIVA EUROPEISMI: ESSI ERANO
NELLA COSTITUZIONE DI UNA COSCIENZA ELEMENTI POTENZIALMENTE UTILI PER
NAZIONALE. CREARE LA COSCIENZA UNITARIA.
๏ la formazione dei primi stati nazionali;
๏ la loro efficacia sulla vita delle società che essi crearono;
๏ l’espandersi della loro influenza anche in terre in cui non esisteva lo stato nazionale,
l’idea di corrispondenza tra lingua e nazione cominciò a farsi spazio. Polemica che trovò un terreno
fertile nelle dispute letterarie, nei racconti popolari dei semidotti, nonché nelle riflessioni filosofiche
di alcuni personaggi determinanti per l’epoca.
La causa della ripresa così energica di questa corrispondenza viene attribuita a motivazioni
sostanzialmente politiche, più che intellettuali o letterarie.
La vita politica della metà del Settecento fu influenzata moltissimo dal concetto di nazionalità, che
aveva come proprio fulcro il problema della libertà umana. Laddove la struttura dello stato dello
stato rendeva difficile l’attuazione di tale autonomia, l’adesione e l’accettazione di una medesima
lingua diveniva il giusto collante politico per dare l’idea di unità nazionale; detto con le parole di un
poeta fiammingo: la lingua diventò il vessillo dei popoli soggetti
Anche in Italia, nella misura in cui essa partecipò alla vita culturale del periodo, fu immediatamente
chiara la consapevolezza che la lingua fosse indubbia testimonianza dell’idea di nazione. Come
altrove, anche qui i teorici avevano accresciuto il loro numero dando origine a numerose espressioni
letterarie:
๏ da quelle mediocri del Ferri;
๏ a quelle dignitose del Berchet, di Alfieri e di Manzoni.
È sicuramente molto evidente come l’atteggiamento italiano anche se
costituito di significativi elementi culturali, non sfociasse mai in una disputa troppo
accesa e appassionata. In altre zone dell’Europa le cose andavano diversamente:
GERMANIA: la coscienza nazionale si era spinta molto oltre tanto da condannare i
monaci che a loro parere avevano contaminato le lingue germaniche con elementi
latini e cristiani. Pagina 2
Qualche sentore si avvertì anche in Italia, anche se limitatamente agli scrittori più ingenui, dal
momento che nessuno scrittore di autorità paragonabile a Herder ebbe il coraggio di sostenere idee
simili. L’affetto per una lingua comune rimase sempre estraneo agli eccessi che caratterizzavano
altre culture.
Ciò che favoriva la definizione di ITALIANA alla lingua era sicuramente l’esiguità delle isole e delle
penisole alloglotte . Nel momento in cui avvenne l’unificazione italiana, la quantità di persone che
1
usava una lingua nazionale europea come idioma madre era piuttosto esigua e la percentuale più
alta si riscontrava in valli alpine occidentali:
- di dialetto provenzale o franco - provenzale;
- di lingua francese.
Dopo un cinquantennio dall’unità i confini settentrionali e orientali italiani si estesero e in essi
entrarono anche nuovi gruppi di lingue, facendo crescere il numero degli alloglotti. Adesso andiamo
a vedere i due lati della medaglia :
2
ISOLE LINGUISTICHE IN CUI L’ALLOGLOSSIA È ALLOGLOSSIA IN PENISOLE LINGUISTICHE
PROVOCATA DA INERZIA STORICA PRESENTI ALL’UNIFICAZIONE ITALIANA O
PERIODO SUCCESSIVO
In esse, l’uso di una lingua diversa dall’italiano non Questo implica che comunità nazionali parlanti
limita il riconoscimento della lingua e della cultura lingue diverse da quella italiana, sentissero la
nazionale. propria vicinanza culturale con nazioni diverse
dall’Italia.
