Cos'era e cos'è l'antropologia
L'antropologia è la scienza dell'uomo. Questa però, è una definizione ridondante e riduttiva. Ridondante perché l’analisi antropologica dell’uomo non dice tutto su di lui; riduttiva perché questa stessa analisi implica più cose di quelle che in realtà dice su di lui. Ad esempio l’antropologia sa cogliere il nesso tra delle pitture e le sue forme di vita, ma non gli spettano delle considerazioni sulla dimensione estetica di queste pitture.
Più precisamente l’antropologia è la disciplina che studia le somiglianze e le diversità della specie umana. Studia le relazioni che intercorrono tra gli individui e che li tengono insieme; studia le strutture sociali e i fatti sociali (cioè il funzionamento delle strutture di relazioni); e studia le persistenze e i mutamenti che strutture e fatti sociali presentano.
L’antropologia ha poco meno di 150 anni. Il termine inizia a diffondersi attorno al 700. In senso ampio l’antropologia era lo studio dell’uomo sia come soggetto individuale che come soggetto collettivo di aggregati sociali. L’antropologia moderna come studio scientifico e riflessione critica sulle diversità e sulle somiglianze, è nata e si è sviluppata all’interno dei paesi occidentali tra il XVI e il XX secolo. Dopo la II Guerra Mondiale, la scomparsa delle colonie e la conseguente riconquista dell’indipendenza politica dei paesi prima colonizzati, nelle università si sviluppa un’antropologia autonoma, detta dei nativi.
Diversità e disuguaglianze
La diversità tra gli esseri umani viene assunta come base per la pratica delle disuguaglianze; quando questo ci riguarda rivendichiamo l’uguaglianza di trattamento in nome della somiglianza fra tutti gli esseri umani. Ma accade anche di rivendicare il diritto alla diversità, quando ci viene imposto conformismo e sottomissione a regole che ci sembrano ingiuste o inadeguate.
La valorizzazione delle diversità ha un ruolo importante nell’instaurarsi di rapporti ostili tra i gruppi. Accade anche che due gruppi siano ostili fra loro proprio perché simili e quindi in concorrenza. Altre volte gruppi diversi si accordano più facilmente perché sono complementari.
Inoltre, maschi e femmine hanno anatomia e fisiologia diverse. Se non comportasse differenze sociali questo fatto sarebbe irrilevante dal punto di vista antropologico. Ma, come sappiamo, in tutte le società uomini e donne sono “socialmente” diversi.
Riconoscimento/misconoscimento di appartenenza alla specie umana
La nozione di specie umana è stata messa in discussione molte volte. I punti in discussione sono due:
- Quali requisiti, qualità, capacità distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi?
- Questi requisiti sono uniformemente distribuiti tra tutti i gruppi umani? O alcuni gruppi li hanno al massimo grado e altri ne sono talmente carenti da essere considerati inferiori o subumani?
Chi era un essere umano?
Gli antichi greci chiamavano i non-greci barbaroi (balbuzienti); gruppi umani di seconda categoria, incapaci di parlare in modo completamente umano. Per millenni, un requisito fondamentale per essere considerati umani era il possesso dell’anima. Per i Cristiani, Ebrei e Musulmani solo chi ha un’anima immortale è un essere umano. Ci si chiese se anche le donne avessero un’anima e di che tipo era; dopo lunghi dibattiti si decise che sì, avevano un’anima ma non della stessa qualità di quella degli uomini. Quando fu scoperta l’America, nel 1492, ci si chiese se gli abitanti del Nuovo Mondo fossero umani a pieno titolo, con un’anima, o se fossero una specie intermedia fra uomo e animale. La chiesa decise che per essere completamente umani dovevano essere convertiti al cristianesimo. Gli Africani invece, erano non-umani, a causa della loro pelle nera, nasi camusi, capelli strani, fronti basse e stature “anormali”. C’è da dire però, che anche le popolazioni che vedevano gli occidentali per la prima volta si chiedevano se erano della loro stessa specie o no.
Riconoscimento/misconoscimento all’interno delle società
All’interno di molte società sono considerati meno umani gli appartenenti a determinate categorie: le donne, i membri di una certa casta o classe sociale, i portatori di certe caratteristiche o di certe menomazioni congenite o di certe inclinazioni sessuali.
