LA DIDATTICA FRA TEORIA E PRATICA.
PREFAZIONE.
Il processo di umanizzazione dei discenti non può fare a meno dei saperi disciplinari:
significherebbe fare a meno della propria storia e cultura.
La trasmissione del sapere è una componente essenziale della Didattica.
Tuttavia la rivendicazione del primato delle discipline sulla Didattica riflette una rappresentazione
di sapere inteso come ripetizione e memorizzazione dei contenuti, anziché come elaborazione,
ricerca e creatività.
Cento anni di studi nelle scienze dell’educazione confermano che il successo scolastico e formativo
è determinato sia dalla validità delle discipline che dall’organizzazione didattica delle azioni
dell’insegnamento, volta sia all’ottimizzazione dei processi dell’apprendimento che alla promozione
umana dei soggetti.
La Didattica non si limita così a una trasmissione dei saperi, bensì sostiene, nel soggetto che
apprende l’impegno delle sue qualità profonde, favorendone la scelta degli atteggiamenti personali.
In questo modo porta il soggetto a conoscersi, accettarsi e autoprogettarsi.
Attraverso le discipline si costruiscono invece le esperienze, nuove nozioni, ma anche di
protagonismo critico e impegno relazionale.
La Didattica non banalizza il sapere, ne lo semplifica, ma rappresenta la capacità di farlo vivere,
tradurlo in vari contesti, e renderlo funzionale alla crescita personale di chi apprende: essa cioè
conferisce senso al sapere.
Per questo la Didattica non può operare senza conoscere come il soggetto ragiona e apprende,
tenendo conto della sua età, del suo sviluppo e delle sue risonanze affettive.
La sua attenzione si polarizza sull’individuazione, cioè sul predisporre le condizioni di
accoglienza, problematizzazione, consolidamento e esercizio degli elementi acquisiti.
Questo ha fatto si che nascessero nuovi servizi formativi di supporto per gli studenti (orientamento,
tutorato..), ma anche di nuovi materiali didattici.
Infine essa non può prescindere dall’essere in situazione, che relaziona con cose e soggetti che gli
stanno intorno: rilevante risulta così essere anche il setting, il contesto.
CAP. I IL NOVECENTO: IL SECOLO DELLA DIDATTICA.
Lo sviluppo evolutivo dell’uomo è stato segnato da pratiche istituzionali attraverso le quali le
generazioni adulte hanno trasmesso le loro conoscenze a quelle più giovani.
Successivamente si è vista una specializzazione dei ruoli che ha visto l’assunzione del compito di
insegnare da parte di alcuni, e di quello di imparare da parte di altri.
In seguito il compito di apprendere in contesti formali è andato progressivamente generalizzandosi,
con il consecutivo aumento di coloro che hanno assunto la funzione di insegnare.
A causa di vari eventi storici, quali, Riforma protestante, rivoluzione francese, rivoluzione
industriale, nel 900 si è giunti a un’offerta generalizzata di istruzione formale.
Per la prima volta una parte consistente della popolazione è stata messa nella condizione di
acquisire le conoscenze alfabetiche di base: imparare a leggere e scrivere ha assunto un valore
emancipatorio.
Da qui il ricorso di una sempre più ampia fetta della popolazione verso livelli di istruzione sempre
più elevati. È nata così una lotta all’analfabetismo, dimostrata dal progressivo elevamento d’età per
l’obbligo scolastico: da 14 a 16 a 18 anni.
Se non è possibile dare un inizio alla funzione dell’insegnamento, il XVII secolo si può datare come
secolo d’inizio della riflessione teorica sull’insegnamento , con la Didactica Magna di Comenio.
Ma è nel 900 che la Didattica è inserita nella struttura della Pedagogia e poi delle scienze
dell’educazione, promuovendo lo sviluppo delle teorie didattiche.
In Italia la Didattica ha dovuto affrontare non poche difficoltà per darsi uno statuto epistemologico,
sia per acquistare spazio e consenso nell’università.
Essa è poi stata condizionata dalla presenza dello Stato, sia sul piano teorico che su quello pratico,
attraverso l’azione legislativa: leggi, circolari, programmi, controllo della scuola e degli insegnanti.
Essa si è così dovuta scontrare con un sistema scolastico burocratico, poco disponibile al
cambiamento e alle innovazioni, con un forte potere di controllo da parte delle istituzioni
egemoniche.
