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Agli scrittori per diletto

Scrivere come passione

Scrivere non è solo un dovere, è anche una passione. Delinea la storia all’insegna di una consapevolezza di vivere tutta particolare. È un tratto distintivo della nostra persona. Noi siamo sempre grazie a lei i rivendicatori di quel che abbiamo imparato a fare, a pensare e a dire. Senza avvertirci però può fuggire via. Scrivere è una pulsione, ci dona libertà e creatività, ci spinge a guardare dentro noi stessi. La scrittura ci migliora.

Scrivere dà forma e consistenza a qualunque cosa, a chi scrive prima di tutto, conferisce un aspetto diverso a chi l’ha già. La scrittura sarà capace di aiutarci a scacciare le insicurezze che sui banchi ci coglievano mentre ce l’insegnavano malamente. Scrivere ormai fa parte del nostro inconscio individuale e collettivo. Nessuna tecnologia fino a oggi si è incarnata in noi a tal punto da riuscire a modificare chi siamo per il fatto che ce ne avvaliamo.

In segno di gratitudine

La scrittura è la chiave giusta per sopportare tutte le altre vite usali. La scrittura è un antidoto. Il nostro scrivere è tramite e accesso a un’altra realtà. La scrittura ha bisogno di essere coltivata con devozione, con disciplina, per offrirci quello che ci è dato scoprire soltanto facendone uso. Maria Zambrano sosteneva che “Il segreto si rivela allo scrittore mentre lo scrive, non quando lo pronuncia.”

Una filosofia implicita

La scrittura cela in sé tutte le prerogative per diventare ed essere un grande tema filosofico. Il pensiero introspettivo, indagatore di senso che lo scrivere secernere e riattizza, sta a dimostrare quanto sia veicolo di elevazione intellettuale e morale. Scrivendo riscopriamo il plurale, il tu e il noi. Scrivere è sorgente di indagini autoanalitiche alla ricerca delle domande da porre agli uomini, a Dio, agli altri.

La libertà in una minuta

Chi non ama scrivere, spesso irride colui, colei, che non ne può fare a meno. Non arriva a comprendere che dentro questa passione altre, aspettano il loro turno per manifestarsi. Il desiderio di scrivere una volta soddisfatto, ne accendono altri. Accresce la voglia di non smettere di guardarsi intorno, di curiosare, di vagare a zonzo in ogni dove. Alla scrittura piace viaggiare, frequentare pensieri inquieti, inseguire nuovi sogni d’amore. Si inoltra nelle pieghe più nascoste del nostro esistere, le più invereconde e dimenticate. Dove l’inconscio pulsa e sa ancora farci arrossire. Perché scrivere è un laico esame di coscienza; è una confessione più autentica per chi crede.

In controtendenza

Oggi si scrive di più in Italia. Non si scrive forse secondo le regole. Anche tra gli strati sociali meno istruiti, la comunicazione in rete nelle sue sempre nuove gamme interattive, è riuscita a farsi strada inducendo una domanda di alfabetizzazione le cui proporzioni ancora ci sfuggono. Le tecnologie chiamano i lettori o ascoltatori a reagire scrivendo. La scrittura è entrata nella quotidianità non solamente degli scolarizzati e dei laureati. L’amore per la scrittura non deriva più soltanto dall’effetto libro. La scrittura si è trovata a esserne il mezzo d’elezione per raccontare vicende personali, intime, sentimentali. La scrittura è riuscita a cambiare qualcosa nelle nostre vite.

La scrittura ha incentivato forme di condivisione in rete e non solo per le gratificazioni narcisistiche rinfacciate ai suoi utilizzatori. Si è scoperto che è facile pubblicare in proprio un libro da regalare agli amici. Non era mai successo che dopo gli anni della scuola anche con poca scuola frequentata, si risvegliasse tanta voglia di continuare a scrivere.

Una nuova attitudine, una più solitaria

Si scrive di più perché la gente cerca nella scrittura un modo per stare meglio. Nuove grafomanie vanno diffondendosi nelle agorà sociali e informatiche. Scrivere è un segnale di maturazione civile e politica, di iniziazione alla vita affettiva. Inoltre rappresenta un sintomo di resistenza individuale, di ribellione al tedio giornaliero. Scrivere alimenta curiosità, voglia di mettersi in gioco. Si moltiplicano i corsi e i circoli di scrittura in ogni luogo. È incalcolabile il numero di coloro che dopo una certa età si rimettono a scrivere un diario. Sembra essere nata una nuova figura sociale, lo scrittore per diletto.

