Daniele di Daniele
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Mastro Don Gesualdo di Verga

Mastro Don Gesualdo è un romanzo molto celebre scritto dall'autore siciliano Giovanni Verga, il più grande esponente della corrente letteraria verista italiana, la quale si è sviluppata in Europa nel corso dell'Ottocento. Il romanzo fa parte del noto Ciclo dei vinti ed è ambientato a Trizzini, in Sicilia. Nel libro dello scrittore siciliano vengono rappresentate varie classi sociali, le quali utilizzano registri linguistici differenti. Per questo motivo il romanzo ha richiesto un grande impegno per Giovanni Verga, il quale ha lavorato a questo grande capolavoro per anni e anni.
Quella che viene raccontata è la storia di tre fratelli siciliani: Donna Bianca, Don Diego e Don Ferdinando e il racconto ruota in particolare modo su questi tre personaggi.

Indice

Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga - Versione alternativa 1

Mastro Don Gesualdo, descrizione - Versione alternativa 2
Mastro Don Gesualdo, analisi - Versione alternativa 3
Mastro Don Gesualdo, recensione - Versione alternativa 4
Mastro Don Gesualdo, riassunto - Versione alternativa 5
Mastro Don Gesualdo, scheda - Versione alternativa 6
Mastro Don Gesualdo, storia - Versione alternativa 7
Mastro Don Gesualdo, spiegazione - Versione alternativa 8
Mastro Don Gesualdo, trama - Versione alternativa 9
Mastro Don Gesualdo, commento - Versione alternativa 10

Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga

Notizie sull’autore: Giovanni Verga nasce a Catania nel 1840 e si trasferisce nel 1865 a Firenze, l'allora capitale d'Italia, dove, dopo aver composto il suo primo romanzo, I carbonari della montagna, conosce Capuana e i maggiori intellettuali dell'epoca avvertendo l'influenza dei francesi Balzac, Flaubert e Zola. Alcuni anni dopo, nel 1872, Verga si trasferisce a Milano, dove resta fino al suo definitivo ritorno a Catania, nel 1893. Qui trascorre in solitudine gli ultimi anni della sua vita, morendo il 22 gennaio 1922. La vita letteraria del Verga si divide in due differenti parti: la prima tra il '66 e il '74 durante la quale scrive romanzi d'intonazione tardo-romantica come Storia di una Capinera, Tigre Reale o Eros; sono racconti di amori travolgenti con gran sensualità e passionalità, conditi da sottigliezze psicologiche. Con la novella Nedda del 1874 inizia la fase d'indirizzo verista e qui troviamo gli scritti più famosi del Verga: Vita dei Campi (1880), Novelle Rusticane (1883) e il ciclo dei Vinti di cui fanno parte I Malavoglia (1881) e Mastro Don Gesualdo (1889). I Vinti è un ciclo di racconti incompleto, il progetto originario prevede un ciclo di cinque romanzi che raffigurino cinque esponenti di classi sociali via via più agiate. Verga muore lasciando l’inizio de La Duchessa dei Leyra, e de L'onorevole Scipioni e de L'Uomo di lusso non ha lasciato che i titoli.

Mastro Don Gesualdo,personaggi: Nel racconto i personaggi sono davvero numerosissimi, alcuni dei quali presentati dettagliatamente, altri guardati solamente di sfuggita.

* La Famiglia Motta: questa famiglia, quella del protagonista, è composta da fornaciai e da muratori, ovverosia: Mastro Don Gesualdo, un muratore che si è arricchito con il suo lavoro; Mastro Nunzio, suo padre, il quale possiede le miniere di gesso; Santo Motta, il fratello minore di Gesualdo; Speranza, la sorella con il marito Burgio e i loro figli; Isabella Motta Trao, figlia di Gesualdo e Bianca Trao nata però dall'amore di Bianca con Ninì Rubiera; vi sono poi vari dipendenti dei Motta, tra i quali: Diodata, fedele serva alla Canziria, essa deve sposarsi con Nanni L'Orbo, ma ha avuto due figli da Don Gesualdo; Carmine, Brasi, mastro Nardo, Agostino, Neli, Cola Ventura, Mariano, manovali al servizio di don Gesualdo. Purtroppo per lui don Gesualdo non è molto amato tra la nobiltà, infatti si è arricchito con le sue mani con il lavoro ed il sudore della sua fronte e anche quando inizia a frequentare i luoghi dei nobili resta comunque un borghese, guardato sempre di traverso perché ha le mani callose dal lavoro. Ma Don Gesualdo fa comunque parte dei vinti, della borghesia senza riscatto; infatti anche quando muore viene sbeffeggiato dalla servitù, morirà infatti nella dimora del genero che ha scialacquato i suoi soldi, il vecchio leone morirà in una casa di un altro senza nessun affetto, come era successo al padre Nunzio e alla moglie Bianca che non erano stati da nessuno tranne che appunto da Gesualdo ed il suo amore contadino. Ma il mastro è un uomo solo, con Bianca era riuscito ad avere un approccio, seppur protetto dal pudore contadino, mentre con Isabella è tutta un'altra cosa, lei si vergogna del padre e lui dal canto suo è costretto a sacrificarla alla nobiltà.

* La Famiglia Trao: sono nobili decaduti che vivono nella squallida miseria del loro grandissimo palazzo ormai in rovina e in procinto di cadere a pezzi. Questa un tempo nobile famiglia è composta da tre fratelli: don Ferdinando, il più anziano dei tre, rimbambito e non molto furbo; don Diego, il secondogenito, molto più furbo del fratello maggiore, è lui che cerca di far qualcosa dopo lo scandalo tra la sorella Bianca e Nini Rubiera, suo cugino; ultima sorella è appunto Bianca, la quale sposerà Gesualdo. I Trao sono una famiglia di cocciuti, rappresentano l'aristocrazia in decadenza, ormai povera, e il loro palazzo ne è lo specchio, ma non accettano lo stesso di lavorare come la gente comune né di affittare camere del loro prezioso palazzo. Il loro decadimento è causato dalla loro stupidità.
* I numerosi parenti Trao: sono quasi tutti i nobili del paese, ovvero: la Baronessa Rubiera, ricca cugina Trao, e suo figlio Nini, il quale ha provocato lo scandalo con Bianca; al servizio Rubiera vi sono Vito Orlando, Giacalone, Rosaria, Alessi e il garzone Gerbino; vi sono poi Zia Mariannina Sganci, il barone Mendola, cugino Trao come donna Sarina Cirmena, zia tra l'altro di Corrado Lagurna, a cui vorrebbe dare in sposa Isabella; il Marchese Limolì, parente d'animo buono che capisce la gente e due parenti poveri: Zia chiara Macrì e il barone Zacco.
* Altri personaggi importanti: il canonico Lupi, persona presente in tutti gli intrighi del paese e con le mani in pasta dappertutto, è lui che aiuta a trovare un compagnio a Bianca e a Ninì e che vuole comprare le terre di Zacco assieme alla Baronessa di Rubiera; don Calogero Bugno, arciprete; Padre Angelino, confessore; fra Girolamo, il frate rivoluzionario; il dottor Tavuso, medico del paese; Il notaro Neri; il capitano e la capitana; il Capitano d'arme don Bastiano Strangafame, che alla fin fine sposerà al posto di Nini Fifì Margarone, che fa appunto parte della famiglia Margarone: don Filippo, donna Bellonia, Fifì, Giovannina, Mita e Nicolino; donna Giuseppina d'Alosì, la ricca vedova che sposerà Ninì; Marina di Leyra, amica di Isabella e suo fratello Alvaro Ferdinando Maria Garganatas d Leyra, che sposerà Isabella Motta Trao; i commedianti Pallante e Aglae; I medici di Caltagirone don Vincenzo Capra e don Muscio.

Analisi Mastro Don Gesualdo: "Mastro Don Gesualdo" è diviso in quattro parti ed ha come centro Vizzini nella Sicilia borbonica degli anni venti prima dell'unità d'Italia. Il racconto inizia all'alba del giorno di San Giovanni, santo patrono di Vizzini, quando le campane svegliano gli abitanti del paesello per accorrere al palazzo dei Trao, in fiamme. Tutto il Paese accorre per spegnere l'incendio e anche per spettegolare sui Trao, ma in quel trambusto don Diego scopre la sorella Bianca in camera con il cugino Ninì, se si venisse a sapere sarebbe uno scandalo, ma il fatto passa Inosservato tra i paesani intenti a spegnere il fuoco capitanati dall'operoso Gesualdo che fa quanto gli è possibile per evitare che succeda qualcosa alla sua roba. Il giorno successivo don Diego si reca dalla cugina Rubiera, madre di Ninì, chiedendo un matrimonio riparatore tra i due, ma la ricca e operosa cugina va su tutte le furie, suo figlio dovrà mettere la testa e sposare una donna ricca e d'alto rango, in quanto a Bianca non sarà difficile trovarle un11 gennaio 2000 marito adeguato. E così grazie all'aiuto del canonico Lupi, gia compagno d'affari meno santi con la baronessa si decide di maritare Ninì con Fifì Margarone e Bianca con don Gesualdo. Il primo matrimonio non andrà in porto, mentre il secondo si, anche se Bianca accetta di sposare Gesualdo solo per riparare al danno commesso con Ninì. Ma Don Gesualdo è un brav'uomo, sempre pronto con i suoi soldi ad aiutare perenti ed amici, e pensa che Bianca, anche senza dote è pur sempre una nobile: lei metterà il nome e lui la ricchezza. Infatti quando nascerà una figlia prematura (frutto infatti degli amori prematrimoniali di Bianca), verrà chiamata Trao Motta Isabella. Il padre vuole che lei sia una vera signora, e la manda in collegio, ma lei lo delude innamorandosi con un cugino poeta e spiantato: Corrado La Gurna. La relazione è duramente ostacolata da Gesualdo che così facendo si fa odiare anche dalla figlia che però poi finisce per cedere, accondiscendendo al padre e accettando di sposare, con l'aiuto del marchese Limolì un attempato nobile, Alvaro Filippo Maria Gargantas de Leyra, andando a vivere nella sua casa. Con la partenza di Isabella iniziano i guai di don Gesualdo: infatti il genero non fa altro che attingere alle sue casse, parenti, amici e vicini si accaniscono contro di lui infangando il suo nome e le sue ricchezze e Bianca muore consumata dalla tisi e dal dolore della lontananza della figlia. Gesualdo rimane solo, tormentato dai dolori allo stomaco causatigli dal cancro e anche i più quotati medici non sanno che fare per lui. A questo il genero che lo detesta con tutto il cuore decide di trascinarlo nella sua casa di Palermo per guadagnarne l'eredità e promettendogli le cure dei migliori medici. Non c'è però nessuna speranza per il vecchio leone che morirà roso dal cancro in una casa non sua Trascorrendo le ultime ore della vita in compagnia solo di un servo che lo sbeffeggerà. Nemmeno dopo la sua morte qualcuno avrà delle belle parole da destinargli.

