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Antropologia culturale

Cos’è l’antropologia

Il termine antropologia deriva dal greco è significa “studio dell’uomo”. Oggi l’antropologia è la

disciplina che studia le somiglianze e le diversità proprie della specie umana. Tali somiglianze e

differenze stanno in fatti alla base delle maggiori dinamiche relazionali protagoniste nello scenario

umano, tanto da avere in alcuni casi una rilevanza tale da decidere della vita o della morte di intere

popolazioni.

L’antropologia non è però l’unica scienza che si occupa dello studio dell’uomo. La sua peculiarità

risiede nelle modalità e condizioni all’interno della quale produce il suo sapere, ed in particolare:

- i postulati da cui si muove

- le ipotesi generali che fa proprie

- i campi di ricerca ai quali si applica

- metodi e tecniche di ricerca utilizzati.

L’antropologia è una disciplina nuova, le prime cattedre appaiono in Italia nella seconda metà

dell’Ottocento. Ovviamente l’antropologia degli inizi non era certo simile a quella moderna.

Quest’ultima si basa sugli studi che ebbero inizio a partire dalle conquiste coloniali dei paesi

occidentali tra il XVI e il XX secolo. Il contatto con popolazioni di altri continenti ha indotto ad

osservare e studiare le differenze del genere umano, tanto da diventare l’oggetto di studio

dell’antropologia. Dopo la riconquista dell’indipendenza a parte dei popoli coloniali, lo studio

antropologico ha continuato ad essere praticato in maniera locale, e fu chiamato dal mondo

occidentale antropologia dei nativi.

Come abbiamo già detto l’antropologia si occupa dello studio dell’uomo. Il termine “uomo” viene

dunque utilizzato per indicare la specie umana, l’umanità. L’antropologia, infatti, non si occupa

dello studio né degli individui singoli, né dell’uomo come concetto astratto, né come società intesa

come insieme di individui. L’antropologia studia la specie umana considerata una specie sociale,

poiché gli uomini non vivono né sopravvivono se non in società, in relazione gli uni con gli altri.

Dunque, l’antropologia studia la specie umana osservandone:

- relazioni: che esistono tra gli individui e che li tengono insieme

- strutture sociali: sistemi stabili di relazioni

- fatti sociali: concreto funzionamento materiale

- persistenze e mutamenti

I concetti di somiglianza e disuguaglianza influenzano molto la nozione di specie umana che

durante il corso della storia è stata molto discussa: cosa rende gli esseri umani diversi dagli altri

esseri viventi? Tutti sono esseri umani o ne esistono di inferiori o magari altri che non meritano di

chiamarsi umani?La risposta che di volta in volta si è data a queste domande si è basato proprio

sulle somiglianze e differenze. Alcuni esempi sono i greci che definivano barbari i non-uomini solo

perché parlavo lingue diverse, o li occidentali che consideravano uomini inferiori i neri solo per il

colore ella pelle, e così via dicendo. Dunque, il concetto di specie umana si basa sul riconoscimento

e il misconoscimento dell’appartenenza ad una determinata categoria. Si può dunque concludere

che l’inclusione e il riconoscimento di appartenenza alla specie umana è un dato assolutamente

variabile nel temo e anche in base al popolo di riferimento. L’antropologia cerca soprattutto di

capire perché un primo gruppo include o esclude il secondo dalla specie umana.

Somiglianze e diversità

Sembra evidente che le somiglianza portino ad una relazione pacifica e le differenze ad una

conflittuale. In realtà non è esattamente così, anche perché anche il concetto di somiglianza e

differenza cambia da popolo a popolo, da cultura a cultura.

E’ importante sottolineare che qualcuno è sempre diverso per qualcuno, non si è diversi in sé e per

sé. Si è diversi perché qualcuno rileva una caratteristica che viene da lui considerata rilevatore di

diversità. Un nero è diverso se vive tra i bianchi ma in africa sarà il bianco ad essere diverso. Inoltre

gli indicatori di diversità si attivano come tali solo in base alla situazione relazione in cui si viene a

trovare: a Roma una ragazza vestita di nero con un abito lungo scuro viene considerata diversa, ma

se quatta ragazza si veste così per seguire un corteo funebre allora è considerato normale.