Scrittori dilettanti o per diletto?

  • Gli scrittori per diletto: colui che ama scrivere e sappia collocare al primo posto la soddisfazione emotiva per quanto va facendo e cercando (cioè se stesso).
  • Gli scrittori dilettanti: coloro che si mostrano impegnati a inseguire quel plauso che tarda ad arrivare.

Un rebus fuori mercato

Vidiadhar S. Naipaul non capivo perché mio padre scrivesse, i suoi racconti non avevano mercato. Alla fine interpretai la sua passione come una forma di “dharma” cioè di legge naturale, era un uomo che cercava di esprimere la propria essenza. Lo scrittore per diletto cerca la propria essenza. Georger Simenson: “Scrivere non è una professione, ma una vocazione all’infelicità, non credo che un artista possa mai essere felice”. Ogni scrittore donna o uomo, famoso o oscura, è un autore per diletto, anche quando il piacere si riduca soltanto al percepirsi almeno ancora in vita, ancora pensanti.

Dalla parte dei senza lettori

Se non si vive, le parole incominciano a mancare e l’ansia di scrivere rischia di trasformarsi in uno stallo esistenziale. La scrittura ha bisogno di alimentarsi attingendo all’esperienza, alle storie da cercare là dove nascono. Scrivere tanto o troppo è sempre meglio di zittire ogni tentazione. Occorre vivere per scrivere.

Una maniera di essere

L’amore per la scrittura è di conseguenza una forma di vita, una “maniera di essere” come sosteneva Lalla Romano e Gustave Flaubert. La scrittura serve a restituire un po’ di equilibrio ad una psiche turbata.

Capitolo 1. Lode alla scrittura - il riscatto della Musa dimenticata

Un sesto senso

La scrittura sa trattenere gli istanti di gioia più luminosi, mutandoli in racconto. È una passione cui siamo predestinati, che non ci abbandona. Scrivere è istinto capace di risvegliarsi all’improvviso. Chi ami scrivere è disposto ad accettare di rifiutare la propria immagine abituale per inventarne e scoprirne un’altra. Scrivere con passione non può quindi essere un bene di tutti. La scrittura ci è vicina nella sofferenza, non ci tradisce e assolve peccati altrui. Ricorriamo alla penna per sopportare il male di vivere, per uscire dal buio e per perdonare. La scrittura da migliaia di anni è lo specchio assiduo, molte volte infedele della condizione umana. Quando non è stata in grado di ribellarsi alle menzogne delle donne e degli uomini, l’abbiamo privata della sua libertà, intrappolandola.

Eco

Eco era la ninfa dei boschi e delle sorgenti. Grazie alla sua “capacità di parlare molto, Zeus la scelse per distrarre la moglie Era durante le sue scappatelle amorose. Quando Era si accorse del raggiro si vendicò contro Eco, e la condannò ad un uso molto limitato della parola. La ninfa si innamorò perdutamente di Narciso, ma non potendole confessare il suo amore, riusciva a ripetere solo le ultime parole da lui pronunciate. Esasperato da questo atteggiamento Narciso fuggì via da Eco, non facendosi trovare mai più. La ninfa disperata iniziò a cercarlo ovunque, e dal dolore si lasciò morire di fame. Di lei restò solo la voce e gli dei impietositi la trasformarono in una roccia.

Più di un linguaggio: un incontro col sacro

Scrivere è più di un linguaggio, è un modo di vivere, di gioire, di piangere, di lottare. Scrivere è tramite tra sacro e profano, tra reale e immaginario, tra conoscenza e ignoranza. La scrittura è oracolare, ci precede, ci annuncia. La sua natura è sacra. Custodisce le tradizioni secondo le quali un Dio, gli dei, hanno parlato all’uomo per suo tramite. La scrittura è legge, ma anche trasgressione; ci rinnova, ci ingiunge di non accontentarci delle verità assolute da qualsiasi parte provengono. È sacra perché ha tentato di dare risposte alla morte, alla tragicità dell’esistenza, al non senso. La scrittura è una forma di ascesi verso l’altro e di caduta verso il basso.