Commento: "Mastro Don Gesualdo" è un libro difficile e pieno di messaggi, rispecchia la vita dei borghesi dell'epoca al confronto con i nobili, l'arroccata e rapace nobiltà, con i trasandati Trao Verga vuole forse mandare un massaggio alla nobiltà stupida e zuccona, la nobiltà che vuole vivere solo di rendita, che non scende a compromessi anche a costo d'andare in rovina, mai disposta a mollare né a rimboccarsi le maniche e a lavorare a fianco dei "plebei", in questo caso l'unica eccezione sta per la Baronessa di Rubiera, indaffarata anch'essa nel lavoro dei suoi campi e nella vendita del suo grano. Gli eroi del Verga sono infatti i poveri e gli umili e se qualcuno come Gesualdo tenta di invertire le regole si troverà tutti contro, dai parenti agli amici, dai vicini a persino i famigliari; attorno al cadavere del Mastro, infatti si svolge il chiacchiericcio persino dei servi, cosa che in una normale circostanza non si sarebbero mai permessi di fare.

Mastro Don Gesualdo: Ambientazione: La vicenda di Mastro Don Gesualdo è ambientata a Vizzini, centro agricolo non molto distante da Catania. Vizzini è un grande e animato borgo campagnolo dove convivono persone di ogni genere. Non vi sono riferimenti a fatti storici o date specifiche, vi sono accenni in alcuni punti al 1820-21 e al 1837; si presume che lo svolgimento si collochi tra il 1820 e il 180-45.

Personaggi Mastro Don Gesualdo:
* Mastro Don Gesualdo: il protagonista, uomo forte e robusto dall'aspetto forse calmo e pacifico ma che nasconde in realtà il prototipo di self-made-man testardo e sicuro. Si è costruito la fortuna con le sue mani, ha guadagnato (a volte in modo disonesto) ed ora si trova attaccato alla "roba" e ai suoi campi fino al punto di diventare cattivo nei confronti di chi ostacola la sua ascesa. Non si preoccupa troppo della moglie e della figlia perchè è troppo preso dai suoi affari; riesce a fare studiare la figlia nelle scuole perchè la gente parli bene di Isabella, educata e ricca. Il suo attaccamento alla roba sarà la sua rovina fisica e psicologica, la paura dello sperpero lo spaventa fino al punto di morire accorgendosi forse, che in realtà non era mai stato felice veramente.
* La famiglia Trao: Don Diego e Don Ferdinando sono i tipici nobili del paese attaccati a certi valori e a certe tradizioni ormai passate che vedono nella nobiltà e nelle proprie ricchezze le ragioni principali di vita, per questo si sentono persi quando brucia il loro palazzo con i loro averi. Evidenziando questo loro modo di pensare anche quando non si dimostrano d'accordo con Bianca quando decide di sposarsi e di andarsene da casa. Bianca invece è la classica vittima delle situazioni negative. Debole, infelice e ammalata per tutta la vita sposa un uomo che ama solo la sua posizione nobile, che non è nemmeno il padre di sua figlia. È dolce, sensibile, tranquilla, buona, calma, sincera; la classica ragazza brava e religiosa che tutti odiano e amano allo stesso tempo e così rimarrà fino alla morte.
* Don Ninì e la Baronessa Rubiera: sono i classici parenti ricchi di Trao, che si prestano a concedere favori soltanto in situazioni veramente tragiche. La baronessa è una donna arrivista, ricca, ambiziosa e molto attaccata alla roba, quasi come Gesualdo. Rimane senza parola e paralizzata solo quando viene a sapere della relazione del figlio con l'attrice perchè si sente ferita nella sua nobiltà di famiglia. Don Ninì è il tipico scavezzacollo di paese a cui piace divertirsi senza pensare troppo ai problemi della vita anche se sembra cambiare quando si innamora di Bianca. Dopo l'amore improvviso per l'attrice (alla quale dà anche un figlio) si trova di fronte a molte difficoltà (la madre è paralizzata per causa sua) e quindi si trova di fronte a un matrimonio quasi obbligato che lo costringe a mettere la testa a posto, anche se forse in fondo in fondo rimane sempre lo stesso.
* Famiglia Margarone: è formata da mamma, papà Margarone, donna Giovannina, Donna Mita, Donna Bellania, Donna Fifi e dal piccolo nicolino. Una famiglia che riveste un gradino importante all'interno dei pettegolezzi di Vizzini, soprattutto per quanto riguarda donna Fifì e mamma Margarone. Sono due donne vanitose, orgogliose, permalose e si considerano superiori alle altre per ricchezza e aspetto fisico di cui amano andare molto fiere. Purtroppo sono costrette a diventare meno superbe quando Fifì viene lasciata da Don Ninì e di fronte alla bontà e alla generosità della semplice e povera Bianca che si contende con Fifì e il Baronello.
* L'arciprete Bugno, il Marchese Limoli, Canali, Cav. Peperito, notaio Neri: sono personaggi importanti all'interno della vita del paese; sempre presenti in ogni situazione e attenti a ogni avvenimento. L'arciprete e il marchese sempre pronti a consigliare Bianca in come comportarsi col marito e il suo denaro. Canali, Peperito, Neri, sono pronti a interessarsi a ogni tipo di affare pur di guadagnare denaro, quasi per emulare Gesualdo che invidiano per la sua ascesa dal nulla.
* Isabella, la sua amica Marina di Leyra e il marito di Isabella: Isabella, la figlia di Bianca e Gesualdo, non ha un buon rapporto con il padre che la considera e la tratta come una perla rara, perchè è erede del patrimonio e quindi è considerata un buon partito. La ragazza è un po' vanitosa ma in fondo buona e forse un po' ingenua a causa del padre. La madre le vuole molto bene anche se non la capisce, solo la zia riesce a tirala un po' su di morale. Cerca nel marito, il fratello della sua amica Marina, un motivo di felicità e di distacco dal padre che però disprezza la figlia perchè il genero sperpera tutto il denaro ereditato in feste ricche e sfarzose.
* Don Luca il sagrestano: è sempre pronto ad aiutare Gesualdo nei suoi affari e a consigliarlo in tutte le situazioni, cercando di essere più vicino alla famiglia per quanto gli è possibile.
* Nanni l'orbo, compare Cosimo, Pelagatti, Diodata, Brasi, Camauro, Giacolone: sono sempre pronti ad aiutare il padrone in ogni situazione lavorando duramente senza sosta. Diodata che è l'unica che riesce a dare veramente un momento di vera felicità al padrone del quale è innamorata, dal quale non è però corrisposta; semplice e buona sposerà Nanni l'orbo, lavoratore buono e onesto come lei, e riuscirà a renderla felice. Compare Cosimo, Pelagatti, Brasi, Camauro e Giacolone sono le persone più affezionate a Gesualdo, forse perchè sono le uniche che riescono veramente a capirlo.
* La famiglia di Gesualdo: è formata da Mastro Nunzio (il padre), il fratello Santo, la sorella Speranza, il cognato Burgio e il loro figlio. Il padre, che contesta il modo di condurre gli affari del figlio, che considera uno spendaccione perchè sperpera gli averi di famiglia che in realtà sono solo i guadagni faticosi di Gesualdo. La sorella e il marito, che sono invidiosi della ricchezza accumulata da Gesualdo, con il quale sono solidali poche volte, e Santo nolta che passa le sue giornate all'osteria.
* Il sig. Capitano, l'avvocato fiscale, don Liccio Papa, don Filippo, barone Zacco: persone importanti del paese con il quale Gesualdo si contende l'appalto di edifici e l'acquisto di alcune terre fruttuose e importanti. Il barone Zacco e don Liccio Papa che con il loro potere a Vizzini cercano di ostacolare Gesualdo con ogni mezzo, che sono sempre al centro dell'attenzione per quanto riguarda feste, manifestazioni e occasioni importanti. Avari attaccati alla roba cercano sempre di far colpo sulle persone con la loro personalità e modo di agire e comportarsi.
* Barone Nendola, il canonico Lupi: personaggi influenti che cercano di aiutare Gesualdo nel guadagnare denaro e consigliarlo a proposito del matrimonio che gli potrà essere utile.
* Personaggi secondari: Aglea l'attrice, Grazia, Rosaria, Pirtuso, Alessi, Corrado, la zia Sganci, zia Macrì, Donna Sarina Cirmena, Donna Giuseppina Alosi, Donna Agrippina, Donna Mariannina, la sig.ra Capitana, zia Filomena.

Riassunto Mastro Don Gesualdo: Nella notte di San Giovanni brucia il palazzo della famiglia Trao, una delle più importanti e influenti del paese a causa della loro nobiltà e durante la notte viene scoperta donna Bianca insieme a don Ninì Rubiera. Il giorno dopo don Ferdinando si reca dalla baronessa Rubiera per raccontarle il fatto; ella però non vuole vedere il figlio sposato con una ragazza povera, così la convince a maritarsi con Gesualdo Motta soprattutto per interessi economici. Intanto Don Ninì rifuta di sposare Fifì e dopo il breve amore con Aglea si trova costretto a un matrimonio di convenienza con Donna Giuseppina Alosi. Isabella orami cresciuta se ne torna a Vizzini dopo aver studiato a Palermo; si innamora di Corrado Lagurna, con il quale si trova a suo agio, nipote della zia Cirmana. Poche settimane dopo muore il padre di Gesualdo insieme ad altri cari amici a causa del colera, così Santo e Speranza pretendono la divisione delle terre perchè sono convinti che appartengano al padre; ciò segna l'inizio della "decadenza di Gesualdo". Ad aggravare la situazione subentra Isabella che ama Corrado contro il volere del padre, così quando viene rimandata a Palermo, scappa per tornare dall'amato. Gesualdo la convince a sposare il duca di Leyra che non la amerà mai ma dissiperà tutta la dote della figlia in ricevimenti. Isabella si sente sola senza Corrado. Bianca muore di Tisi e Gesualdo rimane solo con Diodata dalla quale ha due figli che non riconoscerà mai. La rivoluzione giunge anche a vizzini, dove i contadini pretendono le loro terre e Gesualdo si rifugia da Limoli dove si ammala. Tornato a casa non trova nemmeno Diodata che lo ha abbandonato; Gesualdo muore in solitudine nel suo palazzo a causa della malattia provocata dai dolori di famiglia, la figlia e gli eredi che vogliono dividersi la sua eredità e dal suo troppo attaccamento alla roba dalla quale si accorge di avere avuto soltanto dispiaceri.

