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Quali tipi di mente esistono?

Dennett inizia con un capitolo introduttivo nel quale delinea le problematiche attraverso una fitta serie di domande alle quali, sottolinea, non è tanto importante poter dare una risposta immediata, quanto poterle formulare in modo che possano essere verificate attraverso i sistemi empirici offerti dalle scienze naturali. L'obiettivo dev'essere rendere la mente (e la coscienza) trasparente all'analisi scientifica.

Esiste la mente?

Domande di questo genere riguardano il pensiero filosofico chiamato solipsismo (dal latino Solus, solo, e ipse, stesso). Si tratta del pensiero secondo cui tutti gli esseri umani hanno la stessa mente, ma questo è falso. Le menti esistono e sono tutte diverse l'una dall'altra.

Problemi ontologici ed epistemologici

Quali tipi di mente esistono? Questa è una domanda che riguarda ciò che esiste, quindi è ontologica. Come possiamo sapere che esistono le menti? È una domanda che riguarda la nostra conoscenza, e quindi è epistemologica. È necessario rispondere a tali domande insieme. I filosofi ci dicono che non bisogna confondere i problemi ontologici con quelli epistemologici, perché ciò che esiste è una cosa, ciò che possiamo sapere su di esso è un'altra. Potrebbero esistere cose assolutamente inconoscibili per noi.

Noi sappiamo di avere una mente, come sappiamo di avere un cervello, ma si tratta di due tipi di conoscenza diversi. Sappiamo di avere un cervello nello stesso modo in cui sappiamo di avere la milza: per sentito dire. Non abbiamo mai visto la nostra milza o il nostro cervello, eppure, dato che studiando sappiamo che tutti gli esseri umani ne hanno uno, di conseguenza anche noi lo abbiamo. La conoscenza della nostra mente invece è molto più intima, noi stessi siamo la nostra mente (Cartesio = cosa pensante - res cogitans). Il fatto stesso di domandarsi se abbiamo una mente, come disse lo stesso Cartesio, indica che noi abbiamo davvero una mente.

Rilevanza morale e possesso della mente

L'appartenenza alla classe di "oggetti/esseri dotati di mente" fornisce un'importantissima garanzia: la garanzia di una certa rilevanza morale. Solo gli esseri dotati di mente possono avere a cuore qualcosa. Gli esseri dotati di mente hanno degli interessi, che contano qualcosa. Ecco perché la gente è moralmente preoccupata di stabilire quali esseri abbiano una mente: ogni correzione del confine di questa classe di appartenenza ha infatti un importante significato etico. Potremmo commettere degli errori attribuendo una mente a oggetti che ne sono privi, oppure ignorando un essere dotato di mente in mezzo a noi. Entrambi gli errori potrebbero avere conseguenze morali.

Su questa incertezza il dibattito sull'aborto è imperniato: alcuni ritengono che un feto di 10 settimane abbia una mente, altri pensano che sia ovvio il contrario. Ma se il feto avesse già una mente, quale che sia la nostra decisione, dovremmo tener conto dei suoi interessi, insieme a quelli del suo ospite temporaneo. L'importanza di avere o non avere una mente ai fini della valutazione morale è particolarmente chiara in questi casi, perché se si sapesse che il feto in questione è anencefalico per la maggior parte delle persone ciò cambierebbe drasticamente i termini del problema.

Comunicazione e realtà soggettiva

Noi esseri umani risolviamo la questione del possesso della mente credendoci reciprocamente sulla parola. Noi esseri umani condividiamo una realtà soggettiva in un modo che è completamente fuori dalla portata di qualunque altra creatura del pianeta, e questo perché possiamo parlarci l'un l'altro. Gli esseri umani che non hanno ancora un linguaggio con il quale comunicare sono l'eccezione, ed è proprio questo il motivo per cui è difficile immaginare l'esperienza di un neonato o di un sordomuto. La conversazione ci unisce. Non importa quanto siano diverse le persone: noi possiamo esplorare le nostre differenze e comunicare su di esse.

Noi sappiamo tutto dell'uomo sin dai tempi antichi, perché l'uomo si è sempre dilungato a parlarne. Ma non siamo a conoscenza di nulla di simile sulla vita mentale di altre specie, perché non possiamo parlare di questi argomenti con altri esseri. Il problema delle menti che non comunicano: è difficilissimo dire a cosa stia pensando una persona che si rifiuta di discuterne. Tuttavia, anche se non comunicano facilmente, essi hanno una mente. La parola quindi non è un requisito necessario per il possesso di una mente.

