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Storia della fotografia

Arte e fotografia

Nella logica comune, per fare arte bisogna realizzare una "bella" immagine che sia interessante visivamente. Questa idea deriva dalla pittura e infatti inizialmente la fotografia veniva vista come una nuova pittura, ovvero come un pennello tecnologicamente avanzato. Un'immagine per essere interessante doveva rispondere a diversi valori come:

  • Inquadrata in modo interessante;
  • Ben composta;
  • Presentare buoni rapporti tonali (colori);
  • Proporre magari un soggetto interessante, nella consapevolezza però che la cosa importante fosse comunque il trattamento dell'autore, ovvero il suo intervento sul soggetto stesso.

Questi valori venivano chiamati valori formali, ovvero legati alla forma. Questi valori sono tipici della pittura, infatti un quadro è un insieme di valori formali. L'identità della fotografia veniva eguagliata all'identità della pittura. Veniva attribuito un valore storico ad un oggetto nuovo acquisendo i valori dall'"arte" precedente, ovvero dalla pittura. L'arte viene pensata come frutto di una difficoltà ed è per questo che spesso non si capisce l'arte contemporanea, che molto spesso è semplice da realizzare.

Due fotografie che fanno notare la differenza tra l'arte tradizionale e quella contemporanea sono:

  • Carrie nella sabbia di Ritts: è una simil pittura
  • Uomo che piscia su una sedia di Tillmans: è una foto semplice da realizzare ma più difficile da capire.

Queste due immagini, nonostante siano molto diverse, erano presenti nella stessa mostra. Nell'arte contemporanea infatti ci sono due modi di fare arte molto diversi tra loro, alcuni legati alla tradizione mentre altri molto meno comprensibili. La seconda foto infatti non ha valori formali dato che può farla chiunque. Queste due strade sono già apparse all'inizio del novecento e la fotografia ha percorse entrambe. Le fotografie possono avere logiche di fotografia (meccanismo di funzionamento) diverse: valori formali oppure no. Alcune immagini infatti sembrano essere un ritratto della realtà, una copia su carta. È come se l'autore volesse esibire la realtà così com'è. Come già detto alcune foto tentano di ripercorrere la logica della pittura seguendo nei suoi valori formali, ma alcune fotografie lo, in queste quali sono i valori? Qual è la logica?

L'influenza della pittura

All'inizio la fotografia veniva accostata alla pittura perché pittori si servivano delle camere oscure per fare copie della realtà più dettagliate, ma la camera oscura è poi diventata una parte fondamentale della macchina fotografica. Inizialmente la realtà veniva rappresentata attraverso il sistema visivo-prospettico riuscendo così a rappresentare il mondo in prospettiva, successivamente alla camera oscura riesce a creare un'immagine seguendo quel principio. Di conseguenza l'apparecchio fotografico sul principio della camera oscura del 1680, visto che bastava aggiungere una lastra con materiale fotosensibile alla camera oscura per ottenere le prime fotografie.

La storia della fotografia si lega quindi alla storia della pittura ma dei valori diversi. La fotografia viene vista come:

  • Sostituzione della realtà;
  • Principio della memoria;
  • Sostituzione della persona;
  • Come prova.

Di conseguenza si può dedurre che la fotografia non è fatta di valori formali ma di nuovi valori che vengono chiamati concettuali. Holmes definisce la fotografia lo specchio dotato di memoria. Ma i valori concettuali possono interessare l'arte?

L'evoluzione del concetto di arte

La fotografia nasce nel 1839 nel 1912-13 prende avvio una profonda evoluzione del concetto di arte. Prova di questo cambiamento sono: i collage, gli assemblage e i ready made.

  • Collage: opere realizzate incollando delle carte vere.
  • Assemblage: opera realizzata incollando carte e altri materiali che formano spesso le (vecchi legni, pezzi di ferro).
  • Ready made: testualmente vuol dire pronto fatto, è un nome che non è stato inventato dalla critica ma da Duchamp. Egli fa un'operazione che sconvolge il concetto di autorialità e quindi nega che l'arte sia frutto del lavoro dell'artista.