Avvenimenti esterni: Accenni alle vicende politiche: la rivolta palermitana e la Costituzione di Francesco Duca di Calabria nel 1812 nell'Italia Meridionale.

Costruzione dei personaggi: I protagonisti del Verga sono dei "vinti" dalla vita che non trovano soluzioni ai problemi e sono costretti a subire; vengono descritti e presentati così come sono attraverso al Verismo.

Relazione de "Mastro Don Gesualdo": Giovanni Verga nacque nel 1840 a Catania dove trascorse l'infanzia e la gioventù. La sua vocazione letteraria lo spinse a lasciare l'isola per continuare con più profitto gli studi nel continente. Dal 1865 al 1872 visse a Firenze dove strinse amicizia col Capuana; in seguito si trasferì a Milano dove dimorò quasi ininterrottamente sino al 1893. Fatto ritorno a Catania vi morì nel 1922. La sua attività di scrittore è compresa tra il 1891 e il 1896. I suoi primi romanzi si rifecero al romanticismo e furono romanzi psicologici e sentimentali (come "Storia di una capinera"); dal 1874 però, con la novella "Nedda", aderì a una nuova corrente letteraria, il Verismo, della quale divenne il massimo esponente. Il Verismo italiano si rifà al Naturalismo francese, corrente letteraria nata in contrapposizione del Romanticismo. A fondamento del Naturalismo sta la filosofia positivista, succeduta a quella idealistica su cui si basava il Romanticismo. Il Positivismo si basa sulla certezza che, a regolare la vita degli uomini siano delle leggi scientifiche e non la metafisica, qualcosa di tangibile e certo non la Divina Provvidenza. Il Naturalismo si rifà a fatti reali descrivendoli fedelmente, in modo oggettivo, senza che l'autore precisi il proprio punto di vista o dia insegnamenti pedagogici, lasciando al lettore il compito di dedurre un qualsiasi giudizio e di esprimere la propria interpretazione. In Francia il Naturalismo fu portato agli eccessi sino a condurre a situazioni crude, esasperate, talvolta immorali. Trasportato in Italia il Naturalismo perdette molto della sua crudezza e si inserì come una corrente ispirata a modelli veri ma "corretta" dalle convinzioni religiose e sentimentali del Romanticismo. Tra le principali opere veriste di Verga spiccano raccolte di novelle ("Le novelle rusticane", "Vita dei campi") e il ciclo dei "Vinti", un ciclo di cinque romanzi ("I Malavoglia", "Mastro-Don Gesualdo", "La duchessa di Leyra", "L'onorevole Scipioni" e "L'uomo di lusso"), dei quali però soltanto i primi due furono compiuti e il terzo appena cominciato.
Mastro Don Gesualdo è un tenace lavoratore che, riuscito a far fortuna coi suoi soli mezzi, vuole innalzare la sua condizione sociale e passare dalla classe popolana a quella aristocratica sposando una nobile dei Trao. Presto si rivela infelice della vita che ha scelto, tra l'incomprensione della moglie e l'indifferenza superba della figlia (che crede sua ma che in realtà non lo è), educata aristocraticamente e vergognosa delle basse origini paterne. Per di più la giovane sposa un nobile che a poco a poco rode il patrimonio faticosamente accumulato da Mastro Don Gesualdo. Mentre cresce intorno a lui l'ostilità di tutti, ad eccezione della fedele servitrice Diodata che il padrone rimpiange di non aver sposato, Gesualdo intristisce vinto, nelle sale del palazzo nobiliare della figlia, assistendo senza ribellarsi alla dilapidazione dei suoi averi e alla cupidigia degli eredi, finché non muore di cancro nella più squallida desolazione, abbandonato da tutti.
La trama del romanzo si può dividere in quattro sequenze narrative unite dal filo conduttore dell'attaccamento alla "roba" ma nelle quali possiamo individuare molteplici motivi che contribuiscono tutti a preparare il lettore al drammatico epilogo. Nella prima parte facciamo la conoscenza dei numerosi personaggi, molti dei quali secondari ma ugualmente importanti per far progredire la vicenda. In ogni singolo capitolo del romanzo è esaminato dettagliatamente un aspetto dei personaggi.
Nel 1° capitolo viene presentata la famiglia Trao, famiglia chiave per lo svolgimento della vicenda, e conosciamo i fatti che porteranno Bianca Trao a sposarsi con Mastro Don Gesualdo per evitare uno scandalo. Infatti come sapremo nel 2° capitolo Bianca aspettava un bambino dal cugino, il barone Rubiera, e i fratelli, dopo essersi consultati con la madre del barone, la baronessa Rubiera, si affretteranno a trovare un marito che possa legittimare la gravidanza. La figura della baronessa Rubiera è particolare perché, pur essendo nobile, ha deciso di non rimanere nell'ozio e di darsi da fare lavorando per accumulare soldi e consentire al figlio di vivere con gli onori del grado; sarà lei che giostrerà a suo vantaggio matrimoni di convenienza. Nel 3° capitolo incontriamo la nobiltà del paese riunita per assistere alla processione del santo patrono e tramite i pettegolezzi dei paesani, possiamo conoscere i piani della baronessa Rubiera e la mentalità dei nobili del tempo. La baronessa infatti aveva combinato il matrimonio tra Bianca e Mastro Don Gesualdo, ricco ma non nobile, così da portare denaro al casato dei Trao, illustre ma povero, e il matrimonio del proprio figlio con donna Fifì, nobile e ricca ma brutta; sperava inoltre di fare una società di affari con Mastro Don Gesualdo, prossimo a divenire parente. Nel 4° capitolo conosciamo per la prima volta approfonditamente il protagonista e capiamo che tipo d'uomo è. Lo incontriamo mentre, durante un temporale, vaga tra le sue proprietà curando i propri interessi e incitando i lavoranti. Mastro Don Gesualdo è un uomo che grazie a molta parsimonia e volontà ha costruito da sé una fortuna, cominciando da semplice muratore sino a diventare proprietario terriero e a partecipare a numerosi appalti. In questo capitolo conosciamo anche Diodata, un'orfana accolta da Mastro Don Gesualdo e da lui tenuta come servitrice. In Diodata Gesualdo troverà sempre qualcuno con cui confidarsi e che lo comprenda, e rimpiangerà di non averla sposata. Il 5° capitolo ci presenta i rapporti di Mastro Don Gesualdo con la famiglia. A casa di Gesualdo vivevano anche il padre Nunzio, il fratello Santo e la sorella Speranza con il marito. Si delinea subito che Gesualdo si è generosamente sobbarcato il peso di tutta la famiglia, ma non sopporta che i suoi parenti mettano il naso nei suoi affari o lo critichino. Il padre a sua volta non sopporta di essere "spodestato" del ruolo di capofamiglia, la sorella non vuole dare l'impressione di vivere d'elemosina pur bramando i soldi del fratello, gli altri due sono inetti in tutto e si limitano a godere della generosità del ricco parente. Questa situazione va stretta a Mastro Don Gesualdo che vuole sposarsi e mettere su famiglia da solo. Nel 6° capitolo vediamo gli sforzi del canonico Lupi, un personaggio che farà da mediatore in molti litigi tra parenti, per persuadere Bianca e la sua famiglia ad accettare il matrimonio con Gesualdo; secondo la mentalità del tempo questo matrimonio era impensabile ed era considerato impossibile elevare la propria condizione sociale. Nel 7° capitolo vi è finalmente il matrimonio: è evidente durante il ricevimento il rifiuto dei parenti nobili per questo "estraneo" che entra nella famiglia, infatti essi disertano in massa la festa.
La seconda parte è quella che forse più di tutte, rende l'idea di quanto fossero tesi i rapporti tra la nobiltà e Mastro Don Gesualdo. Nel 1° capitolo Gesualdo partecipa ad un appalto per le terre comunali e riesce a ottenerle togliendole, a dispetto della parentela, al barone Zacco che le aveva sempre avute; al termine dell'asta una lettera da Palermo informa che sono scoppiati moti carbonari e anche nel paesino il popolo comincia ad agitarsi, vuole le terre del comune e i nobili cercano di calmare la folla. Nel 2° capitolo Mastro Don Gesualdo con i maggiori esponenti dell'alta borghesia del paese partecipa a una riunione di carbonari ma alla fine scopre che a casa sua ci sono i carabinieri che lo attendono così si rifugia a casa di Diodata. Nella prima parte del 3° capitolo noi vediamo, tramite gli occhi dei vicini, le abitudini dei Trao: Diego e Ferdinando, fratelli di Bianca, nobili ma molto poveri, non possono sopportare le elemosine dei parenti e vivono di stenti confidando nella soluzione di una lite giudiziaria vecchia di secoli coi regnanti spagnoli. Don Diego sta male, è ammalato di tisi, malattia che mina la salute di tutti i familiari. Ben presto si capisce che è spacciato e si mandano a chiamare i parenti; Bianca è disperata, è già avanti con la gravidanza e le doglie la colgono in casa dei fratelli: nasce Isabella. Nei capitoli 4° e 5° osserviamo il disfacimento dei piani della baronessa Rubiera e del suo stesso patrimonio perché Ninì non vuole sposare la brutta fidanzata ma un'attrice e al fine di conquistare il suo cuore è costretto a chiedere un prestito a Gesualdo per comprarle regali; la baronessa saputo ciò sviene e rimarrà per sempre muta e paralitica. Gesualdo antepone il denaro alla parentela ed esige il pagamento, Ninì è perciò costretto a sposare una vecchia ricca per non finire sul lastrico.
La terza parte è incentrata su Isabella, la figlia di Bianca e del barone Rubiera, che Gesualdo crede sua. Cresciuta in collegio a Palermo tra l'aristocrazia, la ragazza aveva sempre provato per il padre un senso di vergogna. Nei primi due capitoli Gesualdo che è andato a riprendere la figlia in collegio per portarla in campagna al sicuro dalla minaccia del colera, si accorge che la ragazza lo tratta freddamente e capisce che rimane molto delusa quando vede la casa di campagna dove la sua famiglia si era rifugiata. Mastro Don Gesualdo si offre anche di ospitare la parentela ma quando va a prendere suo padre i parenti lo respingono dicendogli che non lo considerano più membro della famiglia da quando ha sposato Bianca, e anche alcuni dei numerosi parenti di Bianca si rifiutano di avere a che fare con lui. Tra i parenti della moglie Gesualdo accoglie anche la zia Sarina e con lei il cugino di Isabella, Corradino La Gurna. Donna Sarina spera di far innamorare i due cugini per potere mettere le mani sulla consistente dote di Isabella. Nel 3° capitolo Mastro Don Gesualdo intuisce il piano ma il fatto è compiuto e, dopo aver cacciato Corradino deve cercare un genero per salvare la figlia dallo scandalo, come era successo per Bianca. Nel 4° capitolo viene celebrato il matrimonio tra Isabella e il duca di Leyra, nobile palermitano ricco di terreni sui quali però gravano numerose ipoteche.
La quarta parte del romanzo è la più drammatica, la fortuna volge le spalle a Gesualdo e questi, ormai disilluso, muore nell'indifferenza di tutti. Nel 1° e nel 2° capitolo vediamo il genero che, sei mesi dopo il matrimonio ha già dissipato tutta la dote e chiede degli altri soldi, intanto la malattia di Bianca è peggiorata e lei è costretta a letto mentre i servitori si licenziano per timore del contagio; soltanto la famiglia Zacco viene a far visita alla malata perché il barone alla morte di Bianca vorrebbe dar sua figlia in sposa a Gesualdo. Nel 3° capitolo Gesualdo, rimasto vedovo, riceve una lettera della figlia, alla quale è stata tenuta nascosta l'agonia della madre per dissuaderla dal venire in paese ed evitarle le fatiche del viaggio: anche lei, infatti, è malata della stessa malattia che affligge tutti i Trao; nella stessa lettera il genero chiede altri soldi. Il colpo è durissimo per Gesualdo, tanto più che nel paese sono scoppiati tumulti repubblicani e lui stesso è malvisto dalla gente del popolo. Nel 4° capitolo Gesualdo sta sempre più male: il dispiacere di vedere dilapidata dal genero tutta la "roba" che aveva faticosamente accumulato contribuisce ad aggravare la terribile malattia che gli è stata diagnosticata, il cancro allo stomaco. Nel 5° capitolo Gesualdo, invitato dal genero a Palermo, trascorre gli ultimi giorni in una camera della sfarzosa residenza della figlia e lì, disperato per il fallimento della propria vita, morirà abbandonato da tutti.
Come altri romanzi di Verga anche questo si ispira a una novella, ma Mastro Don Gesualdo è diverso dal Mazzarò, protagonista della novella "La roba". Mentre quest'ultimo è molto avaro e si priva di qualsiasi comodità pur di accumulare sempre più, Gesualdo, secondo me, non è così avaro come lo accusano i nobili del paese, è parsimonioso perché, avendo costituito lui stesso la sua "roba", sa quanta fatica costa accumularla e quindi risparmia sul superfluo, pur non facendo mancare nulla del necessario alla moglie e alla figlia che invece non lo ripagano del suo affetto. Gesualdo capisce troppo tardi che doveva sposare Diodata, che solo lei, proveniente dalla stessa classe sociale, avrebbe potuto dargli quell'amore negatogli da Bianca. Giunto alla fine dei suoi giorni Gesualdo riflette sul fallimento della propria esistenza, mentre il Mazzarò della novella non capisce il suo fallimento e cerca di distruggere più "roba" possibile per portarla con sé nell'aldilà.
Verga ha scritto il romanzo in un italiano non molto chiaro e scorrevole ed è presente la mimesi, ossia nel discorso diretto il linguaggio imita quello che poteva essere usato dai vari personaggi. La voce narrante è in terza persona e la focalizzazione è interna, cioè il lettore sa tanto quanto il narratore. Secondo i canoni del Verismo, l'autore non esprime direttamente il suo punto di vista, ma lascia al lettore ogni considerazione; il punto di vista assunto è invece quello della gente, assunto attraverso la tecnica del discorso indiretto libero.