Le teorie sugli indicatori di diversità sono tante: c’è chi pensa che siano immutabili, mutabili,

transitorie, ecc. alcuni esempi:

- le diversità sono immutabili e vengono attribuite a fattori causali anch’essi immutabili come

divinità. E’ il caso della religione cristiana, in cui il popolo ebreo era quello eletto e le donne

erano inferiori agli uomini. O il caso del racconto degli indio-americani del grande spirito

che fece tre statuette di ceramica, una troppo cruda, una troppo bruciata e una colorita al

punto giusto.

- Le diversità sono immutabili ma dipendono da spiegazioni scientifiche ossia la trasmissione

del Dna, in cui risiedono caratteri somatici ma anche qualità morali come la predisposizione

alle grandi imprese o ai vizzi. Da qui nasce il razzismo, dall’idea che la filiazione porta ad

avere discendenze secolari che identificano una razza caratterizzata dagli stessi geni, razze

che possono essere superiori o inferiori, e in quest’ultimo caso devono essere relegate ai

margini della società.

- Le diversità dipendono da fattori ambientali, così i montanari sono irascibili e introversi

mentre i polinesiani sono allegri e solari

- Le diversità dipendono dall’effetto dell’ambiente sociale sugli individui. Ciò vuol dire che le

diversità sono mutevoli poiché un soggetto può essere educato ad una certa cultura e

diventare uguale agli altri.

Il fatto di riconoscere ad un gruppo delle diversità implica la presa di coscienza da parte del popolo

giudicante della propria diversità rispetto al popolo giudicato(noi non siamo come loro). Dopo

questa presa di coscienza avviene un processo di significazione della diversità attribuita a e da un

gruppo, e dunque gli si dà un giudizio di valore. Questa valutazione è da un lato

assoluta(bene/male) dall’altro comparativa(più o meno di). Tale valutazione permette di passare e

trasformare la diversità in differenza: essa non è solo la percezione della non-somiglianza, ma la

valutazione, il giudizio buono o cattivo di tale diversità.

Ci sono tre tipi di giudizio:

- una diversità vista come negativa ma non considerata problematica

- una diversità vista negativamente considerata una forte “differenza da noi” a cui dunque si

attribuisce un forte valore di inferiorità, insufficienza, malvagità, ecc.

- una diversità considerata una qualità che viene comunque attribuita ad un altro gruppo. Può

capitare che essa sia considerata un fattore che rende gli altri uguali a noi, oppure che li

renda superiori a noi, contribuendo all’istaurarsi di meccanismi di scambio e collaborazione.

E’ il caso di quei popoli sottomessi che considerano i loro tiranni come migliori di loro, e

dunque è giusti che vengano dominati.

Tali valutazioni vanno a formare un vero e proprio sistema delle differenze. Tale sistema viene

appreso sin dalla nascita come modalità di conoscere e riconoscere gli altri giudicandoli, diventa la

nostra maniera di vedere il mondo e la vita, insomma la nostra cultura. Ma se le diversità erano

mutevoli, anche il sistema di differenze sarà mutevole.

L’esperienza delle diversità

Ma le diversità esistono realmente o sono solo frutto della mente umana?

Molte posizioni teoriche sostengono che le differenze umane esistono solo a causa del l’esigenza

dell’uomo di categorizzare il mondo, di ordinare le proprie esperienze; teorie più pessimistiche

affermano che le differenze sono create ad hoc dall’uomo per giustificare delle azioni riprovevoli

dome il dominio, la tirannia o i genocidi.

Sebbene sia vero che le differenze sono create dalla mente umana, bisogna comunque ricordare che

le differenze sono anche fattuali, sono tangibili e rilevabili tramite la semplice percezione

sensoriale: ciò che è nero non può essere bianco, esitino forme diverse, consistenze diverse, ecc.La

differenza tra i sessi è un fatto reale, almeno per il solo fatto che è la donna che partorisce i bambini.

Ma il fatto che le differenze fattuali possono essere riconosciute oggettivamente non basta per

mettere d’accordo i giudizi di valore: è per tutti assodato che su Hiroshima sia caduta la bomba

atomica e che abbia fatto danni immensi ma c’è chi pensa che sia stata una catastrofe vergognosa e

c’è chi pensa che sia stata una buona mossa.