Riconoscimento/misconoscimento dell’umanità: i gruppi umani, per includere/escludere altri gruppi o individui, si appellano a criteri di somiglianza o diversità. Ai fini dell’inclusione/esclusione di un gruppo nella specie umana, la presenza/assenza di questo requisito è fondamentale. Questi requisiti sono indicatori del fatto che un gruppo vuole includere/escludere un altro gruppo. Compito dell’antropologo: capire perché un gruppo vuole includere o escludere un altro gruppo e come fa per riuscirci.
Contatto tra i gruppi e relazione
La questione dell’inclusione/esclusione si pone quando due o più gruppi entrano in contatto. Tra questi si stabilisce una forma di comunicazione e di scambio, e quindi una relazione.
Il contatto tra gruppi diversi ha sempre prodotto oltre a distruzione e morte, anche risultati vitali condivisi, come lingue nuove, comprese e parlate da tutti; usanze e costumi ibridi; tecniche e abilità trasmesse, copiate, apprese e alla fine condivise; pratiche religiose; concezioni filosofiche e norme giuridiche e, soprattutto, prole meticcia.
Conclusione
L’appartenenza alla specie umana si può determinare sulla base della capacità di costruire relazioni con altri gruppi, relazioni cooperative o antagonistiche, basate sulla gestione delle diversità e somiglianze. Senza relazione c’è inesistenza sociale. Un mutamento del sistema delle relazioni sociali di una società può essere provocato da agenti esterni (contatti con altri gruppi), detto mutamento esogeno; oppure può essere provocato da agenti interni (conflitti interni al sistema), detto mutamento endogeno.
Indicatori delle diversità
Gli indicatori delle diversità possono variare molto da società a società, da gruppo a gruppo, e possono variare nel tempo. Che è diverso è sempre diverso da e per qualcuno.
Caratteristiche delle diversità e provenienza
La diversità è sempre relazionale e situazionale. Le diversità possono essere immutabili o mutabili, permanenti o transitorie. Immutabili quando, ad esempio, le si fanno derivare da un intervento divino; è per volere divino che un popolo ha certe caratteristiche o non le ha.
Un’altra spiegazione delle diversità ha un fondamento scientifico; la diversità sarebbe trasmessa con il sangue, inscritta nel DNA. Si ritiene che col sangue vengano trasmessi sia i tratti somatici che i caratteri morali. Di qui la convinzione che esistano razze superiori e razze inferiori. I caratteri razziali vengono concepiti come immodificabili; le razze inferiori non possono migliorare e se la loro vicinanza si rivela dannosa per le razze superiori, devono essere segregate. I matrimoni misti sono proibiti. Se ciò non basta a salvaguardare la “purezza” della razza superiore, quella inferiore verrà sterminata (es: gli ebrei). Si parla di genocidio. L’etnocidio è la distruzione di una cultura.
Altre teorie riconducono origini e cause delle diversità a fattori ambientali. I caratteri (sociali e culturali, psicologici e somatici) di una popolazione, vengono attribuiti dall’ambiente naturale in cui essa vive (i montanari sono taciturni e tenaci). Un’altra ipotesi ritiene che le diversità siano date dall’effetto dell’ambiente sociale sugli individui. Ai processi educativi e di inculturazione sarebbero da attribuire i caratteri comuni degli appartenenti ad un gruppo e non condivisi da membri di altri gruppi.
Combinando insieme le teorie razziste e ambientaliste si è ipotizzato che i caratteri trasmessi ereditariamente possano essere non modificati, ma almeno orientati a fini “utili per la società” attraverso rigidi processi di inculturazione, attraverso cioè l’educazione.
Da diversità a differenze
I tratti e le caratteristiche diverse implicano sempre, da parte del gruppo giudicante, la consapevolezza anche della propria diversità, che può restare implicita nella relazione, oppure può essere esplicitamente rivendicata per valorizzare la propria identità, affermare la propria superiorità o giustificare il dominio che si vuole esercitare sugli altri.
La diversità una volta attribuita ad un gruppo viene caricata di un giudizio di valore, cioè di una valutazione assoluta (buono/cattivo) e comparativa (più o meno di…). Attraverso questa valutazione le diversità vengono trasformate in differenze. E in molti casi la diversità, valutata, viene trasformata in una posizione in graduatoria. Ad esempio, la varietà dei colori della pelle, anziché restare una constatazione, diventa una graduatoria che distribuisce i soggetti umani nelle varie posizioni. Si costruisce così il sistema delle differenze di un gruppo. Questo sistema delle differenze, appreso fin dall’infanzia, diventa parte integrante della cultura di ciascun gruppo.