Un esempio sono le isole linguistiche albanesi, Un esempio sono le comunità alpine occidentali di
che dal 400 si diffondono nell’Italia Meridionale e in lingua francese o dialetto galloromanzo in cui la
Sicilia. Essi non erano gruppi compatti, ma dislocati legislazione italiana ha attutito la possibilità di attriti,
nelle comunità italoromanze, in cui perdevano il loro approvando il quadrilinguismo:
-
linguaggio tradizionale, adottando altre parlate dialetto ligure o piemontese;
-
romanze. patois provenzale;
- italiano;
- francese.
Altro esempio sono le minoranze greche in Salento Un esempio più tormentato è quello delle comunità
e Calabria e le minori isole linguistiche sparse per la altoatesine, soprattutto nel dopoguerra con momenti
Penisola. di contrasto e momenti tranquilli.
1 Di lingua diversa da quella prevalente nel resto di una nazione.
2 Un'isola o enclave linguistica è un territorio dove la maggioranza della popolazione
storicamente residente parla una lingua diversa rispetto alle regioni geografiche circostanti: ciò può
essere dovuto ad una preesistenza territoriale storicamente documentata di minoranze
linguistiche, o ad una migrazione di gruppi linguistici più o meno vasti, avvenuta in tempi più
recenti; Con il termine di penisole linguistiche si indicano invece territori contigui abitati dallo
stesso gruppo linguistico. Pagina 3
CONSEGUENZA DELL’IDEA DI PRIMATO DELL’ITALIANO:
Italia moderna appartiene a quel gruppo di paesi che come Germania o Francia, considera i propri
cittadini come intenditori della lingua nazionale.
Per questo motivo, determinare un censimento degli italofoni non ha mai rappresentato un vero
problema, considerando che i pochi gruppi alloglotti sono in pari con gli italiani che risiedono fuori
dai confini nazionali. Le cifre che risultano sulla base di queste supposizioni oscurano quasi
completamente quelli che in realtà sono stati i veri stravolgimenti linguistici causati
dall’unificazione italiana.
Settembrini, nominato all’inizio di questo saggio per ricordare come i patrioti italiani ribadivano il
primato della lingua italiana, immaginava che nel risorgimento nazionale, l’italiano si sarebbe
presto trasformato in una lingua viva. Questa stessa formula si riscontra già in CARLO GOZZI, il
quale diceva che:
l’italiano era una lingua morta giacente nelle migliaia di volumi scritti e che si apprendeva come le
lingue morte per via di studio.
La situazione rimase la stessa anche negli anni successivi all’unificazione. In questo momento, il
primato dell’italiano era un dato sicuro solo in una prospettiva culturale e politica e non sul piano
linguistico: si crea il paradosso di una lingua celebrata ma non utilizzata. Pagina 4
CAPITOLO 2: UNA LINGUA DI ELEZIONE
Si deve considerare che l’ampio uso dei dialetti al momento dell’unificazione italiana non era altro
che la conseguenza del ristagno della vita:
- economica;
- sociale;
- intellettuale.
La situazione linguistica italiana nel 1870 doveva essere assolutamente posta a confronto con le
vicende storiche precedenti, che vennero prese in esame secondo quest’ottica da ASCOLI.
A s c o l i osserva anche che in Italia era mancato un movimento che cercasse -
NEL “PROEMIO” ALL’ARCHIVIO GLOTTOLOGIA, EGLI
CONSIDERÒ CHE IN ITALIA, TRA LA CONQUISTA
ROMANA E IL 1861, MANCAVANO QUELLE FORZE IN
GRADO DI CONSERVARE L’OMOGENEITÀ LINGUISTICA
DELLE SINGOLE REGIONI. ERANO LE FORZE CHE
AVEVANO INVECE OPERATO IN FRANCIA, INGHILTERRA
E SPAGNA E CHE AVEVANO INDOTTO LA PROVINCIA A
CONFORMARSI ALLE RISPETTIVE CAPITALI.
almeno sul piano culturale - di sopperire, attraverso l’omogeneità linguistica, all’assenza di un’unità
politica. Fattore unificante in Germania era stata essenzialmente l’unione doganale, già
operativa in un periodo precedente all’unificazione politica posta in essere dalla Prussia.
