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Diritto romano - il processo

Appunti di Diritto romano sul processo con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: il processo perlegis actiones, articolazione del processo in due fasi: la fase "in iure" e la fase "presso il giudice", la non possibilità di ripetere un processo, l’azione per richiesta di ungiudiceo di un arbitro.

  • Per l'esame di Diritto romano del Prof. J. Caimi
  • Università: Genova - Unige
  • CdL: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (GENOVA, IMPERIA)
  • SSD:
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Voto: 5 verificato da Skuola.net

  • 9
  • 11-12-2012
di 15 pagine totali
 
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Diritto romano - il processo
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Il processo Il processo per legis actiones 1 – Ogni collettività raggiunge il suo ordinamento giuridico quando organizza una struttura processuale che risolva le controversie tra i consociati. Per processo civile o privato si intendono organi e procedure che compongono in modo vincolante le controversie tra privati, sempre tra due pater familias. Le attività processuali possono portare a due fini: il primo è ottenere la pronuncia di accertamento su un rapporto controverso, oggi lo chiamiamo processo di cognizione; il secondo è far ottenere ad un soggetto la soddisfazione della sua pretesa accertata o data per accertata che non sia soddisfatta spontaneamente dalla controparte, oggi lo chiamiamo processo di esecuzione. Con il termine azione si intende il potere di chi promuove il processo, cioè dell’attore che chiama in giudizio il convenuto. A Roma fin dall’età arcaica per evitare il ricorso alla violenza privata, interviene un organo giusdicente e secondo alcuni in origine anche giudicante, che controlla l’attività dei litiganti. Dal 367 a.C. la giurisdizione sarà il compito preminente del terzo pretore, detto minore. Occorre sempre l’iniziativa di un pater familias. Tre sono i sistemi processuali che si susseguono e in parte coesistono: per legis actiones, dal secondo periodo per formulas, e infine dagli inizi del principato le cognitiones extra ordinem. 2 – Il processo privato più antico è molto formale e consiste in un lege agere. Qui i termini agere e actio conservano traccia della primitiva attività di farsi giustizia da sé, che viene stilizzata nei riti processuali. Per lex le fonti dal I secolo a.C. mostrano un improbabile legame della azione con la legge rogata. Anche Gaio che è la fonte quasi esclusiva per conoscere questo processo, afferma che tutte le azioni che sarebbero state introdotte da leggi o ricalcate su parole di leggi e perciò immutabili. Tuttavia la accezione più antica di lex, cioè formula verbale, fa ritenere che lege agere significhi: “compiere una data attività gestuale con l’impiego di formule verbali predeterminate”. Le procedure, cioè modi di agire, sono cinque: quattro sono anteriori o coeve alle 12 tavole, la quinta invece molto posteriore. Tre di esse sono di cognizione e due di esecuzione. 3 – Tre sono gli aspetti comuni: il processo è diviso in due fasi già da età primitiva, nella prima detta “in Primo aspetto comune iure”, cioè in tribunale, prevale il formalismo infatti il titolare della giurisdizione imposta i termini della lite cioè la questione di diritto e assiste alla litis contestatio che è ora l’atto conclusivo di questa fase. Questo atto consiste nella formale invocazione rivolta dalle parti ai presenti di ricordare quanto è accaduto per riferirlo fedelmente al giudice privato scelto dalle parti stesse. La seconda fase è detta “presso il giudice” e secondo una buona interpretazione della relativa norma nella 12 tavole essa si svolge in un luogo scelto di comune accordo tra le parti. Se l’accordo manca, questa fase deve svolgersi nel comizio o nel foro, che sono le sedi delle attività giuridiche private e pubbliche. Le parti se sono entrambe presenti devono dare al giudice entro mezzogiorno una sintetica informazione delle rispettive posEspandi »izioni. Se passato il mezzogiorno una sola delle parti è presente, a questa il giudice dà ragione. Il giudice, dopo aver valutato le prove prodotte dalle parti, prove sempre testimoniali, decide nel merito emettendo una sentenza che è orale, senza motivazione, inappellabile. Questi caratteri della sentenza rimangono nel successivo processo formulare. la lite è sempre promossa dall’iniziativa di un pater familias secondo Secondo aspetto comune precise regole fissate nelle 12 tavole; un pater familias ne chiama formalmente un altro, se questa chiamata cade nel nulla l’attore dopo avere invocato dei testimoni può bloccare l’avversario purché questo non si trovi in casa sua. In caso di ulteriore resistenza, l’attore può legittimamente afferrarlo con la mano per trascinarlo in tribunale e lì costringerlo ad accettare la lite. Gli effetti di quest’ultimo atto sul convenuto sono forse di durata temporanea a differenza di quanto si vedrà nella procedura esecutiva dell’imposizione della mano. Questo regime rigoroso è presto mitigato dalla possibilità di presentare dei garanti per la comparizione in giudizio e anche per la
ricomparizione in giudizio. Sui garanti grava un vincolo immediato analogo a quello visto nel nexum. Terzo aspetto comune il processo se giunge alla regolare conclusione della prima fase e a maggior ragione se giunge alla sentenza non può essere ripetuto. Infatti vige il divieto di riproporre l’azione tra gli stessi pater familias e per la stessa controversia, quale che sia l’esito. La probabile spiegazione di questa irripetibilità risiede proprio nel formalismo arcaico per il quale l’azione è un rituale solenne quindi ha una efficacia risolutiva tra le parti. 4 – L’azione sacramento poi scommessa. Questa azione è la più antica procedura di cognizione e si impervia sul sacramentum. In origine si tratta di un giuramento che le parti prestano agli Dei per confermare le rispettive affermazioni. Ciascuna parte invoca su di se l’ira degli Dei per un eventuale spergiuro. Ben presto però anche il processo si laicizza e allora sacramentum viene a significare scommessa. Ne sono oggetto dapprima degli animali poi l’equivalente in metallo o in denaro per un importo più o meno elevato a seconda del valore della lite. L’oggetto va versato dalla parte soccombente all’erario pubblico per scopi religiosi. Questa azione ha due forme: in rem per i diritti assoluti, in personam per i diritti relativi. Questa duplice direzione sarà valorizzata dai giuristi posteriori per classificare le azioni del successivo processo formulare. Meglio nota è la forma in rem in cui la lotta violenta viene stilizzata nell’incrocio delle mani dei litiganti sul bene conteso. Questa lottasimbolica in origine avviene sul posto se riguarda ad esempio un fondo ma poi si svolge sempre in tribunale. Il bene conteso deve essere presente o rappresentato in tribunale. La lite può vertere sulla appartenenza singola del bene o di un complesso di beni come un’eredità, oppure sull’esistenza di un diritto reale limitato. I due litiganti a turno tenendo in mano una bacchetta, simbolo di potere, afferrano la cosa e mentre la toccano con la bacchetta formulano la rivendica: “affermo che questa cosa è mia secondo il diritto dei quiriti in base a un giusto titolo”. Salvo quest’ultima precisazione la frase è uguale a quella detta « Comprimi
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