Mastro Don Gesualdo, descrizione


La vicenda è ambientata a Vizzini a Catania e vede come protagonista un uomo Mastro Don Gesualdo, che da muratore, con fatica, costanza e sacrificio riesce ad accumulare terre e ricchezze e a diventare un ricco proprietario terriero. Egli cerca di mescolarsi ai ricchi e ai potenti, che lo vedranno sempre come "mastro" e non come "don" per le sue umili origini (questo è proprio il segno che nonostante tutto egli sarà sempre legato al suo vecchio mondo). Tenta il salto di qualità quando sposa una giovane decaduta Bianca Trao, che copre con le nozze la sua illegittima gravidanza, avuta dalla relazione con un cugino. Nascerà Isabella. Ma il matrimonio si rivelerà un fallimento soprattutto dal punto di vista affettivo: infatti l'ormai "don Gesualdo" rinnega la figlia illegittima costringendola solo successivamente a sposare il duca di Leyra, che oltre a rendere molto infelice Isabella, dilapida anche tutto ciò che faticosamente Mastro Don Gesualdo aveva accumulato. Alla fine il duca morirà roso dal cancro nel palazzo della figlia.
Il romanzo viene scritto da Verga nel 1881-82 e pubblicato nel 1889. Questo romanzo ha come sempre tutte le caratteristiche del verismo:
- L'impersonalità: egli infatti lascia il commento ai personaggi o a un narratore esterno.
- La focalizzazione interna e il discorso diretto libero.
- L'uso del linguaggio prettamente italiano ma che sa lasciare il posto al dialetto siciliano che da colore e l'idea di un romanzo che sembra si sia scritto da se.
- Il messaggio del brano e pessimismo: il voler uscire dalla propria condizione economica porta sempre alla sconfitta.

Mastro Don Gesualdo, analisi


L'autore di “Mastro-don Gesualdo” è lo scrittore siciliano Giovanni Carmelo Verga, nato a Catania nel 1840, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del Verismo. Dopo aver concluso gli studi primari e medi presso la scuola di Antonio Abate, nel 1858 si iscrive alla facoltà di legge dell'Università di Catania, ma abbandonerà definitivamente gli studi nel milleottocentosessantuno. Intanto, nell'aprile del 1860, divampano a Palermo i primi moti insurrezionali, che in seguito allo sbarco di Garibaldi si estendono a tutta la Sicilia. Anche a Catania vengono scacciati i “napoletani” e viene istituita la Guardia Nazionale. Verga è tra coloro che vi si arruolano e rimarrà in servizio per circa quattro anni. Nel 1869 si trasferisce a Firenze, attratto dal prestigio della città e dalla sua fervida vita culturale. Successivamente, nel 1872, l'autore siciliano si trasferisce a Milano, dove rimarrà, pur con periodici ritorni in Sicilia, per circa un ventennio. Nel capoluogo lombardo viene accolto negli ambienti letterari e mondani e stringe saldi rapporti d'amicizia con Arrigo Boito e Luigi Gualdo. Nel 1882, dopo una breve visita a Parigi, comincia a frequentare l'ambiente giornalistico e letterario romano. Dopo alcuni anni di intenso impegno in campo letterario, nel 1920 a Roma e a Catania si celebrano solenni onoranze per gli ottant'anni dello scrittore; inoltre Verga è nominato senatore del Regno. Infine, colpito da trombosi, Verga muore a Catania nel millenovecentoventidue.
La produzione di Giovanni Verga, che comprende sia romanzi che raccolte di novelle, è vastissima. I suoi romanzi più famosi sono “Storia di una capinera” del 1871, “Eva” del 1873, “I Malavoglia” del 1881 e “Mastro-don Gesualdo” del 1889. Tra le novelle scritte dallo scrittore siciliano spiccano “Rosso Malpelo” del 1878, “Vita dei campi” del 1880, “Novelle rusticane” del 1883, e “Vagabondaggio” del 1887.
Il romanzo “Mastro-don Gesualdo” viene pubblicato a puntate sulla “Nuova Antologia” nel milleottocentoottantotto, e poi in volume nel1889. Rappresenta il secondo romanzo del “ciclo dei Vinti”, frutto di un lungo lavoro preparatorio proseguito incessantemente per nove anni. I primi abbozzi, infatti, risalgono al 1881, subito dopo la pubblicazione de “I Malavoglia”. Il romanzo è incentrato sulla figura di Gesualdo Motta, un uomo che nel corso della sua vita sacrifica ogni affetto a ragioni strettamente economiche ritrovandosi alla fine schiacciato e sconfitto dall'aridità di cui si è circondato.