Questi nuovi modi di fare arte mettono in crisi l'autorialità, ovvero quanto conta l'autore nell'arte contemporanea. Prima l'arte era concepita come qualcosa di difficile da realizzare mentre ora la realtà non viene più rappresentata ma viene presentata così com'è. Ciò che sconvolge di questa nuova arte è il decadimento del principio di autorialità e la presentazione della realtà. Queste nuove opere per certi versi assomigliano la fotografia perché anche nella fotografia la realtà viene presentata com'è.

La tecnica e l'arte

Ma perché l'arte veniva concepita come il risultato di una fatica? La parola arte deriva dalla parola latina ars la quale a sua volta deriva dalla parola greca tecne che significa tecnica. Di conseguenza l'arte era frutto della tecnica dell'artista. Infatti è comunemente usato il detto a regola d'arte usando così la parola arte del suo senso critico. Questo concetto di arte riduce fino al 1900 ovvero l'arte veniva intesa come tecnica d'arte, qualcosa fatto con qualità tecnica e contabilità. Nel 1900 tutto questo le carte perché viene annullato il significato antico di arte. Infatti per la nuova "arte" il termine stretto "arte" non è più corretto da usare perché essa cambia la sua personalità. Da questo momento in poi l'arte diventa una condizione mentale: è arte ciò che tu vuoi che sia arte (è una decisione mentale).

La fotografia e l'arte contemporanea

In tutto questo la fotografia a causa delle sue differenze con la pittura, e ciò fa capire meglio l'arte contemporanea. Infatti inizialmente entrambe venivano viste come qualcosa di semplice e di non difficile da realizzare. Ad esempio il fotografo usa la macchina e quindi non viene considerato un'artista e allo stesso modo adesso l'arte contemporanea non richiede particolare capacità e non vengono considerati artisti coloro che fanno questa arte. Ora nell'arte contemporanea l'accusa dell'artista è che non è tale perché non fa niente, ovvero le sue opere non richiedono particolare tecnica o talento.

La nuova arte contemporanea di cui fanno parte anche alcuni correnti della fotografia, è un'arte concettuale ovvero che si oppone ai valori formali e che si riferisce ad un livello mentale. Infatti la rivoluzione dell'arte contemporanea sembra aver annullato il principio della tecnica e dell'abilità esecutiva, favorendo l'affermazione di valori prevalentemente concettuali. I valori concettuali esprimono una logica extra pittorica. Fino a quando c'erano solo i quadri c'era solo una forma di fare arte e di conseguenza vi era solo una logica basata sui valori formali. La fotografia ha interpretato le due anime dell'arte che c'era all'inizio del novecento: l'arte classica e quella contemporanea. Alcune fotografie, come quella di Tillmans, assomigliano a un ready made perché ne riprendono le caratteristiche e la logica. Essa non è una somiglianza di tipo fisico ma è una somiglianza di tipo concettuale. Infatti la fotografia somiglia fisicamente ad un quadro ma molto spesso funziona come un ready made. Nonostante l'affermazione dell'arte contemporanea fondata sui valori concettuali, non ha cancellato la presenza di un'arte fondata sui valori formali. La fotografia in particolare ha interpretato entrambe le arti perché nel 1900 avuto a disposizione due strade diverse.

La nascita della fotografia

Nel 1822 Niépce sperimenta la prima volta una resina fotosensibile chiamata bitume di Giudea per fare delle fotoincisioni. Successivamente, cercando di fermare l’immagine trasmessa dalla camera oscura, mette una lastra sensibilizzata in una camera oscura creando così le prime fotografie chiamate da lui points-de-vue (punti di vista) o eliografie (scrittura con il sole). È l'inizio dell'immagine automatizzata.

La più antica fotografia è del 1826-27 "Veduta da una finestra della casa di Gras", ed è vecchia più di 10 anni dall'invenzione ufficiale della fotografia. L'esposizione alla luce di questa foto è stata molto lunga, precisamente di otto ore, e per questo si può notare che due pareti opposte tra di loro sono colpite entrambe dalla luce del sole. Questa foto quindi parla del tempo che è trascorso mentre veniva fatta: il sole in questo arco di tempo si è spostato illuminando così due pareti opposte. Questo fatto fa riferimento ad una dimensione concettuale della fotografia ovvero la capacità di controllare il tempo: la fotografia può fermare il tempo in un istante e allo stesso modo può dilatarlo facendo rimanere quell’istante per sempre fermo. Un esempio eclatante di questa dimensione è l'opera di Oppenheim “Reading position” del 1970.