Alcune menti però sono inconoscibili, impenetrabili, sono una terra incognita, ed è necessario che impariamo ad accettare questo fatto straordinario riguardante ciò che è inaccessibile all'indagine. Ecco, dunque, due ordini di cose ipoteticamente inconoscibili: quelle che riguardano ciò che accade in chi è dotato di mente ma non ha modo di comunicare i propri pensieri (neonati, sordomuti), e quelle che servono a distinguere quali creature abbiano una mente e quali no. Ovviamente siamo in grado di sapere che alcune creature hanno una mente e altre no. Quel che non conosciamo ancora è come arriviamo a saperlo.

L'approccio dei sistemi intenzionali

Intenzionalità

Nel secondo capitolo, Intenzionalità: l'approccio dei sistemi intenzionali, il filosofo analizza il problema dell'intenzionalità che, come ci ricorda egli stesso, non va confuso con il concetto semantico di intenzionalità. Dennett scompone il concetto di intenzionalità fino a raggiungere il cuore di quello che, non solo secondo lui, è uno dei tratti fondamentali del pensiero: la capacità di riferirsi a qualcosa di esterno, di esistente nel mondo. L'essere intenzionale di un pensiero è la sua capacità di rimandare a qualcosa di esterno alla mente. In questo senso, quasi tutti i pensieri hanno questa caratteristica. Attraverso questo attributo, il pensiero può essere indirizzato verso la comprensione di ciò che accade nel mondo, non solo di fatti naturali, ma anche dei più complessi comportamenti organici, animali e umani.

Dennett parla di vari sistemi di spiegazione a nostra disposizione e, in particolare, del nostro modo di concepire i comportamenti complessi: il problema è la previsione di tutto ciò che accade che, a seconda del fatto, richiede una maggiore o minore informazione integrata per essere spiegato. Si potrebbe ridurre tutto alla spiegazione di carattere fisico, mostrando che l'ipotesi materialista è, in astratto, valida: è possibile scomporre ogni problema in modo tale che ciascuna previsione sia esclusivamente trattata dalla scienza fisica.

Tuttavia, i sistemi utilizzati dalla nostra mente per avere delle attendibili previsioni del comportamento di entità complesse divergono da quei sistemi, troppo costosi, che riducono ogni fenomeno a fatti puramente materiali. È possibile, in linea di principio, prevedere il comportamento di un cane o di un personaggio nella scena di un teatro a partire dalla conoscenza di tutte le particelle che li compongono, dalla loro posizione, velocità e interazione reciproca, tuttavia, tale procedimento non è possibile in via di fatto e non è sempre disponibile.

La mente umana, vecchia di milioni di anni, ha elaborato dei sistemi alternativi, ma non necessariamente meno efficaci, per produrre previsioni: essa produce dei resoconti postulando l'intenzionalità degli avvenimenti che intende prevedere. Nel caso di un cane, ad esempio, penserà come se il cane fosse un libero agente, con intenzioni, bisogni, volontà simili a quelle dell'uomo. Oppure, quando l'uomo gioca a scacchi contro il computer deve pensare e procedere proprio come se stesse giocando contro un uomo.

Dennett, a questo punto, precisa che tale genere di spiegazione non necessita la presenza di cause finali simili a quelle concepite da Aristotele. Non bisogna scambiare questi "resoconti narrativi" come l'espressione della mente, o dell'attività cosciente, di ciò che andiamo a spiegare. Si tratta di modelli astratti che ci servono per interpretare i comportamenti di entità altrimenti incomprensibili.

"Io noto una cosa e ne cerco una causa: ossia cerco un'intenzione, e uno che abbia un'intenzione, un soggetto, un autore: ogni evento è un'azione." (F. Nietzsche)

Noi abbiamo un antenato in comune con ogni scimpanzé, ogni verme, ogni filo d'erba e ogni sequoia. Fra i nostri progenitori, dunque, ci sono le macromolecole. Esse sono le unità di cui è fatto il nostro corpo: le nostre molecole di emoglobina, i nostri anticorpi, i nostri neuroni sono composti da meccanismi che compiono senza intelligenza un lavoro meraviglioso, elegantemente progettato.

Prima che i nostri antenati acquisissero una mente, dovettero acquisire un corpo. Dapprima divennero semplici cellule, poi procarioti. L'elaborata organizzazione di tutte queste parti coordinate non era assolutamente simile a una mente. Aristotele le aveva dato un nome: l'aveva chiamata "l'anima nutritiva", un principio di organizzazione, una sostanza che è forma (non è un principio di organizzazione, è forma).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher serenagaglielfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof La Rocca Claudio.
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