COMPRENSIONE DEL TESTO: Il romanzo “Mastro-don Gesualdo” si compone di quattro macro-sequenze. La prima, dal titolo “La roba”, comprende le prime centoventotto pagine e ci presenta il protagonista dell'opera: Gesualdo Motta con l'appellativo di mastro-don. Proprio nell’appellativo è racchiusa la storia di Gesualdo; egli è diventato don per la povera gente e per la sua famiglia d’origine, ma per i nobili, per chi non si è conquistato la ricchezza, egli è rimasto mastro. E’ respinto dalla famiglia proprio per questo suo essersi elevato. E' un diverso, a volte tollerato, ma più spesso avversato, dai nobili che non dimenticheranno mai la sua bassa estrazione. Estraneo per il mondo da cui proviene ed estraneo per quello di cui entra a far parte. La sete di denaro di Gesualdo gli crea intorno il deserto nei rapporti affettivi, ma quasi tutti i personaggi in fondo provano questa brama e la condividono.
Nella prima parte dell'opera è descritto come un lavoratore e lottatore instancabile che in nome di ricchezza, denaro, terre, in nome della roba, sacrifica ogni forma di affetto disinteressato. Di lui in paese si parlava molto, poiché (pag. 85-86) “ne aveva guadagnati dei denari! Ne aveva fatta della roba! Ne aveva passate delle giornate dure e delle notti senza chiuder occhio! Vent'anni che non andava a letto una sola volta senza prima guardare il cielo per vedere come si mettesse. (…) Sempre in moto, sempre affaticato, sempre in piedi; colla testa grave di pensieri, il cuore grosso d'inquietudini, le ossa rotte di stanchezza: dormendo due ore quando capitava, come capitava; mangiando un pezzo di pane nero e duro dove si trovava; non feste, non domeniche, mai una risata allegra, tutti che volevano a lui qualche cosa, il suo tempo, il suo lavoro, o il suo denaro (…) Nel paese non uno solo che non gli fosse nemico, o alleato pericoloso e temuto. Dover celare sempre la febbre dei guadagni, la botta di una mala notizia, l'impeto di una contentezza; e aver sempre la faccia chiusa, l'occhio vigilante, la bocca seria!.”. Inoltre nella prima parte del romanzo di Giovanni Verga viene descritta accuratamente anche la famiglia del protagonista, che è fonte di numerosissimi problemi e dispiaceri in Mastro-don Gesualdo; infatti (pag. 99) “il padre si ostinava a fare di testa sua, per mostrare ch'era sempre lui il capo, dopo aver dato fondo al patrimonio. (…) La sorella e il cognato lo pelavano dall'altra parte. Una bestia, quel cognato Burgio! Bestia e presuntuoso! E chi pagava era sempre lui, Gesualdo! (…) Suo fratello Santo mangiava e beveva alle sue spalle, senza far nulla da mattina a sera.
La seconda sequenza, dal titolo “Il successo economico e le antipatie del paese”, si conclude a pagina duecentoquarantadue. Bianca, appartenente alla famiglia nobile dei Trao, diviene sposa di Gesualdo che, consigliato dal canonico Lupi ed amareggiato dalle invidie della sua famiglia che lo sfrutta e nello stesso tempo gli rimprovera la conquista della ricchezza, è intenzionato così facendo a raggiungere oltre che l'ascesa economica anche un'ascesa di classe sociale. Per far ciò rinuncia a Diodata, una trovatella che gli è molto riconoscente, dalla quale ha avuto due figli che non ha mai riconosciuto né sostenuto economicamente. Ma il matrimonio con Bianca Trao si rivela per Gesualdo un fallimento; infatti la donna lo respinge e il suo fisico debole riesce a dargli solo una figlia, che in realtà è stata concepita prima del matrimonio con un altro uomo.
Inoltre tale unione non procura a Mastro-don Gesualdo i tanto desiderati rapporti amichevoli con la nobiltà del paese; per questo motivo nel romanzo sono presenti numerose considerazioni negative sul matrimonio con Bianca: (pag. 243) “Nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un'ora di buonumore. Infine, la seconda sequenza si conclude con la nascita della figlia di Bianca, Isabella, che, nonostante sia nata dalla precedente relazione che la donna ha avuto con il cugino Ninì, viene comunque accettata da Gesualdo.
La terza sequenza, dal titolo “L'inizio del declino per Gesualdo”, si conclude a pagina trecentododici. Ampio spazio viene dedicato alla figlia di Gesualdo, la quale procurerà non pochi dispiaceri al protagonista. Infatti, Isabella, educata in un collegio palermitano fra compagne di alta estrazione sociale, si vergogna a tal punto delle umili condizioni del padre da farsi chiamare con il cognome della madre. Divenuta ormai grande, la ragazza è costretta dalla diffusione del colera a far ritorno al suo paese natale, dove si innamora di Corrado la Gurna. Mastro-don Gesualdo, data la bassa estrazione sociale dalla quale proviene il ragazzo, si oppone al loro fidanzamento, e così la figlia decide di scappare con l'amato. Ma il padre, adirato, dopo aver fatto esiliare il ragazzo, riesce ad organizzare un matrimonio di riparazione fra la figlia e il Duca di Leyra. Ma anche da questo matrimonio Gesualdo non ottiene alcun giovamento; infatti il nobile palermitano è oramai in completa decadenza e vivrà quindi sulle spalle del suocero sperperando tutte le sue sostanze.
L'ultima sequenza, con il titolo “La morte in solitudine di Gesualdo”, si conclude a pagina quattrocento. A questo punto della vicenda si intensificano i problemi per Gesualdo; infatti (pag. 331) “adesso tutto andava a rotta di collo per Gesualdo; la casa in disordine; la gente di campagna lontano dagli occhi del padrone faceva quel che voleva; le stesse serve scappavano ad una ad una, temendo il contagio della tisi. (…) Dopo che s'erano ingrassati nella sua casa! Ora tutti l'abbandonavano quasi rovinasse, e non c'era neppure chi accendesse il lume.”. La situazione per il protagonista si aggrava con la morte di Bianca e contemporaneamente con lo scoppio della Rivoluzione: (pag. 348) “I villani e gli affamati stavano in piazza dalla mattina alla sera, a bocca aperta, aspettando la manna che non veniva, si scaldavano il capo a vicenda, discorrendo delle sopercherie patite, delle invernate di stenti, mentre c'era della gente che aveva magazzini pieni di roba, dei campi e delle vigne! Non si davano pace, pensando che don Gesualdo Motta era nato povero e nudo al par di loro.” Le contestazioni sono fonte di numerose conseguenze nell'animo e per la salute di Mastro-don Gesualdo. Egli, considerato il pretesto per dare addosso ai più danarosi, (pag. 349-350) “in mezzo a tanti dispiaceri si era ammalato davvero. Gli avvelenavano il sangue tutti i discorsi che sentiva fare alla gente. (…) Era malato, giallo, colla bocca sempre amara, aveva perso il sonno e l'appetito; gli erano venuti dei crampi allo stomaco.” Con la conclusione delle rivolte Gesualdo (pag. 370) “era ridotto quasi uno scheletro, pelle e ossa; soltanto il ventre era gonfio come un otre. Nel paese si sparse la voce che era spacciato: la mano di Dio che l'agguantava e l'affogava nelle ricchezze.” Ammalatosi così gravemente il protagonista è costretto a trasferirsi nel palazzo della figlia a Palermo, dove non può che assistere impotente alla sperpero delle sue ricchezze. Sarà quindi preso dai rimorsi e si renderà conto della mancanza di comunicazione fra lui e Isabella. Consumato dal cancro al piloro, causato secondo il protagonista dai numerosissimi dispiaceri vissuti, Gesualdo muore solo in una stanza appartata del palazzo dei Leyra.
Isabella lo ignora, il duca di Leyra, suo marito, si preoccupa di ricavarne l'eredità e perfino un servo lo maltratta. Gesualdo muore quando è ormai incapace di destreggiarsi in modo economicamente corretto con le ricchezze accumulate. Non applica più l'ottica del risparmio e dell'accumulazione. Diventa vittima dello sperpero proprio della classe nobiliare e subisce una doppia sconfitta: economica ed esistenziale. Mastro-don Gesualdo è davvero un vinto.
Nel romanzo di Giovanni Verga emergono numerosissime tematiche. Vengono trattate le problematiche legate alla nobiltà siciliana dell'ottocento; perciò l'autore fa riferimento al declino economico e di status della nobiltà; la corruzione, l'immoralità e l'avidità di denaro che caratterizza i ceti più alti; l'orgoglio delle caste più elevate e quindi il rifiuto di integrarsi con le altre classi sociali. Dall'altra parte, invece, vengono illustrate le problematiche che caratterizzano la classe borghese, dedita al lavoro. L'autore non può non fare riferimento alla roba, all'ansia di accaparramento e il consecutivo vano controllo della ricchezza. Inoltre nelle classi più basse è presente l'ambizione a compiere il salto di classe, diventando nobile, testimoniata dall'esperienza di Mastro-don Gesualdo.
Infine, tutte le tematiche contenute nel romanzo possono essere ricondotte all'incredibile avidità di ricchezza che interessa tutte le classi sociali, che causa squilibri e rivoluzioni, malattie e matrimoni d'interesse. E' commovente la considerazione da parte di Mastro-don Gesualdo, che, malato gravemente, si prepara a morire conscio dell'inefficacia e fatuità del denaro: (pag. 374) “I denari! Vi stanno a tutti sugli occhi i denari che ho guadagnato! A che mi servono, se non posso comprare neanche la salute? Tanti bocconi amari mi hanno dato, sempre!.”