Essere in linea con le constatazioni ascolane ci permette di rendere veramente ragione alla
situazione linguistica italiana di quel periodo; situazione, che ha come sfondo anche un elemento
determinante come una realtà geografica davvero discontinua. Tale realtà avrebbe senza dubbio
favorito i particolarismi regionali: già in età predomina la frammentazione etnico - linguistica che
non trova alcun paragone in Europa; tutte le popolazioni che abitavano il suolo italiano furono
colonizzate dai romani, ma mai obbligate ad assumere idioma comune o costumi romani. Per questo
motivo, la romanizzazione non realizzò fino in fondo il tentativo di rendere omogeneo il volto della
penisola italiana.
La riorganizzazione operata da Diocleziano comportò la divisione dell’Italia in due circoscrizioni:
- settentrionale, che aveva come centro MILANO;
IN VIRTÙ DI TALE PRINCIPIO, LE DIVISIONI
AMMINISTRATIVE ROMANE SOPRAVVISSERO
PROPRIO GRAZIE ALLE VARIE CIRCOSCRIZIONI Pagina 5
ECCLESIASTICHE. QUESTO NON FU IL SOLO
MODO IN CUI OPERÒ LA CHIESA; INFATTI, ESSA
CERCÒ DI RAFFORZARE I PARTICOLARISMI E LE
DIVISIONI.
- centro - meridionale, che aveva come centro ROMA.
Fu ancora più imponente l’intervento del principio di comunità come conseguenza del concilio di
Nicea.
La civiltà comunale e signorile, invece, creò un insieme di città che risulta essere il solo aspetto
positivo trasmesso da tutti i periodi precedenti all’unificazione, visto che non si espanse più a sud di
Roma. Questa profonda divisione italiana persistette e si fece forza fino all’Ottocento; anzi essa si
acuì con il sopravvento della rivoluzione industriale, che in Italia non fece altro che aggravare le
differenziazioni. Le spinte verso l’industrializzazione importando capitali stranieri furono:
(a) ristrettezza dei mercati;
(b) scarsezza dei capitali;
(c) arretratezza tecnologica.
Contemporaneamente, vennero innalzate barriere protezionistiche nei confronti dei diretti
concorrenti, ossia proprio verso gli altri stati della Penisola.
Dal punto di vista linguistico, la conseguenza di quanto è stato messo in campo sino ad ora è la
costituzione di un coacervo di idiomi molto differenti gli uni dagli altri. Essi possono essere divisi in
4 gruppi:
GRUPPO GRUPPO TOSCANO GRUPPO FORMAZIONI
SETTENTRIONALE MERIDIONALE AUTONOME
Viene definito anche comprende i dialetti di Viene limitato a nord da Sardo;
galloitalico. transizione una fascia di punti Ladino.
linguistici partecipi di
caratteri centrali e
meridionali.
è limitato a sud dalla
cosiddetta linea La
Spezia - Rimini.
La varietà dei dialetti è garantita dalle diverse correnti innovative che hanno
coinvolto il latino nelle diverse regioni e che sono state rese possibili dalle vicende
storiche di cui si è parlato poc’anzi.
operano le stesse correnti che oltre le Alpi hanno determinato la
AREA SETTENTRIONALE:
formazione degli idiomi gallo - romanzi. Solo qualche elemento fonetico e lessicale è riuscito ad
oltrepassare la Linea La Spezia - Rimini. Pagina 6
questi dialetti sono rimasti esclusi dalle innovazioni e hanno conservato
AREA MERIDIONALE:
caratteri più vicini al latino e qualche richiamo al neogreco.
è interessata da un accentuato conservatorismo, che soprattutto nella fase più
AREA TOSCANA:
antica risulta essere sempre vicino a modelli latini.
Dopo essersi costituiti, i dialetti:
si svilupparono per secoli in modi diversi;
la loro varietà venne frenata solo dall’uso giuridico ed ecclesiastico del latino tra 400 e
500.
