La spiegazione più classica per l'imperialismo chiama in causa gli interessi economici: le potenze occidentali (i loro governanti, le loro élite economiche e finanziarie) possono desiderare il controllo di paesi lontani per le materie prime che offrono; o perché vi trovano i mercati per la collocazione dei prodotti della madrepatria; o ancora perché costituiscono aree di investimento verso le quali si orientano i capitali degli investitori occidentali; o infine perché offrono specifici vantaggi ambientali.
La prima formulazione importante di questa interpretazione del fenomeno è dovuta all'economista inglese John A. Hobson (1858-1940) il quale nel libro intitolato appunto "L'imperialismo" del 1902, ritiene che la causa dell'espansione europea debba essere cercata nella sovraccumulazione di capitale in cerca di investimento, che è propria dell'economia occidentale di fine Ottocento. E l'eccesso di risorse accumulate, le quali non riescono a trovare impieghi in un'economia già al punto massimo di espansione, a spingere verso la ricerca di nuovi territori che possano offrire nuove e fruttuose occasioni di investimento. La linea segnata da Hobson viene ripresa da un socialdemocratico austriaco, Rudolf Hilferding (1877-1941), il quale nel libro "Il capitalismo finanziario" del 1910 sostiene che la caratteristica essenziale dell'imperialismo sta nell'accordo triangolare che si crea tra banche, grandi imprese e governi dei paesi che le ospitano, uniti nella ricerca di nuovi mercati e nuovi spazi per l'investimento di capitali eccedenti. Inoltre è importante, per l'influenza politica che esercita, anche "L'imperialismo, fase suprema del capitalismo" del 1917, opera del leader bolscevico russo Lenin: accogliendo le indicazioni di Hobson e Hilferding, Lenin ritiene che la ricerca di nuovi mercati o di nuovi ambiti di investimento sia l'ultima fase di sviluppo del capitalismo (cioè del sistema economico basato su investimenti di risorse monetarie in attività di produzione industriale), tale fase è caratterizzata dalla piena saturazione dei mercati interni, ragione per cui gli operatori economico-finanziarie (banche, grandi aziende), sostenuti dai governi, cercano soluzioni di investimento in aree meno sviluppate. Questa ricerca non richiede sempre e necessariamente l'occupazione militare delle aree che si vogliono controllare poiché possono esserci anche forme di dominio indiretto fondato sulla subordinazione economica dei paesi meno sviluppati.

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