Successivamente il 14 dicembre 1829 Niépce incontra Daguerre in un negozio ottico parigino e dopo qualche titubanza di Niépce firmano un contratto societario della durata di 10 anni. Daguerre all’epoca era un impresario dello spettacolo e conduceva un diorama (primissima forma di cinema), e da subito capisce che l’invenzione di Niépce avrebbe portato molti vantaggi. Niépce muore nel 1833 prima di vedere riconosciuta la paternità dei suoi primi esperimenti ma Daguerre continua in proprio le sue ricerche. Arriva a costruire il primo prototipo di macchina fotografica che era costituito da una camera oscura che al posto del comune foro aveva un obiettivo, inoltre possedeva l’otturatore e il diaframma.

Il 7 gennaio 1839 il direttore dell’Osservatorio Astronomico di Parigi, F. Arago, presenta all’Accademia delle Scienze l’invenzione di Daguerre. È importante sottolineare che la fotografia nasce in ambito scientifico, non in ambito artistico. Paradossalmente è da questo fatto che l’uomo da sempre ha attribuito alle fotografie la virtù della verità, perché scienza significa vero e tutto quello che divulga diventa vero agli occhi di tutti. Tuttavia gli artisti si appropriano quasi subito della fotografia, infatti il 19 agosto 1839 viene presentato il dagherrotipo in una seduta comune dall’Accademia delle scienza e dell’Accademie di Belle Arti di Parigi.

Più o meno negli stessi giorni viene presentato un altro brevetto da W. H. F. Talbot. La differenza tra le fotografie di Talbot, chiamate calotipi (da kaòs bello, quindi bella immagine), e i dagherrotipi è che le prime erano delle fotografie in negativo, e di conseguenza potevano essere fatte più copie della stessa fotografia, e veniva utilizzata la carta come supporto, mentre le seconde erano delle fotografie in positivo (come le polaroid), quindi sostanzialmente non riproducibili, e come supporto venivano usate delle lastre di metallo. L’invenzione di Talbot viene presentata alla Royal Institution di Londra da M. Faraday il 25 gennaio 1839, e come si può notare la nascita della fotografia è scientifica in entrambe le nazioni. L’utilizzo della carta come supporto e del procedimento negativo-positivo, permise a Talbot di realizzare nel 1843 il primo libro fotografico della storia “The pencil of nature” (la matita della natura→ non è più l’artista a disegnare ma è la natura stessa a disegnarsi).

Talbot oltre ad inventare il negativo, scoprì anche le immagini a contatto ovvero delle immagini create mettendo degli oggetti a contatto con la carta sensibile e poi sviluppandola, facendo così apparire un alone bianco dove c’era l’oggetto. Queste tecnica fu successivamente reinventata da alcuni protagonisti delle avanguardie. Con il libro di Talbot nasce ufficialmente l’automaticità produttiva, causando la perdita di autorialità (Shane infatti si chiede: “La fotografia è una scrittura con la luce o è una scrittura della luce?”).

Tra i vari inventori della fotografia va ricordato anche il francese Hippolyte Bayard (1801-1887), che crea un modo per fare le fotografie su carta, l’invenzione non venne però presa in considerazione dal governo francese e, sentendosi defraudato di un diritto, Bayard produsse un ironico autoritratto del suo suicidio: “Autoritratto di figura di annegato” scrivendo sul retro la sua vicenda e diffondendola per tutta Parigi. Questo fatto è interessante perché Bayard sfrutta la teoria di verità che sta intorno alla fotografia mettendo in circolazione una menzogna. Questa è la prima fotografia di finzione della storia. La fotografia infatti può raccontare anche una realtà immaginaria e la racconta in modo così reale da spacciarla per vera. Questo fu il primo esempio esplicito di fotografia basata su valori concettuali: la verità della finzione. Sulla stessa lunghezza d’onda si esprimerà un altro artista, R. Mapplethorpe con “Sottomissione” del 1974: è fotografia di finzione che dà corpo a pulsioni da immaginario, in particolare in queste masochistiche.

Il termine stretto di “fotografia” è stato introdotto dall’inglese J. Herschel solo nel febbraio del 1839.