Il sistema delle differenze elaborato da un gruppo può operare in 3 modi diversi:
- Un gruppo definisce diversità una caratteristica che ritiene di avere, o che sia di un altro gruppo, ma senza attribuirgli un valore; è una diversità non problematica. Non entra nel sistema delle differenze.
- Un gruppo carica di significati e valori negativi la differenza dell’altro gruppo, investendolo di un giudizio di inferiorità. Se utile al gruppo giudicante, questa differenza da noi verrà invocata per giustificare segregazione, sottomissione, sterminio.
- Il gruppo che giudica attribuisce a una o più caratteristiche un significato e un valore positivo. In genere le attribuisce a se stesso, ma in alcuni casi può riconoscerle a un altro gruppo, equiparandolo a sé. Accade anche che un gruppo attribuisca un carattere positivo ad un altro gruppo e non a se stesso, giudicandoli quindi migliori. Questo caso si verifica nelle situazioni di dominio. I dominatori sono superiori quindi il dominio che subiscono è giusto.
Quindi i sistemi delle diversità/differenze dei vari gruppi umani sono:
- Relazionali (il diverso è sempre diverso da e per qualcuno)
- Situazionali (chi è diverso in una situazione può non esserlo in un'altra)
- Variabili, dinamici (la diversità non è per forza permanente e definitiva)
Sistemi di differenze dinamici
I sistemi di differenze sono dinamici e cambiano nel tempo. Questo è dimostrato dall’alternarsi di ostilità e alleanze tra certi gruppi o anche all’interno dello stesso gruppo. Come nel caso dei tifosi di calcio in occasione del derby cittadino. Fanno riflettere i conflitti tra gli appartenenti alla stessa religione. In Europa dopo la riforma protestante della chiesa cristiana promossa da Martin Lutero nel XVI secolo, alla quale il papato rispose con la Controriforma cattolica, protestanti e cattolici si sono odiati e perseguitati per secoli. Contemporaneamente però perseguitavano la chiesa protestante riformata, anche se inizialmente erano insieme nel rifiuto della Chiesa Romana. Oggi cattolici e protestanti protestano contro la presenza di immigrati extracomunitari e dei loro discendenti, perché troppo diversi per poter essere accettati come parte della popolazione locale.
Diversità e immaginazione
Per alcuni studiosi i sistemi delle diversità e delle somiglianze sarebbero costruzioni mentali alle quali non corrisponderebbero fatti reali. Altri sostengono che diversità e differenze sarebbero immaginate, inventate, per giustificare oppressione e sfruttamento. Anche se la percezione e l’elaborazione delle diversità sono culturalmente condizionate ed hanno spesso una valenza ideologica, non significa che le diversità siano tutte immaginate. Ad esempio, anche se ci sono modi e tecniche diversi di elaborare un lutto, nessuno mette in dubbio che un vivo è diverso da un morto.
Pensare e parlare
Diverse scienze studiano il pensare e il parlare ma non si può veramente dire di aver capito come pensiamo e come parliamo. Siamo sicuri però dell’universalità degli strumenti del pensare e del parlare. Tutti i gruppi lo fanno e quindi tutti i gruppi producono gli strumenti per farlo. Non c’è lingua parlata che non possa essere appresa da altri.
Noi esseri umani pensiamo/parliamo di realtà immaginate, astratte, oltre che di quelle concrete. Questa capacità consente lo sviluppo di altre capacità e competenze importanti per la sopravvivenza della specie umana: la costruzione della memoria, la capacità di previsione, la verbalizzazione delle esperienze e quindi la loro comunicazione, l’accumulazione e la trasmissione dei saperi. Comporta quindi produzione sociale di cultura.