ANALISI DEL TESTO: Il protagonista del romanzo di Giovanni Verga è ovviamente Mastro-don Gesualdo, ritratto di un instancabile lavoratore che si mescola ad una vita che non è la sua, in balia dei giochi di potere e dei soprusi delle classi più elevate. Sin dal principio nel paese vengono evidenziate le sue enormi doti: (pag. 24-25) “Mastro-don Gesualdo fa' tutti i mestieri in cui c'è da guadagnare. (…) Ha la testa fine, si farà ricco!”. Merito del protagonista è quello di lavorare con un sole che spacca le pietre, sotto un sole di mezzogiorno andare a piedi con la sua mula per chilometri e chilometri ed entrare nel fiume in piena a rischio della sua vita per salvare le strutture del ponte, nonostante ormai abbia più tarì in tasca che capelli in testa. E’ anche un uomo generoso che nel momento del colera ospita in ogni suo possedimento tutti coloro che glielo chiedono, fornisce alla serva Diodata la dote per sposarsi con Nanni l'Orbo ed istruisce sua figlia Isabella. Ma al tempo stesso Mastro-don Gesualdo campeggia e domina solitario, privato di qualsiasi affetto.
La coprotagonista del romanzo è Bianca Trao, caratterizzata da (pag. 40-51) “delle spalle un po' curve, il busto magro e piatto, i capelli lisci, il viso smunto e dilavato. (…) Con dei grandi occhi turchini e dolci, la sola cosa che avesse realmente bella sul viso magro dei Trao. ”. Ma con il passare degli anni l'aspetto di Bianca cambia rapidamente, anche a causa dei numerosi malanni: (pag. 315 ) “era assai malandata, e sputava sangue ogni mattina. (…) Era ridotta uno scheletro, docile e rassegnata al suo destino, senza aspettare o desiderare più nulla.” Nel corso della narrazione diventerà faticosamente madre nella casa paterna e con fatica sarà costretta a vivere separata dalla figlia Isabella, verso la quale nutre un incredibile amore. Morirà di tisi, accudita dalla serva Diodata, verso cui nutre una profonda gelosia.
Anche Diodata, la serva ed amante di Mastro-don Gesualdo, ricopre un ruolo importante nel romanzo. (pag. 82) “Aveva una massa di capelli morbidi e fini, malgrado le brinate ed il vento aspro della montagna: dei capelli di gente ricca, e degli occhi castagni, al pari dei capelli, timidi e dolci: de' begli occhi di cane carezzevoli e pazienti, che si ostinavano a farsi voler bene, come tutto il viso supplichevole anch'esso. Un viso su cui erano passati gli stenti, la fame, le percosse, le carezze brutali; limandolo, solcandolo, rodendolo; lasciandovi l'arsura del solleone, le rughe precoci dei giorni senza pane, il lividore delle notti stanche. (…) Sembrava proprio una ragazzetta, al busto esile e svelto, alla nuca che mostrava la pelle bianca dove il sole non aveva bruciato. Le mani, annerite erano piccole e scarne. Delle povere mani pel suo duro mestiere. ” La serva è l'unica che rimane fedele al padrone, l'unica che riesce a dissipare quell'alone di solitudine ed isolamento che imprigiona Mastro-don Gesualdo.
Grazie ai riferimenti temporali è possibile inserire quest’opera in un preciso contesto storico; infatti, nella quarta macro-sequenza compare la descrizione di una sommossa da parte dei contadini presso Vizzini, l'importante centro agricolo della provincia di Catania dove è ambientata la vicenda. (pag. 343) “Hanno messo la bandiera sul campanile. Dicono che è il segno di abolire tutti i dazi e la fondiaria. Perciò or ora faranno la dimostrazione. Il procaccia delle lettere ha portato la notizia che a Palermo l'hanno già fatta e anche in tutti i paesi lungo la strada. Sicché sarebbe una porcheria non farla anche qui da noi”. Inoltre nella terza macro-sequenza del romanzo si fa riferimento anche all'epidemia di colera, che miete numerosissime vittime tra le quali Santo Motta, fratello di Mastro-don Gesualdo. Tutta l’azione si può collocare quindi intorno al milleottocentoventi fino al 1850.
La vicenda si svolge nel paesetto di San Giovanni - (pag. 7) “Suonava la messa dell'alba a San Giovanni” -, nel borgo di Vizzini, nei paesi e nelle campagne del catanese. Anche a Palermo opereranno i personaggi del romanzo; infatti nel capoluogo siciliano vivrà Isabella e morirà Mastro Don Gesualdo lontano dagli affetti della sua terra.
Nel romanzo emerge un completo distacco del narratore, tipico della corrente del verismo, e pertanto Verga non interviene mai nella vicenda. Il punto di vista è quindi esterno, compaiono molti discorsi diretti che mandano avanti la storia. Il ritmo narrativo è piuttosto vario: alcune vicende sono raccontate in modo scorrevole, veloce, incalzante; altre, invece, risultano più lente per immedesimare il lettore negli affanni dei personaggi.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI: L’ossessione della roba, del continuo accumulamento di beni da parte di un uomo che cerca disperatamente di elevarsi dalla sua umile condizione sociale cattura il lettore sin dalle prime pagine del romanzo di Giovanni Verga. Infatti, il lettore è incuriosito e atterrito dal senso spietato, chiuso e amaro della roba che pervade e invade tutte le vicende, anche le scene più tragiche, come l'amore trasformato in meschino accordo per accumulare ricchezze.
Il romanzo di Giovanni Verga, pur non essendo stato scritto in epoca recente, tratta delle tematiche estremamente attuali; infatti, Verga, illustrando una storia di aspra solitudine, in cui i protagonisti si muovono chiusi ciascuno nella propria pena segreta, descrive la moderna malattia dell' uomo: l' incomunicabilità. Infatti, il patetico arrivismo del protagonista, mischiato alla sua naturale ingenuità, contrapposta acutamente dall’autore all’ipocrisia dell’ambiente dei ceti più alti, fanno del protagonista una figura tragica e destinata a soccombere rimanendo nella solitudine.
Per queste ragioni l'opera di Verga può essere considerata un capolavoro.

Mastro Don Gesualdo, recensione

Il secondo romanzo del ciclo dei Vinti è Mastro-don Gesualdo che ha l'intenzione iniziale di raffigurare un arrampicatore sociale: un mastro che diventando ricco si merita il titolo di don senza pero riuscire a far dimenticare le sue origini. La novella La Roba del 1883 è un'anticipazione dei temi del romanzo. Sullo sfondo alcuni eventi storici di rilievo: una rivolta carbonara l'epidemia di colera del 1837 ma anche la nascita della borghesia terriera e imprenditoriale e il decadimento della nobiltà cittadina. Il romanzo è composto da 21 capitoli riuniti in 4 parti.
La narrazione è dedicata ai singoli momenti della vita del protagonista con salti temporali di molti anni, di cui dà conto in brevi riassunti. Il racconto assume così un carattere volutamente frantumato evidente già dalla divisione in parti.

P. 9 – Il Mastro – Don – Gesualdo: la poetica, i personaggi, i temi, l’ideologia, lo stile

Metodo impersonale di verga: si fonda sul silenzio della voce dell’autore e sull’assunzione di una o più voci interne al mondo narrato. Si ha un mondo stratificato (da contadini della provincia all’aristocrazia di Palermo) dove quello moderno della borghesia è in ascesa.
In verga problema di rappresentazione psicologica: essa deve emergere dai gesti dei personaggi anziché dall’autore (impersonalità).
Mastro – don – Gesualdo: si ha complessa reggia narrativa rispetto malavoglia. Il personaggio Gesualdo obbedisce fermamente alla logica economica ma ne paga il prezzo con un crescente rimorso di aver perso l’affetto delle persone a lui care (padre, Isabella, Diodata, Bianca): è destinato al fallimento esistenziale. Qui la figura di donna (Bianca e Diodata): vittime delle leggi sociali dove entrambe rappresentano il mondo dei sentimenti di Gesualdo che trascura per raggiungere il successo e fa nascere dentro lui contraddizione tra logica di “roba” e sentimenti. Quanto a Isabella il destino è tale a quello di sua madre, ed è lei a dare a Gesualdo il senso della propria sconfitta sul punto di morte.
Il desiderio per la “roba” fa si che scompaia ogni sentimento nel protagonista e quindi si rivela (la roba) un istinto autodistruttivo.
Stile: incisivo e drammatico.

Mastro Don Gesualdo, riassunto

E' il secondo e ultimo romanzo del ciclo dei vinti, perché non riesce a concluderlo, per la difficoltà d'analisi. Egli è un mastro, titolo di rispetto per le classi inferiori, deriva dal termine magistrum, è un muratore arricchito, che fa poi il salto di classe. Si sposa con una nobile e assume il titolo nobiliare di don. Egli però non appartiene più né al mondo dei mastri né ai don, perciò avrà la sorte di morire solo, disprezzato da ambedue le classi. Il termine don nel meridione è un epitteto che deriva da donno (che deriva da dominus), concesso alle classi più alte (come don Rodrigo). Di lui Verga aveva già parlato nella lettera a Salvatore Paolo Verdura, annunciandogli che il protagonista appartiene a una classe superiore, tra umili e nobili, voleva raffigurare un arrampicatore sociale, voleva ottenere il titolo di don, non riuscendo però a mettere in secondo piano le sue origini.
Romanzo suddiviso in 21 capitoli, contiene anch'esso fatti storici. Lo spazio è sempre quello siciliano compreso tra Catania e Palermo. I capitoli sono divisi in quattro parti. Mentre i Malavoglia sono un romanzo corale, protagonista è tutto il Paese. Qui l'ottica è solo puntata su Gesualdo, le quattro parti narrano momenti culminanti della vita di Gesualdo.
1) febbraio-luglio 1820 (rivolta carbonara) che inizia in medias res. Gesualdo, anche se innamorato di Diodata (che significa data da dio) sposa la nobile, per salire di qualità. Il suo è un amore impossibile, anche se gli ha dato due figli, è la vita che determina l'uomo. Bianca sa bene che lui l'ha sposata solo per i soldi.
2) Con la speculazione si arricchisce a spese altrui. Dice di sostenere la rivoluzione, ma il suo è scopo utilitaristico. Domina la legge dell'egoismo.
3) Entra in scena la figlia di Gesualdo, Isabella, che in realtà non lo è perché nata da Bianca e Ninì. È stata cresciuta in collegio. Lei si vergogna delle origini umili del padre. Si innamora di un povero e Gesualdo combina il suo matrimonio col duca per accedere alla classe nobiliare. È un matrimonio d'interesse.
4) È la fine per Gesualdo. È la vigilia della rivoluzione del 1848, muore Bianca, il popolo si rivolta. Gesualdo muore solo nel palazzo, disprezzato dai servi che non l'hanno mai riconosciuto come superiore, perché sanno delle sue origini. Gesualdo è un vinto, più che nei Malavoglia, dove la famiglia era stata ricostruita con l'acquisto della casa.
La narrazione copre un lungo arco di tempo di ventotto anni. Alcuni fatti sono ben descritti. Il racconto ha un carattere frantumato. Il paesaggio non è più idillico, lirico o simbolico; è aspro, arido, realistico, riflette lo stato d'animo del personaggio. Non c'è più alternanza tra tempo lineare e circolare, ma è un tempo frantumato. Nei Malavoglia coesistevano elementi romantici e veristi, qui solo veristi.
In questo romanzo domina l'impersonalità, l'autore non si vede. Non c'è più una sola classe sociale (a differenza dei Malavoglia). Nei Malavoglia la classe era quella del mondo rurale, arcaico, umile. Qui invece c'è il mondo dei servi, dei mastri, dei nobili, vi sono contadini e aristocrazia. Pertanto si crea una polifonia, voci e linguaggi sono diversi. Le voci diverse creano la polifonia. Nei Malavoglia il romanzo era corale, con una sola voce, quella del popolo. La stratificazione del Mastro don Gesualdo è data dai personaggi. Il protagonista è solo Gesualdo, la legge dell'egoismo domina tutti gli strati, mentre nei Malavoglia la contraddizione è esterna (famiglia contro paese).
Qui invece è interna, Gesualdo vuol seguire la legge materialistica, ma ne soffre, perché va contro gli ideali tradizionali. Gesualdo si accorge che in base a questa lotta economica lui soffoca i sui sentimenti, come l'amore per Diodata.
Il suo senso di colpa si indirizza verso il padre, perché rinnega la classe, verso Diodata che non può amare, verso Bianca che non ama, e verso la figlia che obbliga a sposare, facendole fare la sua stessa fine. Accanto a Gesualdo ci sono personaggi femminili: Bianca e Diodata, entrambe vittime delle leggi sociali, Bianca è nobile, non può sposare il cugino Ninì, anche se ha una figlia sua. Queste due figure scatenano la contraddizione in Gesualdo (lotta tra i suoi veri sentimenti e la legge economica). Isabella è nella stessa situazione di Bianca: non può sposare Corrado, perché è povero, tutto quello che Gesualdo fa per lei, ma in senso materialistico, non fa altro che allontanarla da lui, anche nel momento della morte non parla con la figlia e questo è un altro senso di colpa.
Con le tre donne si sale di classe, Diodata è contadina, Bianca è una nobile con pochi soldi, Isabella è nobile realizzata, sarebbe stata lei la protagonista del terzo romanzo, la duchessa Deleira, di cui ne comporrà solo un capitolo per la difficoltà di descriverlo, perché troppo ipocrita. Il romanzo può anche essere definito un romanzo storico, perché si basa su fatti storici esaminati in trenta anni, di tutti questi fatti non c'è positivismo, Verga non ha fiducia nella storia. Vi è la concezione antistoricistica, lotta per la vita senza progresso. La storia si evolve, rimanendo sempre allo stesso livello. Nella storia l'uomo non ha valore, non ha senso. Anche la vita individuale è priva di senso. La vita di Gesualdo è una corsa per ottenere la roba e questo sentimento è autodistruttivo. Perciò questo romanzo mette a nudo l'auto annientamento dell'uomo. Verga descrive spietatamente la vicenda, perché vuole esser oggettivo.