Proviamo a sintetizzare le caratteristiche dominanti delle principali teorie che si sono succedute.
La prima metà del secolo è stata caratterizzata da quella che il Damiano chiamo
APPLICAZIONISMO, secondo il quale la Didattica traduceva in atto i principi della Pedagogia,
sancendone la dipendenza.
Fu Gaetano Santomauro nei primi anni 50 a porre in essere una prima sistemazione delle teorie
didattiche, raccolti attorno a due centri di polarizzazione:
1. il bisogno di una fondazione pedagogica della Didattica;
2. il bisogno di non vanificare la Didattica nella Pedagogia e nelle scienze dell’educazione.
La Didattica come sistema di pressione.
La sociologia accentua la valenza sociale del fine educativo.
La Didattica non può prescindere quindi da una radice sociale, in quanto esprime una volontà
collettiva di organizzare un sistema di pressioni che eserciti un efficace azione plasmatrice
dell’intelligenza e dei sentimenti individuali.
La PRESSIONE DISCIPLINARE che si esercita sul singolo e sui contenuti storico- sociali
dell’insegnamento, è ordinata da alcune norme didattiche che, mentre confermano il carattere
imitativo dell’apprendimento, non escludono nuove forme di adattamento e di variazioni
individuali.
Secondo Durkeim una forma di pressione sociale che ha una efficace azione plasmatrice
dell’esperienza dello scolaro è la ripetizione.
La Didattica finisce così per essere quella costrizione esteriore che la realtà sociale esercita sul
singolo per plasmarlo secondo un modello oggettivo, che costituisce un tipo sociale.
La Didattica dunque è intesa come un sistema di pressioni, attraverso il quale si esprime il primato
del collettivo nell’educazione e nella scuola, volta a produrre un’ordinata assimilazione del sapere,
somministrato in tante unità di apprendimento, che garantiscano la completa aattuazione dei
programmi.
Per questo in essa sono dominanti i temi del formalismo didattico: centralità del sapere,
mnemonismo, oggettività, emulazione, ripetizione.
Si cade così nell’errore proprio del disciplinarismo: la Didattica è concepita come metodo e tecnica
dell’adattamento del soggetto ad un modulo culturale e sociale esterno.
La Didattica come caso concreto del problema pedagogico.
Fra le due guerre mondiali, la prospettiva pedagogica dominante è stata quella
NEOIDEALISTICA, che ha esercitato una profonda incidenza nella cultura e nel costume
educativo, trovando nella Riforma della scuola del 23 la sua applicazione.
Con tale riforma l’idealismo diventò la cultura dominante che si rifletté sulla politica, nelle scelte
ministeriali, nella scuola.
Mentre la Pedagogia è considerata scienza dell’educazione, la Didattica è definita scienza
dell’insegnare.
Dato che l’insegnare è una forma dell’educare, quindi dipendente dalla Pedagogia, come questa è
dipendente da un problema filosofico. Questo ha portato a considerare la Didattica in termini
filosofici.
Santomauro sostiene che i problemi della Didattica, ponendosi in termini filosofici evadono
continuamente dalla sfera del singolare, per giungere a una considerazione sintetica e universale
del caso particolare.
La sua struttura, costituendosi nella sfera del filosofico, prescinde dall’empirismo.
La didattica esisteva come scienza solo grazie all’applicazionismo, ridotta a una collocazione
inferiore in quanto esclusivamente considerata in prossimità del fare.
L’idealismo, con Lombardo Radice, tradusse con i discorsi agli insegnanti, con le raccomandazioni
e con istruzioni per la pratica, fece leva sulle migliori qualità morali e comunicative della persona
del maestro, il che creò anche un nuovo clima morale nella scuola.
Alla fine degli anni 20, la Riforma Bottai però creo una situazione politica educativa e scolastica
non favorevole all’innovazione didattica e alle sperimentazioni.
La fascistizzazione e il venir meno dell’associazionismo magistrale e pedagogico ridussero le
opportunità di dibattito attorno alle metodologie.
La Didattica così fece pochi progressi sul terreno della qualificazione scientifica.
Con gli anni 50 il decadere dell’idealismo riportò in primo piano la ricerca scientifica, l’uso di
metodi ad essa ispirati, reinserendo l’Italia nei circuiti pedagogici internazionali.
L’erlebnisdidaktik.
Con l’influsso dell’herbartismo si sente forte l’esigenza di rompere i limiti del formalismo,
considerando il processo didattico al di la di ogni schematismo.