Cultura e ambiente
La specie umana ha sviluppato notevoli capacità di adattamento ad ambienti anche molto diversi tra loro, riuscendo a popolare tutto il pianeta. Tale processo si fonda sulla capacità di adattarsi e di manipolare l’ambiente così da adattarlo a sé. Nessuna delle due capacità è guidata da istinti, ma dalla capacità umana di produrre cultura, di interpretare le esperienze e dare significato al mondo. Per esempio, adattandosi ai diversi ambienti, la specie umana è diventata onnivora; prima inventando la raccolta collettiva e la redistribuzione dei vegetali commestibili, la caccia e la pesca; poi l’orticoltura, l’allevamento, l’agricoltura, le tecniche di conservazione dei cibi, fino alla contemporanea produzione sintetica di pillole nutrienti e alle biotecnologie. Ogni adattamento è stato la base della formazione di diversificazioni tra un gruppo umano e un altro; inoltre gli spostamenti, che hanno isolato i gruppi gli uni dagli altri per periodi più o meno lunghi, hanno favorito ulteriori diversificazioni. A giocare a favore delle diversificazioni interne alla specie sono state anche le divisioni sociali del lavoro.
Conclusioni somiglianze e diversità
- La specie umana presenta capitali somiglianze;
- La specie umana presenta moltissime diversità.
Etnocentrismo e relativismo culturale
Valorizzazione delle diversità e ostilità: alla loro unione è stato dato il nome di etnocentrismo. A questo è stato contrapposto il relativismo culturale.
Il termine etnocentrismo fu coniato dall’antropologo statunitense W. Sumner, nel 1907. È il termine tecnico che pone il proprio gruppo al centro di ogni cosa. Tutti gli altri vengono valutati e classificati in rapporto ad esso. Sumner afferma che ogni gruppo ritiene che le proprie tradizioni o folkways siano le uniche giuste e considera con disprezzo i gruppi con folkways diversi. Sumner dice anche che ogni società per vivere ha bisogno del rispetto di alcune regole. Queste non devono essere imposte con violenza ma devono essere interiorizzate dai membri della società e funzionare automaticamente. Questo processo si chiama inculturazione.
È un processo che comprende l’educazione (insegnamenti dati dagli adulti ai bambini), i costumi, le regole e le usanze di un gruppo, apprese e messe in pratica ogni giorno. Sono talmente interiorizzati che si produce quello che Vittorio Lanternari definisce etnocentrismo attitudinale (vi comprende anche gli etnocentrismi olfattivi, auditivi, gustativi, spaziali, temporali etc.). Sono modi di fare le cose così profondamente interiorizzati che li si considera “naturali”, ma sono invece prodotti culturali. Quando questi “modi di fare” vengono messi in discussione o si teme che possano essere modificati si ha una reazione etnocentrica.
Nel saggio “Ethnos e Civiltà” (1995) Carlo Tullio Altan suggerisce che l’integrazione e il funzionamento delle società garantiscono sopravvivenza e sicurezza dei membri, ma richiedono a questi un disciplinamento affinché i comportamenti siano compatibili con il funzionamento della società. Questo disciplinamento comporta delle limitazioni delle libertà, disponibilità a rinunce, fino alla messa in gioco della vita. Questi sacrifici vengono accettati se richiesti per qualcosa che vale. Per questo “qualcosa che vale” Altan suggerisce il nome di Ethnos (in greco significa popolo, cioè un gruppo umano di comune discendenza, comune territorio, lingua memoria del passato e usi comuni, costumi e regole condivisi).
La nozione di Ethnos è stata tradotta in etnia, termine usato in età moderna per definire i popoli extraoccidentali, senza istituzioni statali e leggi scritte, e ritenuti senza storia perché privi di scrittura alfabetica. La scienza che studia questi popoli fu chiamata etnologia, divenuta poi antropologia. È dal termine e dal concetto di etnia che Sumner ha ricavato la nozione di etnocentrismo. L’etnocentrismo può avere sviluppi molto pericolosi, come le ideologie aggressive e razziste, e può alimentare violenze e persecuzioni. Per questo molti hanno cercato un’alternativa nel relativismo culturale.
Atteggiamento tollerante, disposto a favorire la convivenza fra le culture, il multiculturalismo, le iniziative interculturali etc.
Inteso come dottrina filosofica (e quindi teorica) il relativismo si articola in:
- Relativismo cognitivo, secondo il quale da gruppo a gruppo, da cultura a cultura, variano sia i contenuti dei saperi, che le strutture del pensiero, e le categorie secondo le quali i saperi vengono prodotti e organizzati;
- Relativismo morale, secondo il quale nessuna azione umana può essere giudicata al di fuori del contesto culturale in cui è compiuta. Pertanto queste azioni non sono malvagie o nobili in assoluto, ma sono relative all’ambiente culturale in cui sono state concepite e messe in opera.
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