Questo ci porta a riflettere che non esiste una verità oggettiva, ma che essa va cercata. Tale ricerca

che un aspetto che però accomuna tutti gli uomini.

Ciò che differenzia gli uomini dagli altri esseri viventi è la produzione di linguaggio ma soprattutto

il pesare. Queste due capacità ci danno la possibilità di entrare in comunicazione gli uni con gli

altri. Gli strumenti del pensare e del parlare sono universali per tutti gli esseri umani. Ci sono lingue

diverse e modi di pensare diversi, ma tutti hanno la facoltà di pensare e parlare. Questa è una

caratteristica, insieme alla relazionalità, specifica della specie umana.

Cosa ancora più fondamentale è che tutte le azioni compiute dall’uomo, come anche l’adattamento

e la manipolazione dell’ambiente, non sono solo frutto degli impulsi.

Le capacità di parlare e pensare, inoltre, danno l’avvio allo sviluppo di numerose altre attività

cognitive essenziali per la sopravvivenza umana, come la memoria, la previsione, l’espressione,

ecc. che contribuiscono a formare una cultura.

Come le diversità e le verità, anche le culture sono tante e diverse. Ogni cultura dipende dallo

specifico modo che un popolo ha sviluppato per adattarsi ad un ambiente e manipolarlo a suo

favore; l’uomo popola quasi tutta la superficie terrestre che è formata da ambienti molto diversi.

In conclusione,le diversità che i gruppi umani si attribuiscono avvicendevolmente sono meri

prodotti immaginari ma poggiano su basi fatturali che sono il prodotto del processo di formazione

di cultura che dura da millenni.

Etnocentrismo e relativismo culturale

Il termine “etnocentrismo” fu coniato dall’antropologo Sumner nella sua opera Costumi,

definendolo come il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è

considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso.

Per “classificare” intendiamo attribuire agli altri una precisa categoria e quindi degli attributi che

però derivano dalla nostra personale esperienza e quindi non sempre sono i più adatti per descrivere

culture diverse. Per “valutare” si intende attribuire un valore di giudizio positivo o negativo.

Ovviamente tali classificazioni e valutazioni non sono mai frutto di un’analisi razionale.

L’etnocentrismo, infatti, si costruisce in base alla percezione soggettive di cose che riteniamo

diverse dalle nostre. Nessuno di noi può realmente essere libero dall’etnocentrismo poiché ognuno d

noi, anche inconsciamente, ha interiorizzato dei pregiudizi etnocentrici; ed è una cosa assolutamente

normale. L’esistenza di una società è garantita dal rispetto di norme e regole condivise. Per essere

condivise, tali regole devono essere interiorizzate, poiché non basta essere costretti a rispettare ma

dobbiamo anche sentirle nostre e pensare che siano giuste. L’interiorizzazione avviene in quel

processo chiamato di inculturazione.

L’inculturazione comprende anche ‘educazione, ossia le regole che vengono esplicitamente

insegnate dai genitori ai bambini, ma è molto di più. Comprende l’apprendimento e

l’interiorizzazione inconsapevole di costumi, usanze del gruppo che vengono messe in atto dai

singoli nella vita quotidiana. Stiamo parlando di esperienze semplici, di semplici odori o rumori che

vanno a creare la nostra personale percezione del mondo, la maniera in cui le cose devono essere

fatte, ciò che è bene e ciò che è male. Tutte queste esperienze vengono integrate così profondamente

da far parte del nostro equilibrio psichico; e questo porta a creare l’etnocentrismo attitudinale.

Il termine etnocentrismo attitudinale è stato coniato da Lanternari che cercava di sottolineare come

ognuno di noi possiede un etnocentrismo sensoriale, olfattivo, gustativo, ecc. ma non è né

assolutamente cosciente. Questi “modi di fare le cose” vengono fortemente interiorizzati tanto dea

essere ritenuti naturali e per questo i più giusti. E’ per questo che ognuno di noi è almeno in minima

parte etnocentrico, ed è per questo che mettiamo in atto dei meccanismi di difesa nel caso in cui i

nostri costumi, le nostre sicurezze, vengono messe in discussione o risciano di essere modificate.