La fotografia e l'arte

La pittura era l’unica forma di arte visiva quando viene inventata la fotografia e di conseguenza i pittori non vedono subito di buon occhio questa nuova tecnologia e si diffonde un acceso dibattito tra fotografia e arte. Dopo 20 anni dall’invenzione della fotografia, ovvero nel 1859, Baudelaire, famoso poeta e critico di arte, scrive un pezzo “Il pubblico moderno e la fotografia” dove per la prima volta in un’esposizione d’arte vengono esposti, in una sala differente dalla pittura, delle fotografie. Baudelaire scrive questo testo dove si schiera contro la fotografia infatti afferma che “l’industria fotografica era il rifugio di tutti i pittori mancati” accusando così i fotografi di non essere artisti. Inoltre accusa la fotografia di non essere sufficientemente trasformativa rispetto al mondo, ovvero di essere troppo speculare troppo uguale alla realtà. L’arte secondo Baudelaire, doveva essere trasformativa rispetto alla realtà.

I difetti che per Baudelaire impediscono alla fotografia di essere un’arte sono:

  • Il mimetismo nei confronti del reale;
  • La scarsa manualità necessaria → autorialità;
  • L’asservimento all’industria.

Per l’estetica ottocentesca l’oggetto d’arte, per essere considerato tale, doveva essere:

  • Una trasfigurazione, un’interpretazione del reale;
  • Il risultato del virtuosismo e dell’esercizio di abilità manuali;
  • La realizzazione concreta del genio artistico nel suo isolamento dell’atelier, ovvero un processo che non è frutto dell’industria ma del genio isolato.

All’epoca era però accettata la funzione di aiuto e di sostegno della fotografia all’arte, i pittori potevano aiutarsi con la fotografia per fare quadri (come “L’atelier” di G. Courbet), in modo più economico, ovvero comprando una fotografia di una modella piuttosto che pagare una modella per stare in posa. Quindi veniva apprezzata la sua funzione strumentale e servile. Ma non poteva pretendere di essere arte lei stessa.

Però molti fotografi non cedono e vengono creati i primi fotomontaggi come “Le due strade della vita” (il bene e il male, il peccato e la virtù) di O. G. Rejlander del 1857 (40 x 78 dimensioni di un quadro), l’immagine realizzata mettendo insieme più negativi, più precisamente 30 stampati sullo stesso pezzo di carta. Questa può essere intesa come una risposta alle accuse di Baudelaire, perché le sue critiche vengono accettate e si cerca di aggirarle con un maggiore intervento dell’autore sulla foto, per dimostrare che i fotografi erano abili assecondando la logica della pittura. Inoltre la realtà viene reinterpretata creando una realtà di finzione, una messa in scena, si costruisce una realtà che non è speculare. In ogni caso i fotografi rispondono ad un’accusa che ritengono giusta, perché tengono conto dei limiti della fotografia.

Un altro famoso fotomontaggio è “Il momento del trapasso” di H. P. Robinson 1858. Questa immagine suscitò grande scandalo perché è la prima fotografia riguardante la morte. Infatti grazie al principio di verità che viene affidato alla fotografia, la morte rappresentata da Robinson sembra molto più vera di tutte quelle che erano state precedentemente dipinte. Lo scandalo se viene dipinto è molto meno scandaloso di uno scandalo fotografato, perché il dipinto, a differenza della fotografia, può essere sempre pensato come finto. La fotografia riesce a mantenere la sua credibilità anche in un fotomontaggio. Rejlander e Robinson sono gli inventori del fotomontaggio.

Nel 1869 Henry Peach Robinson pubblica il saggio Pictorial Effect in Photography che contiene la definizione ancor oggi usata in inglese per chiamare il fotomontaggio, cioè combine printing. Nasce il fenomeno che anche presso la critica e la storiografia di settore prenderà il nome di pittorialismo (primo pittorialismo). La fotografia pittorialista è la fotografia che si rifà alla pittura, perché all’epoca per la fotografia era necessario identificarsi con la pittura. Il termine pittorialismo verrà in futuro usato dai critici con accezione negativa. Successivamente c’è una seconda ondata di pittorialismo che viene chiamato secondo pittorialismo. Alcuni esempi sono: “La valle di Toques” di R.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher calime di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della Fotografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Marra Claudio.
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