I ceti più colti, sempre in questo periodo post - umanistico, cominciarono ad introdurre nelle
scritture sia pubbliche che privato un idioma particolare, il FIORENTINO:
1. prima nelle forme fissate da Dante, Petrarca e Boccaccio;
2. in seguito, arricchendolo con elementi lessicali e strutture sintattiche di derivazione latino.
Verso questo tipo di fiorentino tendono:
veneziano al Nord;
✤ il romanesco nell’Italia centrale;
✤ napoletano e siciliano nell’Italia meridionale.
✤
Tutto ciò non ha mai minato le fondamenta dei dialetti tanto che nei dialetti settentrionali permase
la tendenza all’utilizzazione più economica dei fonemi, aspetto che non si riscontra nei dialetti
meridionali.
Fra il 300 e il 500 in Italia si segnala un esempio di lingua nazionale: il TOSCANO o FIORENTINO.
Tuttavia, alle origini di tale scelta riscontriamo sicuramente il prestigio dei tre grandi autori
trecenteschi, che trovò conferma nel petrarchismo e nel lavoro dei grammatici.
ROMA
Occupa una posizione particolare già in una fase precedente all’unificazione dell’Italia:
Lo Stato della Chiesa fu l’unico organo preunitario che fece confluire
entro i propri confini una maggiore quantità di popolazione che
parlava dei dialetti molto differenziati, per i quali vale la pena di
sottolinearne la composizione qualitativa:
- NAPOLETANO;
- UMBRO - ARETINI;
- ADRIATICI DI TRANSIZIONE;
- SETTENTRIONALI.
Questo aspetto rende bene l’idea della forte trasformazione del
dialetto, che nelle vesti precedenti non poteva essere utilizzato e
comprensibile a tutti. Molto lentamente questi flussi immigratori lo Pagina 7
modificarono e progressivamente gli tolsero quel sostrato
meridionale; il processo procedette per circa tre secoli.
dai primi documenti in volgare fino al 500, la città mantenne un dialetto di tipo meridionale.
Dai primi del 500, si diffuse nei ceti alti l’uso dell’italiano; mentre a livello popolare il dialetto andò
a perdere il carattere meridionalizzante. Il dialetto si avvicinò al toscano.
Si verificò quel fenomeno che anticipava ciò che sarebbe successo in altre zone d’Italia a partire
dal Novecento.
Il fattore determinante nella trasformazione del dialetto fu lo sviluppo demografico della città: si
verificò un incremento della popolazione portato principalmente dall’immigrazione.
Nella Roma preunitaria, la trasformazione del dialetto tradizionale si accompagna con una
diffusione della conoscenza dell’italiano. Ciononostante, alla base di tutti i cambiamenti c’è la realtà
sociopolitica dello Stato della Chiesa: esso era l’unico organismo in Italia in cui erano presenti
individui provenienti da tutte le regioni d’Italia e che proprio per tale ragione dovevano - per
comunicare - mettere da parte il proprio dialetto natio e utilizzare un idioma il più possibile
comune.
Il carattere italofono della classe dirigente, trovava appoggio nel clero:
- religiosi di ogni dove immigravano a Roma e costituivano una percentuale ingente della popolazione;
- nel clero avveniva in misura più grande quanto accadeva in curia;
- l’italofonia arrivava sia per canale diretto/effetto di imitazione sia attraverso l’istruzione scolastica.
L’insegnamento elementare era piuttosto fiorente in questa città e detta di GABELLI, il governo
papalino:
riserbava le sue diffidenze principalmente agli studi elevati, ma quanto a quell’istruzione
modesta e pacifica che oltrepassa di poco i limiti dell’alfabeto, nonché riguardarla come un
pericolo, la considerava come uno dei mezzi più efficaci per tenere legata la gioventù al clero e
uno strumento di autorità e influenza.
Chiaramente, alla metà dell’800 Roma si dimostrava essere un centro in cui l’italofonia era senza
dubbio prediletta alle forme dialettali ed effetti di tale tendenza possiamo riscontrarli nello stesso
dialetto romanesco.
ASPETTI INTERNI ASPETTI ESTERNI
Se consideriamo l’italofonia del clero e dei
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