La questione del moderno
Il Novecento è stato definito il secolo del cinema, ed è l’occhio del Novecento in quanto è stato investito dalle evoluzioni emerse nel corso di questo secolo. Chiedersi se il cinema è stato moderno per Aumont significa interrogarsi sui percorsi seguiti dalla settima arte e le sue connessioni con gli altri linguaggi, la storia sociale dell’Occidente. Aumont, quando si chiede se il cinema è stato moderno, utilizza una visione diversa dal critico d’arte che ha già delle risposte ben definite. Il cinema è nato al di fuori dell’arte, visto come un divertimento popolare e un medium, ma è stato presto rivendicato come arte (e si è distinto, in quanto prima arte ‘’inventata’’). Nonostante le lotte affinché venisse considerato arte rimane valido l’aforisma di Malraux: il cinema è industria. Se vogliamo prendere il cinema sul serio, come qualcosa che va oltre il puro divertimento e vederlo come un mezzo d’espressione è necessario chiedersi perché sia apparso moderno. Innanzitutto perché era un elemento costitutivo della modernità degli abitanti dei paesi industriali e perché le avanguardie non sono riuscite a svilupparsi nel cinema, al contrario delle altre arti, dove erano sinonimo di modernità. Il cinema non coincide con la modernità, ma la incarna. Il moderno è anche la storia della percezione della modernità.
Il saggio di Aumont nasce dallo stupore dinnanzi alla distinzione classico/moderno operata dalla critica cinematografica. Il punto di partenza del saggio è una critica alla periodizzazione, di stampo hegeliano, delle arti applicate al cinema, scomposizione automatica in primitivismo, classicismo (classicismo hollywoodiano), moderno (la posizione dei Cahiers).
Cominciamo dall’inizio
Il cinematografo veniva visto come un’invenzione senza avvenire e se il cinema avesse dovuto dipendere dal giudizio nei suoi confronti non sarebbe sopravvissuto a lungo se non come pratica del sabato sera, una sorta di prefigurazione della televisione di massa. Gli veniva infatti rimproverata la sua stupidità e la mancanza di spessore culturale e spirituale. Il cinema veniva visto come ladro e falsificatore: ruba le nostre emozioni e le sostituisce con affetti artificiali, riuscendo a farlo così bene da farli passare per veri trasformando la nostra vita. Critica non nuova, in quanto ha riguardato qualsiasi tipo di immagine.
Per Kafka il cinema ‘’ci impone la sua inquietudine’’ mentre per Gracq le sue immagini si insinuano nella nostra psiche non permettendoci di espellerle. Il cinema ci impedisce di vivere, una prima volta durante la proiezione perché ci impedisce di sognare e avere un’esperienza soggettiva e, una seconda volta, poiché ci impone le sue immagini. Prima della Grande Guerra, il cinema visto come pratica stupida e pericolosa psichicamente, non veniva preso sul serio. Il cinema non veniva visto come moderno in seguito all’idea della modernità all’inizio del XX secolo, diviso tra modernità tecnica e scientifica da una parte e ideologica ed estetica dall’altra. Il cinema è un’invenzione tecnica, ma dallo scarso interesse scientifico.
Dal cinematografo al cinema
Si passa dal cinematografo al cinema, vera e propria arte moderna. Il cinema si svincola dal suo carattere superficiale, dalla sua ‘’inutilità’’, in quanto veniva visto come registrazione del presente in vista della sua trasformazione in passato e dalla ‘’subordinazione’’ all’ideologia simbolista che ha avuto una grande influenza sul cinema muto. Il simbolismo aveva come obiettivo di tradurre il linguaggio in immagine. L’immagine parla ed esprime quanto il linguaggio.
Nel periodo delle avanguardie storiche, si realizza una modernità avanguardista cinematografica rivolta verso l’estetica, dove viene offuscata la riflessione politica. La modernità del cinema degli anni 20 e 30 non è l’immagine ma la velocità, grazie alla fotogenia, che materializza i concetti dell’ideologia futurista. L’uomo con la macchina da presa di Vertov è il riassunto di questa modernità. Il cinema in questo periodo è consapevole di vivere in un’epoca moderna e appare come un accompagnamento della vita moderna. Le avanguardie sono il sintomo dell’adattamento alle condizioni della modernità e oscillavano tra due poli: della politica e dell’estetica. Ad esempio, Vertov con L’uomo con la macchina da presa evidenzia l’idea di un cine-deciframento comunista del mondo sottomesso nel suo principio. Il suo unico film sopravvissuto, L’uomo con la macchina da presa è un manifesto del cinema, esplicandolo in un’opera ideologica (il cineoperatore come un operaio) e innesca un meccanismo di meta-cinema.
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