Ma non è tutto, le regole di una società da un lato ne garantiscono la sopravvivenza, dall’altro

chiedono ai membri di disciplinare il proprio comportamento proprio per rispettare le regole; questo

vuol dire limitare la libertà personale, i propri desideri, aspettative, ecc. tutto ciò può essere fatto

solo in virtù di qualcosa che vale. C’è bisogno che il singolo attribuisca un valore morale alla

società e che si identifichi con essa, convincendosi che il bene della comunità e anche il proprio.

Solo questo, infatti, può spingere gli uomini a combattere per la patria, o le donne a dare i propri

figli per la patria. Queste posizioni possono però essere estremizzate e diventare quello che

Lanterari ha definito etnocentrismo ideologico: si viene a creare un sistema assolutamente radicale

di differenze e somiglianza in forma assolutamente consapevole, che può trasformarsi in sistemi di

idee di superiorità o inferiorità. E’ da questo tipo di etnocentrismo che si vengono a creare le teorie

razziste, ed è proprio in virtù di questa possibilità negativa che si è cominciato a praticare il

relativismo culturale.

Relativismo culturale

Per relativismo culturale si intende una sorta di atteggiamento tollerante disposto a lasciare spazio a

pratiche e usanze diverse promovendo la convivenza di culture.

Bisogna sottolineare che c’è una differenza tra il relativismo metodologico come strumento

dell’antropologia e il relativismo come dottrina filosofica. Ci occuperemo per ora del secondo.

Si divide in:

- relativismo cognitivo: da gruppo umano a gruppo umano variano non solo i contenuti dei

saperi ma anche le strutture di pensiero, le categorie utilizzate per definire ed organizzare il

mondo

- relativismo morale: nessuna azione umana può essere giudicata a di fuori del contesto

culturale in cui viene compiuta, al di fuori dei valori e delle norme che la ispirano.

Il problema del relativismo, che per monto tempo è stato discusso, è che da un punto di vista

positivo promuove l’assoluta pace e tolleranza, ma visto da un lato negativo è assolutamente

incoerente, inapplicabile. Il relativismo cognitivo, per esempio, afferma che non ci può essere un

sapere, una verità assoluta, poiché ogni verità è relativa alla cultura dalla quale nasce, però la sua

stessa definizione è una regola ed una verità assoluta che dovrebbe in teoria valere per tutte le

culture. Così come il relativismo morale ha come conseguenza negativa che ogni azione, anche

quella più deplorevole, sconvolgente e aggressiva, può essere giustificata dal fatto che proviene da

una cultura che quanto meno ne motiva la validità.

Inoltre, tra i sostenitori del relativismo abbiamo coloro che portano avanti il relativismo

differenzialista che sostiene che ogni cultura debba essere accettata purchè resti circoscritta a coloro

a cui appartiene e che nessuno pretenda di “uscire” dalla propri cultura di appatenenza. Leggendo

questa affermazione tra le righe, vuol dire che ogni cultura deve essere relegata e segregata in un

luogo preciso e che ognuno rispetti l’altra ma senza venire a contatto; è sostanzialmente una nuova

concezione razzista.

Fare antropologia: studio delle diversità e delle somiglianze

Fino ad ora abbiamo definito l’antropologia una disciplina, ma agli inizi veniva chiamata scienza. In

passato si riteneva che l’antropologia dovesse seguire le leggi delle scienze naturali e che, come

queste, dovesse trovare delle leggi naturali capaci di spiegare la diversità umana. Nel XX secolo si è

invece diffusa l’idea che l’antropologia non potesse essere assimilata alle scienze naturali e che

invece dovesse essere considerata una disciplina umanistica. Le prima, infatti, si basano su una

distinzione netta tra il soggetto conoscente e l’oggetto studiato e sul fato che il primo possa

sviluppare conoscenza oggettiva sul secondo. Per l’antropologia questa regola non può essere

assoluta, anche solo per il fatto che ogni oggetto di studio è anche un soggetto conoscitore. Per

contro, l’antropologia non è nemmeno una narrazione soggettiva delle esperienze dell’antropologo.

Ciò che hanno in comune l’antropologia e le scienze naturali è l’assoluto rispetto del metodo.

Dunque, si preferisce parlare di disciplina.

Il primo compito dell’antropologia è la ricognizione delle diversità, ossia osservare, descrivere e

catalogare le diversità umane nei specifici contesti in cui si verificano. Questo lavoro viene svolto

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof D'Agostino Gabriella.
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