C’è nell’Erlebnisdidaktik una forte avversione per la didattica empirica che mortifica la singolarità
di ogni educando.
Si fa inoltre costante riferimento alla personalità del maestro. Le norme e le indicazioni didattiche,
infatti, sono ritenute valide ed efficaci solo nelle mani di un educatore geniale.
Questa didattica non riesce però ad alimentare un autentico impegno di ricerca in senso scientifico.
La Didattica di orientamento sperimentalistico.
Le residue spinte positiviste hanno fatto sorgere l’interesse per un atteggiamento sperimentale. La
Didattica sperimentale non è un aspetto ristretto della metodologia pedagogica.
Il suo oggetto è mettere alla prova procedure e strumenti per ottimizzare la qualità
dell’insegnamento.
Il suo campo va:
- dalla coltivazione delle funzioni mentali alla formazione di buone abitudini intellettuali,
- dalle abilità di studio all’individuazione delle forme più agevoli di acquisizione delle nuove
conoscenze,
- dalla definizione dei mezzi che favoriscono il possesso dei saperi al controllo scientifico del
rendimento scolastico.
Il suo metodo si avvale di strumenti quantitativi.
Tuttavia se è vero che la Didattica di orientamento sperimentalistico gode di una certa autonomia
nel suo procedere scientifico, è anche vero che il reperimento di taluni fattori e di certe condizioni
dell’insegnare e dell’apprendere viene effettuato in vista dell’atto educativo. Quindi tra senso
dell’atto educativo e didattica sperimentale non vi deve essere assoluta separazione.
Fu lo sperimentalismo cattolico a porsi su questa linea. Il primo nucleo di pedagogisti cattolici in
Italia, attivi in campo didattico e sperimentale, si costitui all’interno dell’università salesiana di
Torino.
Ma bisognerà attendere gli anni 80, quando gli approcci descrittivi dell’insegnamento si avvarranno
non poco della sperimentazione, perché questo orientamento della ricerca si possa manifestare tutto
il suo potenziale.
Nella prima metà del 900 infatti la Didattica era vista come pura applicazione di regole esterne,
anche se ci si culla nell’illusione che tali regole, in quanto ricavate da analisi e metodologie
rigorose, siano non solo corrette, ma universali, non è stata significativa sul piano della
qualificazione scientifica.
Inoltre anche se tale Didattica ha tenuto conto della connessione con la Pedagogia, l’importanza del
contesto sociale e della socializzazione nell’attività scolastica, ha trascurato altri aspetti, come le
teorie dello sviluppo di Piaget e Vigotskij e le ricerche sui climi di gruppo e sugli stili di
apprendimento.
Nella seconda metà del 900 l’elaborazione teorica sulla Didattica si è fatta più consistente, ha
disegnato linee di sviluppo, avvalendosi non poco della crescente conoscenza della Pedagogia
straniera.
La Didattica come teoria del learning by doing.
Nella Didattica intesa come teoria del learning by doing, centrale è l’accentuazione dell’ambiente
sociologico, inteso come fattore di condizionamento sia positivo che negativo, in quanto punta sui
fattori di stimolazione dell’esterno e sulla valenza educativo didattica del contesto.
Contro le forme di disciplinarismo didattico si pone la Didattica di ispirazione pragmatistica, che ha
avuto in Dewey la massima espressione.
Per Dewey l’apprendimento passa per l’azione (learning by doing), azione che a sua volta ha
significato solo se risponde a un bisogno individuale o sociale effettivamente avvertito.
Nel processo di apprendimento l’interazione con gli esseri e con i soggetti è determinante. Ne
consegue che l’uomo non solo si sviluppa in un ambiente, ma a causa di esso e attraverso
un’interazione con esso. Assume pertanto estrema rilevanza l’ambiente- scuola nel quale si
specifica il problema didattico.
Tra gli anni 50 e 70 si sviluppò in Italia l’ATTIVISMO, con la relativa Didattica.
Precedentemente questi influssi di scuola nuova non furono accolti in Italia, tant’è che esponenti
come la Montessori trovarono più entusiasmi all’estero che in patria.
In tutto il mondo il suo nome è associato a una scuola a misura di bambino. Con la Montessori si
propone un’impostazione didattica diretta a stimolare, ordinare e migliorare l’apprendimento, nel
senso che non si tratta di mettere solo a contatto il bambino con le cose da imparare, ma soprattutto
di favorire nello stesso bambino tutto un processo di acquisizione di capacità di analisi, di sintesi
ecc, attraverso una serie di esperienze graduate e di esercizi coordinati.