Mastro Don Gesualdo, scheda

Il romanzo fa parte del periodo verista di Verga, così come I Malavoglia. In entrambi i romanzi l’ambientazione è caratterizzata da un paesino della campagna siciliana, popolato da numerosi personaggi, come in questo caso Mastro don Gesualdo, il protagonista. Il romanzo, diviso nelle quattro grandi fasi della vita di Gesualdo, - il matrimonio, il successo economico, il declino e la morte - è incentrato sulla figura del Mastro-don, figura sociale a metà strada tra il borghese e l’aristocratico, e che in quegli anni, -si presume tra il 1820 e 1845 - stava emergendo. Gesualdo sacrifica tutti gli affetti per arricchirsi economicamente da una parte e progredire nella scala sociale dall’altra. Il suo successo gli causa l’invidia e l’odio di molti compaesani che non hanno ottenuto tanto quanto lui, ma anche l’indifferenza della figliastra, Isabella, che si vergogna delle origini del padre a tal punto da presentarsi con il cognome della madre. Isabella è l’unico personaggio a vivere una pura storia d’amore, ma questa verrà spenta e inaridita dalle convenzioni sociali a cui dovrà sottostare. Mastro Don Gesualdo comprende il senso della sua vita solo in punto di morte, accorgendosi di avere accumulato “roba” nella quale si è identificato, dimenticandosi di sé e degli altri. I suoi averi non l’hanno ripagato dei sacrifici ma gli hanno voltato le spalle, effimeri.
Il linguaggio dell’autore è povero e quindi efficace nel descrivere i luoghi in cui si muovono i personaggi; il livello è medio-basso e il lessico non è molto ricercato. Vi sono alcuni termini propri del dialetto siciliano che conferiscono una maggiore realtà al racconto. Nelle descrizioni l’autore si limita a rappresentare con i termini più appropriati il mondo reale senza creare enfasi per far risaltare certi particolari, ma limitandosi ad una piatta descrizione oggettiva. Mancano figure retoriche di qualunque genere e mancano completamente le digressioni, perché l’autore non si sofferma ad analizzare la situazione psicologica dei personaggi o a spiegare certe caratteristiche sociali della cultura siciliana dell’epoca.
Nonostante il romanzo non mi abbia appassionato particolarmente, così come I Malavoglia, a causa dello stile, a mio parere, particolarmente arido, credo che la trama del romanzo e il racconto della vita di Gesualdo presentino bene l’atteggiamento dell’arrampicatore sociale. Mi è piaciuto il modo in cui il romanzo riesce a farci riflettere, soprattutto con la morte del protagonista, su quanto valga veramente la pena, nella vita, di affannarsi per raggiungere ricchezze e benefici. Credo che Mastro-don Gesualdo abbia trascurato le proprie vere passioni e i propri affetti più cari dimenticandosi della sua stessa parte umana.
Ha voluto impostare la sua vita al raggiungimento del benessere, e si è accorto, infine, di non poter godere di ciò che aveva conquistato, perché a lui estraneo. In questo senso credo che Verga abbia creato un personaggio-simbolo dei primi borghesi dell’epoca, e ci abbia comunicato, seppur con alcune difficoltà di lettura, la proposta di una ricerca, nella vita, di altro dal mero benessere materiale.

Mastro Don Gesualdo, storia

Il secondo romanzo del ciclo "I Vinti" è Mastro-don Gesualdo, uscito prima in rivista nel 1888 e poi l'anno successivo in volume. Il titolo individua già il protagonista: un mastro diventato ricco, e quindi con il titolo di don, senza però riuscire a far dimenticare le proprie umili origini. La novella La roba (1883) è un'anticipazione dei temi del romanzo. L'azione occupa circa 30 anni di storia siciliana, a partire dal 1820-21 (la rivolta carbonara) al 1948 (con i moti rivoluzionari in gennaio) e comprende l'epidemia di colera del '37 ma anche la nascita della borghesia terriera e imprenditoriale (Gesualdo) e il decadimento della nobiltà cittadina (suo genero il duca di Leyra).
Il romanzo è composto da 21 capitoli riunibili in 4 parti:
1. un incendio sorprende Bianca, una giovane nobildonna, insieme al cugino Ninì con il quale ha una relazione illecita; lui si rifiuta di sposarla in quanto sprovvista di una dote. Si fa dunque avanti Gesualdo, con le sue ambizioni di ascesa sociale. Le nozze si celebrano ma l'abisso tra i due è evidente
2. Gesualdo diventa il più ricco del paese grazie all'asta per le terre comunali e poi partecipando alla rivoluzione carbonara, con la speranza di scalzare i nobili
3. E' qui riassunta la storia di Isabella, nata del matrimonio tra Bianca e Gesualdo (ma più probabilmente figlia di Ninì), che si vergogna del padre, uomo con il quale non condivide quasi nulla. Isabella si innamora di suo cugino Corrado, un povero ragazzo, del quale rimane incinta. Gesualdo però desidera un altro futuro per la figlia: organizza quindi il matrimonio con un ricco aristocratico di Palermo, il conte Leyra. Intanto è scoppiato il colera.
4. La decadenza di Gesualdo è il tema principale. Dopo la morte della moglie, il popolo si ribella contro i suo magazzini. Morirà solo, stanco e malato di cancro.

Impersonalità nella narrazione + storia centrata su un unico personaggio
Gesualdo prima segue la logica dell'economia ma poi è destinato al fallimento esistenziale
Lo stile è incisivo, drammatico e non mancano sottolineature grottesche
La vita individuale risulta priva di senso e di valore. La passione per la roba si rivela un istinto autodistruttivo, diventando il simbolo dell'auto annientamento.
Il ruolo importante delle donne intorno al protagonista. Diodata ( come si capisce dal nome orfana, data da Dio) che ama Gesualdo, il quale però rifiuta di sposarla per la condizione sociale. Bianca, vittima della legge sociale, sposa Gesualdo ma non lo ama. Isabella non ha mai avuto un buon rapporto con il padre, nemmeno in punto di morte.

Mastro Don Gesualdo, spiegazione


Proprio Giovanni Verga, scrittore e drammaturgo italiano, è ritenuto il maggior esponente del Verismo. Egli nacque a Catania nel 1840 da un’agiata famiglia di proprietari terrieri. Decise sin da subito di dedicarsi agli studi letterari e, ritenendo la sua città nativa soffocante, si trasferì a Firenze dove scrisse il intitolato “Storia di una capinera”. Qui conobbe Capuana, colui che iniziò a diffondere le opere dei naturalisti francesi e venne a conoscenza della nuova narrativa da cui rimase molto colpito. Una volta trasferitosi a Milano, inizia ad interessarsi della realtà della vita siciliana, dei poveri, di tutti quelli che da un momento all’altro potevano mettere fine alla propria vita e, grazie a queste sue riflessioni, pubblica la sua prima raccolta di novelle intitolata “Vita dei campi”. Nel 1881, invece, pubblica il suo primo romanzo verista “I Malavoglia”, e nella prefazione espone il progetto di voler comporre un ciclo di cinque romanzi, intitolato “Il ciclo dei vinti”, dove avrebbe descritto i cinque possibili livelli di sconfitta a cui va incontro l’uomo, ciascuno associato ad un romanzo (la sconfitta di chi cerca di migliorare la propria condizione economica, la sconfitta di chi cerca di migliorare la propria condizione sociale, la sconfitta nell’ambizione aristocratica, la sconfitta in campo politico e la sconfitta nell’ambizione artistica). Egli però, ne compose solo due, perché si rese conto che pubblicandoli tutti sarebbe tornato a rappresentare gli ambienti aristocratici o alto borghesi ai quali non era più interessato. Il secondo romanzo di questo ciclo è “Mastro Don Gesualdo”, che si concentra sulla figura del protagonista Gesualdo Motta, un uomo che da semplice muratore attraverso una serie di speculazioni si è arricchito e punta sempre più a migliorare la propria condizione sociale. Egli vuole diventare Don da Mastro che era, in modo tale da poter rientrare in quella cerchia di notabili presenti nel suo paese. Il suo obbiettivo cerca di realizzarlo sposando Bianca Trao, una nobile donna la cui famiglia è decaduta economicamente. Bianca era innamorata, però, di un suo cugino nobile e giovane, ma non ricco. Durante un incendio al palazzo Trao, viene allo scoperto una situazione compromettente che vede coinvolti Bianca e il cugino. Bianca accetta la proposta della sua famiglia pur disprezzando il marito e da questo matrimonio nasce Isabella, che sarebbe potuta essere anche il frutto del suo amore con il cugino, ma Gesualdo non si pone questo problema e desidera una delle migliori istruzioni per la figlia: infatti la manda a studiare in uno dei più prestigiosi collegi di Palermo. Ogni volta che va a trovarla, Isabella prova disprezzo nei suoi confronti, comportandosi proprio come la madre. Nonostante questi dispiaceri, Gesualdo riesce a diventare l’uomo più ricco del paese, ma quando la figlia torna dal collegio, si innamora anche lei di un suo cugino, ma povero, e Gesualdo cerca di interrompere la relazione perché desidera per lei un matrimonio da principessa. Si fa così avanti il Duca di Leyra, che abita in un grande palazzo di Palermo e si organizza il matrimonio, anche se Isabella non era d’accordo. Gesualdo, ammalatosi, va a vivere nel palazzo, ma non si sente a suo agio per il troppo lusso che lo circonda. Per questo inizia ad isolarsi in una stanza dove molto raramente la figlia va a trovarlo. I medici gli diagnosticano un tumore allo stomaco e gli ultimi giorni della sua vita li trascorre proprio in quella stanza, assistito da un servitore che prova disprezzo per lui perché non lo ritiene un vero nobile. Quando il servitore si accorge della sua morte, avverte la figlia e, come segno di totale indifferenza per l’accaduto, apre la finestra e si mette a fumare.

