La Brexit spiegata ai maturandi in 5 punti

Marcello G.
Di Marcello G.

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È l’argomento che sta animando il dibattito politico-economico in Europa e nel mondo nelle ultime ore: la Brexit. Un termine dietro cui si celano tanti interrogativi sul futuro della Gran Bretagna e, di riflesso, di milioni di cittadini del “vecchio continente”. Ma cos’è questa famigerata Brexit? È forse il caso che anche gli studenti alle prese con la maturità lo sappiano: non è escluso che possa capitare una domanda nella terza prova; ma soprattutto che costringa quanti hanno deciso di fare una tesina sull’Unione Europea a rivederne il contenuto. Ecco, dunque, i punti salienti di questo passaggio storico.

1. Cosa significa il termine Brexit
Prende spunto da Grexit, il rischio di un’uscita della Grecia dall’Eurozona che spaventò i mercati nel 2015. La parola Brexit non è quindi altro che l’unione di “British” e Exit, ovvero la decisione presa dal popolo inglese di avviare l’uscita del proprio Paese dall’Unione Europea. A sancirla un referendum consultivo che si è tenuto proprio in questi giorni (il 23 giugno) e che ha visto prevalere il fronte dei favorevoli all’addio con il 51,9% dei voti. Un verdetto clamoroso, ma fino a un certo punto; il popolo inglese storicamente ha sempre mal digerito le regole della UE; la dimostrazione più evidente c’è stata con il rifiuto di aderire alla moneta unica europea, l’Euro.

2. Come è potuto accadere?
Fino a dieci anni fa sarebbe stato impossibile pensare a un’ipotesi del genere. Dal 2007 però, con l’approvazione del Trattato di Lisbona, che disciplina attualmente il funzionamento della UE, le cose sono cambiate. Dietro pressione di quegli Stati meno convinti della totale integrazione continentale - tra questi l’Inghilterra è storicamente un capofila – nel Trattato di Lisbona è stato inserito un articolo che prevede proprio la possibilità per un Paese membro di uscire dall’Unione. L’articolo 50 recita quanto segue: "Ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali". Lo spunto con cui è stato organizzato il referendum inglese.

3. Cosa succede ora
A prescindere dal fatto che metà degli inglesi hanno deciso di non voler far più parte dell’Unione Europea, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE – ipotesi ancora eventuale - sarà un processo lungo; potrebbe durare anche dieci anni. Il referendum, infatti, non è legalmente vincolante; sarà il premier inglese che da oggi in poi sarà incaricato di guidare il Paese (David Cameron, sostenitore del fronte anti-brexit, si è appena dimesso) a dover attivare ufficialmente la procedura in sede di riunione dei capi di Stato e di Governo della Ue. Solo a quel punto inizieranno i negoziati con cui saranno stabilite le condizioni dell’uscita; per farlo le istituzioni comunitarie avranno due anni di tempo; in questa fase il governo di Londra e i parlamentari europei britannici continueranno a far parte formalmente della UE, con diritto di voto, ma non potranno partecipare attivamente alle decisioni sul dopo-brexit. Ma non finisce qui, perché dopo il ritorno a un’Europa a 27 (attualmente sono 28 gli Stati membri) si dovranno modificare tutti i trattati e gli accordi che hanno visto la firma della Gran Bretagna: programmi di ricerca, flussi di studenti (pensate ad esempio all’Erasmus), accordi commerciali. Insomma un percorso complesso che dovrà evidenziare una profonda e convinta volontà di uscire. E poi, in teoria, c’è ancora la possibilità di bloccare questo processo prima che produca i suoi effetti: con una legge approvata dal Parlamento, anche se ad oggi sembra un’ipotesi improbabile.

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4. Quali conseguenze
L’impatto maggiore della Brexit sarà sulla libera circolazione dei cittadini britannici negli altri 27 Stati. Oggi è sufficiente la carta d’identità per muoversi all’interno dell’area Schengen, dopo l’uscita ufficiale probabilmente gli inglesi dovranno chiedere un visto per viaggiare nell’Europa continentale. Gli altri cittadini europei, invece, non dovrebbero subire conseguenze; quindi, per ora, niente visto. Sul fronte economico, l’inevitabile iniziale crollo della sterlina nei confronti dell’euro ridurrà il potere d’acquisto della Gran Bretagna. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le aziende straniere con sedi nel Regno Unito, per ragioni fiscali, potrebbero decidere di chiudere le proprie succursali e trasferirle in altri Paesi della UE. Anche i commerci potrebbero subire delle contrazioni: è facile immaginare che le esportazioni dei prodotti inglesi verso gli Stati membri caleranno sensibilmente a causa dei dazi doganali, destinati a crescere. E per gli italiani? Chi paga le tasse in Gran Bretagna da cinque anni potrà chiedere un permesso di residenza e la doppia cittadinanza. Gli altri saranno costretti a chiedere periodicamente un permesso di soggiorno per continuare a risiedere in Inghilterra. In futuro, chi vorrà trasferirsi a Londra dovrà trovare un’occupazione prima di partire e ottenere un visto che gli consenta di lavorare nel Paese. Saranno rimodulati (e abbassati) anche i sussidi statali che vengono dati agli stranieri in cerca di lavoro. Mentre gli studenti continueranno a poter chiedere un visto per motivi didattici ma dovranno scordarsi il prestito (da restituire dopo la laurea) che, attualmente, viene erogato per coprire le tasse universitarie; tradotto: studiare nel Regno Unito diventerà sempre più costoso.

5. In ballo la tenuta dell’Unione Europea
Lo spettro maggiore che si accompagna alla Brexit è un rischio contagio verso gli altri Paesi che non vedono di buon occhio l’azione dell’Unione Europea, soprattutto in campo economico, o al cui interno crescono i movimenti cosiddetti “euroscettici”. A poche ore dall’esito del referendum, ad esempio, in Francia e in Olanda sta già montando il coro di quanti vorrebbero una consultazione pubblica anche nel proprio Paese. Il pericolo potrebbe essere che, la piccola crepa aperta dalla Gran Bretagna, possa nei prossimi anni diventare una voragine in grado di inghiottire l’architettura su cui è fondata l’intera Unione Europea.

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