La Didattica italiana e la Pedagogia erano estranee alle nuove tendenze estere della scuola nuova, in
quanto era ancora forte la diffidenza verso gli apporti sperimentali.
Tra la fine degli anni venti e per gli anni 30 le vicende dell’attivismo furono al centro
dell’attenzione di tutti i maggiori esponenti della Pedagogia cattolica.
Solo tra la fine degli anni 40 e l’inizio degli anni 50 aumentò la circolazione della cultura
statunitense, attraverso una maggiore conoscenza delle opere pedagogiche di Dewey. Si trattò di un
fenomeno complesso che propugnava:
- la formazione dell’uomo inserito in un contesto sociale,
- il mito del progresso
- la fiducia nella prassi umana.
Negli anni 50 e 60 il nostro paese, da società prevalentemente agricola, con caratteristiche
preindustriali, a società industriale, con una forte crescita economica, espansione del lavoro e
crescita del benessere: entravano in crisi gli antichi valori, i comportamenti della vita familiare.
La scuola dovette affrontare problemi sociali non risolti. Nacque così tra gli insegnanti una
coscienza didattica più attenta alla natura dei problemi esistenti.
Erano così poste le condizioni favorevoli per la Didattica attivistica.
Tale Didattica è centrata sul process oriented anziché sull’information oriented. Essa ha:
- posto così un particolare accento sul soggetto vivo, nelle modalità concrete del suo processo
di apprendimento;
- ne ha sottolineato la capacità di autoattività,
- ha rilevato l’importanza dei fattori personali, come gli istinti, i bisogni e gli interessi;
- ha evidenziato la funzione dell’esperienza, basando l’insegnamento sui processi naturali di
apprendimento a partire appunto dall’esperienza diretta dell’alunno;
- ha sottolineato la fruttuosità della libera iniziativa personale.
Caratteristica principale è quindi che ha rimarcato infine l’importanza dell’imparare facendo. La
scuola diviene così laboratorio e centro di ricerca, mentre l’apprendimento diviene un’attività di
scoperta da parte degli alunni.
La Didattica attivista ha così contribuito alla nascita di una nuova Didattica, meno accademica e più
attenta ai problemi reali dell’insegnamento.
In questo orientamento rientra il CTS ( Cooperativa tipografia scuola) che, sorta tra il 50 e il 51, ad
opera di un gruppo di operatori, intende progettare una scuola democratica e egualitaria in cui tutti
gli alunni possano realizzare veramente se stessi e prepararsi a divenire cittadini consapevoli e
attivi.
Collegata al learning by doing si diffonde la Didattica della ricerca, che ha rinnovato il costume
scolastico, precedentemente segnato dal nozionismo e autoritarismo, in favore degli aspetti
dinamici dell’insegnamento, quali motivazione e interesse, ma anche degli aspetti strumentali,
come sussidi e attrezzature.
Questo orientamento propone l’ adozione del primato dell’indagine e dei processi di produzione
della conoscenza.
In tale Didattica però l’insegnamento intenzionale e razionale finisce però con l’essere
compromesso.
Nell’immediato dopoguerra, mentre in Italia era la Didattica attivistica ad acquisire numerosi
consensi, in campo internazionale si diffuse però l’esigenza di rivedere programmi e metodi, con
particolare attenzione alle tecniche e alle strategie conoscitive, alle competenze linguistiche e
scientifiche.
La Didattica dedotta dalle teorie dell’apprendimento.
A partire dagli anni 60 le elaborazioni della psicologia cognitivista ( da Piaget a Bruner a
Vygotskij) hanno aperto la possibilità di nuovi rapporti tra Didattica e psicologia, mettendo in crisi
la tesi comportamentista, secondo la quale l’apprendimento era riconducibile al paradigma
stimolo- risposta.
Il costruttivismo cognitivista ha invece focalizzato l’attenzione sulla dinamica interna del soggetto
che apprende, valorizzando così lo stesso soggetto, che non subisce passivamente gli stimoli
ambientali, ma interagisce attivamente con questi ultimi.
Esso ha così richiamato gli insegnanti al rispetto delle fasi evolutive di crescita e di sviluppo dei
discenti, favorendo conseguentemente orientamenti didattici più attivi e individualizzati: l’alli
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