Aspetta e incalza

La scrittura non si ritrae mai. Sa dissuadere chi vorrebbe ce ne privassimo. Sa suscitare gelosie. Scrivendo ci separiamo da noi stessi, scrivere è generare nuova materia che incorpora e trattiene parole. Scrivere è riuscire a sopportare una mancanza: l’impossibilità di esprimere tutto ciò (come l’infelice Eco) vorremmo si adempisse. Quanto scriviamo è bene non dimenticarlo “è sempre qualcosa che si sottrae al tutto”. Da un lato la scrittura dissemina, sbriciola, divide; dall’altro ricompone i pezzi, cerca di farli combaciare, di rendere plausibile quanto racconta.

Un soffio vitale

Scrivere per qualcuno che forse ci leggerà o soltanto per se stessi ha il potere di trasformare le situazioni più banali. La scrittura rende più persuasivo il nostro parlare. La nostra storia quando la riscriviamo, rievochiamo l’impensabile, scopriamo che non sapevamo nulla o quasi di noi. Gli altri volti che la scrittura disegna, ci dischiude a nuovi orizzonti di consapevolezza e di piacere.

Una relazione cercata e taciuta

Se amiamo scrivere, scopriamo euforie che solo chi scrive può provare e saremo più in grado di comunicare questi nostri entusiasmi a chi ci legge e a chi ci ascolta. La vocazione della scrittura è ricerca di un lettore anche quando nessuno vorremmo mai ci leggesse. Noi scriviamo anche nel gesto più generoso, per noi stessi. La scrittura è sempre una passione ambivalente: da opportunità benefica ma respinge e allontana (ci separa dal mondo). È una medicina e un narcotico, toccherà a noi vigilare affinché non divenga la nostra unica ragione di vita.

Guidati dall’ignoto

Il senso della scrittura viene prima di tutto, e sempre ci sfugge, perché la scrittura ci precede, vede quello che non riusciremo a scorgere senza di lei. Si può scrivere non per amore della scrittura ma:

  • Per i vantaggi che essa potrebbe o sa darci all’istante.
  • Per chiedere scusa
  • Per perdonare e comprendere
  • Per passione civile

Scrivere è inventare amicizie, dando la parola ad amori impossibili. Scriviamo per viaggiare senza più tornare, per ritrovare la strada di casa. Scriviamo per dare vita a personaggi inesistenti. Per questo e molto altro ancora amiamo o odiamo la scrittura.

Capitolo 2. Scrivere primo amore – Eros e Psiche: accogliere al buio

Leggenda di Eros e Psiche

Psiche è una bellissima principessa, così bella da causare l'invidia di Venere. La Dea invia suo figlio Eros perché la faccia innamorare dell'uomo più brutto e avaro della terra, perché Psiche sia coperta dalla vergogna di questa relazione. Ma il Dio si innamora della mortale, e con l'aiuto di Zefiro, la trasporta al suo palazzo, dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua. Ogni notte Eros va alla ricerca di Psiche, ogni notte i due bruciano la loro passione in un amore che mai mortale aveva conosciuto. Psiche è dunque prigioniera nel castello di Eros, legata da una passione che le travolge i sensi. Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, decide di vedere il volto del suo amante, pronta a tutto, anche all'uomo più orripilante, pur di conoscere. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia cade dalla lampada e ustiona il suo sposo: il Dio va via e Venere scaglia la sua punizione. Solo alla fine, lacera nel corpo e nella mente, Psiche riceve l'aiuto di Giove. Mosso a compassione il Dio fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una Dea e sposa Eros.

Indizi di fedeltà

Per la filosofa Zambrano, scrivere è un atto di fedeltà; occorre accogliere i luoghi dove ci vorrà condurre. La fedeltà alla scrittura ci chiede pazienza e dedizione. Scrivere è una passione che resta con noi sempre, se abbiamo saputo lasciare che si impigliasse nei silenzi che le abbiamo costruito intorno.

Genealogia di una passione

La scrittura è una passione vitale. La scrittura si deposita sulla carta ubbidiente al nostro comando. La scrittura germina prima ancora di sapere che il suo compito è diventare segno, linguaggio. Si rende altro da noi, nell’istante in cui ne ricorriamo le tracce. Si fa ritrovare volentieri, facendone una nostra schiva.

Primi ricordi: sfocati, nitidi, presenti

Se amiamo scrivere, ogni solitudine può essere allontanata. Frugando tra i primi ricordi potremmo scoprire che iniziammo ad amare la scrittura perché il nostro modo di sentire la vita era diverso da quello degli altri. La scrittura l’amiamo di conseguenza se ci aiuta a mantenere desto questo amore. Se l’amore per l’esistenza viene meno. L’amore per la scrittura inesorabile lo segue. Può accadere il contrario.

Di padre in figlio: per contenere Dioniso

Hanif Kureishi ha ereditato dal padre (che non ebbe successo al contrario del figlio) la passione per la scrittura. Hanif nella propria autobiografia spesso evoca quanto sia stata determinante la figura paterna nella scelta di scrivere. Hanif inoltre dice che non è divertente starsene seduto davanti la scrivania senza che accada nulla, ma almeno riesce a capire la necessità dell’impazienza nella scrittura cioè il desiderio di avere qualcosa di finito.

“La direzione” per il padre di Hanif era il senso che dà la scrittura alla vita. La direzione della scrittura è la più importante, sa ricomporre le altre, indirizzarle verso la norma. È molta l’importanza di un padre che sappia offrire la testimonianza etica del proprio agire ai figli. Affinché possa adempirsi il passaggio dell’assunzione del proprio desiderio suggerito e ispirato dall’uomo.

Per Jean Clerget, è ancora il padre che rende possibile la scrittura. Clerget sostiene che scrivere è cercare o riscrivere per tutta una vita il proprio nome. La scrittura ci aiuta a elaborare il lutto della perdita, di ogni perdita che sempre ci riporta alla scomparsa fisica o morale delle figure primarie. Scrivere per fecondare la separazione. La scrittura desiderante ci trascina verso comportamenti regolativi, ci proietta verso un futuro, verso un giudizio dell’altro.

Un libro si costruisce come sorretto da una mitologia paterna che possiamo ricondurre alle regole dettate da Eros e trasgredita di Psiche. Il dio per i latini Cupido in questa versione cu appare bene diverso dal fanciullo dispettoso e vizioso. Non c’è amore senza desiderio, ma il desiderio segue delle regole. Non c’è una scrittura rigeneratrice. Chi scrive con questo spirito, un bambino o l’adulto, si muove inconsapevolmente su un filo teso nel vuoto che tesse man mano, ed ecco che la funzione paterna ricompare in questi istanti.

La passione di chi scrive attraverso il vuoto, sopporta l’angoscia di privazione, una solitudine proverbiale. Si scrive perché abbiamo bisogno di ritualizzare. Chi scrive si fa ogni volta padre di se stesso per ridare vita ad un padre o ad una madre che può anche non aver mai conosciuto. La scrittura non è un dono assoluto, è una conquista, ha bisogno di un ispiratore; si offre a noi soltanto nella più totale gratuità di sceglierla o rifiutarla.

Orthan Pamuk, un altro figlio scrittore che ha vinto il Nobel per la letteratura manifesta la sua gratitudine al padre; da lui ha imparato: “il senso del lavoro di un uomo che si chiude in una stanza e si esprime con carta e penna”. L’uomo mentre scrive si accorge che “scrivere è trasmettere uno sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza”.

La scrittura fa sì che ogni immagine e segno che osserviamo, ogni suono o voce che udiamo venga tradotto in alfabeti del possibile. Inoltre Pamuk afferma che “essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite così segrete che noi stessi ne siamo a malapena conoscenti.”

Altre memorie

Quando iniziammo a scrivere nell’infanzia ci accorgemmo che noi eravamo gli assoluti padroni. Imparavamo che scrivere ci invogliava a scegliere con prudenza se svelare o far sapere quanto già agitava dentro di noi. Non potevamo però intendere che la scrittura è una crocevia di paradossi. La scrittura è fatta di sottointesi e malintesi continui.

Rivelazioni

Quanto più vedemmo i grandi leggere e scrivere, tanto più ne assorbimmo gli umori. Scrivere voleva dire godere della rivelazione che quelle lettere fra loro concatenate potessero acquisire un senso a piacer nostro, accettandone le regole.

Un amore parallelo

Scrivere è un oggetto d’amore: è l’esito felice di un’educazione ricevuta. La scrittura se deprezzata, trascurata e ricoperta come oggetto d’amore, può esserci del tutto indifferente: un accessorio al quale attingere ogni tanto per dovere. Facendo un’analisi più attenta, la scrittura nella nostra vita iniziale ci offriva gioie e dolori indipendentemente dal contesto.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SaraSimba di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Demetrio Duccio.
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