Mastro Don Gesualdo, trama


Mastro don Gesualdo è una delle opere di Giovanni Verga, appartenente al ciclo dei vinti.
Il brano del romanzo da noi trattato narra di Gesualdo che, giunto alla conceria, trova tutti i suoi dipendenti dormire. Sentitolo arrivare, il “camparo” Carmine e la fedele Diodata si svegliano: il primo inizia così ad illustrare al padrone come procede il lavoro nel campo, cianciando di malocchio e del bestiame; frattanto Diodata cucina. Pronta la cena, Gesualdo si mette a tavola, compiacendosi del dolce suono della sua “roba” e invitando anche Diodata, seduta in un angolo a guardarlo, come un cane fedele, a bere e a mangiare con lui. Finito il pasto, l'uomo si alza e esce fuori ad ascoltare i rumori della sera in un passo quasi poetico. Subito gli vien da riflettere tra se e se, da ricordare quanto duro lavoro egli abbia dovuto fare per mettere da parte tutta quella “roba” e a quanti disguidi abbia avuto con la famiglia: ripensa al suo primo appalto, al padre che pretendeva di far un po' da padrone, alla madre che, morente, lasciò tutto sulle sue spalle. Ricorda di quando lavorava così intensamente da non rilassarsi mai, con tutti come nemici o alleati pericolosi.
Poi, quasi sulla scia dello stesso ragionamento, riprende a parlare con Diodata, lodando anche il suo lavoro e la sua fedeltà. La ragazza gli risponde mesta di dovergli quelle cose, di dovergli tutta la gratitudine che prova, perché lui l'ha salvata. Subito però china il capo impotente quando lui le rivela, agitato, di dover prender moglie. Riesce stentatamente a ribattere quando lui le chiede il motivo di tale comportamento, ma anzi, alla promessa di trovarle un buon marito tra i suoi dipendenti, ella scoppia a piangere, citando, a mo' di scusa, i loro figli. Ma Gesualdo non si lascia intimorire e con lo sguardo fermo, di chi sa di non avere alcuna facoltà di scelta, le risponde che quei bambini sono orfani, che baderà a loro il comune e che sarà compito loro, una volta cresciuti, preoccuparsi per il proprio destino. Poi, vedendola persistere nel pianto, le rivela impotente che lui non può farci nulla, che, a differenza di quando era povero, oramai non è più padrone del suo destino.
A differenza dei Malavoglia, in Mastro don Gesualdo scompare l'impianto corale e il punto di vista si sposta sul protagonista della vicenda, lasciando spiccare la figura dell'eroe. La focalizzazione, quindi, è alta, come rivela il passo descrittivo, in cui il paesaggio assume un ruolo quasi simbolico, analizzato in modo poetico. Il narratore della vicenda, è esterno, ma la focalizzazione è interna all'eroe, Gesualdo.
Gesualdo è infatti il personaggio protagonista dell'intera opera. Un uomo astuto, che nascendo povero tra i poveri, si è fatto da solo, scalando pian piano la gerarchia sociale, conquistando sempre più roba, senza però mai perdere quel bisogno di valori vero e autentico che lo caratterizza. E' un illuso, un uomo convinto di poter “smettere quando vuole”, di potersi consacrare alla religione della roba, ma continuare a decidere senza di lei, di poter entrare in un mondo di cui non è destinato a fare parte, convinto di essersi aperto tutte le porte. In realtà Gesualdo è solo un illuso, oppresso dall'interesse, dal calcolo cinico e privo di scrupoli, un vinto.
Diodata, la sua controparte in questo passo, ha i capelli capelli fini, il viso candido e gli occhi dolci, potrebbe benissimo essere una nobildonna, se non fosse per il resto del suo aspetto, per i tratti del viso che lasciano intravedere gli anni di stenti, la fame e le percosse o per le mani annerite dal lavoro di anni. Per Gesualdo ella rappresenta i vecchi valori, quelli legati alla famiglia e alle relazioni umane, ormai superati e soppiantati dalla religione della roba. Infatti, in un mondo simile, quello che l'eroe si è costruito, Diodata non è contemplata: la sua gratitudine, la sua umiltà, il suo affetto non possono esistere.
Ma basta leggere anche sommariamente la vicenda, per accorgersi che la vera protagonista è la “roba”. E' lei che comanda, lei che fa da padrona. Lo stesso spazio, la campagna in cui la vicenda si svolge e a cui il narratore dedica un inserto poetico, rendendola quasi idilliaca, è vista come luogo di produzione della roba, con un occhio analitico e attento per il bestiame e il raccolto. Essa assume un tratto quasi bucolico, quando il protagonista di allontana dalla roba e si avvicina a Diodata: la luna si alza e nella pianura rifulge la sua luce. L'idillio però dura poco, soppiantato ancora una volta dalla roba, dal rumore delle cose, delle case, delle bestie. Anche il tempo è messo in relazione con la produzione della roba: Gesualdo ha la concezione del tempo propria dell'uomo ricco, per cui “il tempo è denaro”, aspetto facilmente coglibile all'inizio del brano, dove possiamo vedere l'uomo, appena arrivato alla Conceria, lamentarsi rumorosamente del dormire dei suoi sottoposti, dopo il tramonto.
Personalmente sono convinta che Gesualdo sia un uomo che non abbia mai imparato ad amare. Il pessimo rapporto con la famiglia, l'interesse del padre e dello zio per la “roba” lo portano a diventare un cinico accumulatore di ricchezze inutili, a cui egli si dedica con lo zelo e la convinzione con cui dovrebbe dedicarsi a se stesso. E' un personaggio sconfitto, un “vinto”, poiché non è stato capace di preferire gli antichi valori, la famiglia e l'affetto, alla roba, che finisce per portargli solo odio da parte di tutti, nonostante il suo desiderio di affetto sia autentico. Nel brano trattato, Gesualdo è ricco di dubbi circa il matrimonio con Bianca Trao, certamente non perché egli voglia seriamente sposare Diodata, quanto più perché questo lo legherebbe ancora di più alla roba, negandogli perfino l'affetto di una moglie. Gesualdo è un uomo frustrato, in cerca di attenzione e accettazione, prima dal padre e dalla madre, poi dall'intera società, motivo per il quale egli si sia affannato tanto per procurarsi delle ricchezze. L'affetto per Diodata è quasi scontato: lei è l'unica che gli presti totale fiducia e devozione, l'unica che gli voglia bene, che gli dia attenzione. Ella però appartiene quasi ad un altro mondo e a Gesualdo il suo riconoscimento non basta, per lui il suo affetto non è abbastanza: Diodata non è parte della società della roba, non può in alcun modo aiutarlo.
Al contempo, Diodata sarebbe felice di sposare il suo padrone, ma non ne è davvero innamorata: ella è semplicemente una serva, miracolata dall'incontro con Gesualdo, che le ha dato cibo con cui sfamarsi, un tetto sotto cui ripararsi, dei vestiti con cui coprirsi e l'affetto che lei, orfana, non aveva mai ricevuto. Gli è riconoscente, è grata per ogni cosa che lui ha fatto per lei, quanto lo sarebbe ogni ragazza che viene salvata da un eroe e proprio per questo gli si affida, votando a lui la sua intera esistenza, scegliendolo come padrone e padre dei suoi figli. In realtà personalmente ritengo che Diodata non sia matura abbastanza da capire di non essere innamorata di Gesualdo, ma di essergli semplicemente riconoscente.

Mastro Don Gesualdo, commento


Il ciclo dei vinti si fermerà al quest’opera. Non va avanti perché mano a mano che sale la scala sociale, Verga smette di inquadrare situazioni collettrice ma si individualizza nei singoli personaggi, significa che il narratore concentra la propria attenzione sul singolo. Il narratore si trasforma, da popolare, polifonico uniformandosi in un ambiente individualista. Nei Malavoglia il narratore assume più punti di vista, questo possiamo evincerlo già dal titolo. Ma quando Verga decide di proiettare problematiche nella vita del singolo, il narratore diverrà individualista così come il protagonista. La forza iniziale si perde nel passaggio alle altre opere. Di fatti, la comunità di Acitrezza si riduce in Mastro Don Geusaldo, in un individuo che si mostra come un eroe negativo. Nei Malavoglia questo è Ntoni, che ha la capacità di recidere il cordone ombelicale. La prospettiva di Verga è una prospettiva di ammirazione anche se è un vinto. Lui è un eroe nero che si distingue dagli altri, così appare Mastro Don Gesualdo. Si evince una doppia personalità e astrazione sociale, in virtù della sua ricchezza entra nel mondo della ricchezza. L’incontro tra le famiglie porta alla trasformazione di questo personaggio, lui ha accumulato in vita la “roba” e sa che l’interesse che gira intorno a lui è dato solo dal suo patrimonio. Mastro Don Gesualdo ha questa consapevolezza, ce l’ha fatta, si è inserito nella borghesia, ma è rimasto solo. Quindi non è solo un vinto dal punto di vista morale, ma a questo si aggiunge anche la consapevolezza della sua misera condizione. Un solo sentimento positivo è dato dall’amore per una donna di nome Diodata, dalla quale ha dei figli illegittimi . L’unica cosa che resta a Gesualdo è sapere che quello è l’unico rapporto che lui abbia e che possa vivere. L’opera finisce che Gesualdo viene colpito da un cancro allo stomaco e muore sotto gli occhi disprezzanti di un servo al fine di rappresentare questa situazione di dolore fino alla fine.
È tutta una riduzione a uno, non abbiamo più un narratore polifonico ma monodico, un narratore con prospettiva e focalizzazione singola, interna soltanto al protagonista e con un punto di vista inattendibile.
Nel secondo romanzo del “ciclo dei vinti”, Mastro Don Gesualdo, Verga sposta il suo punto di osservazione; la “bramosia del meglio” non viene più analizzata ai livelli elementari della lotta per la sopravvivenza. Mastro- don Gesualdo è riuscito, infatti, da semplice muratore a compiere la sua scalata economica divenendo un ricco imprenditore. L’occasione gli è offerta dal matrimonio con la nipote della Baronessa, un matrimonio di interesse e di accomodamento. Gesualdo inoltre rinuncia per questo matrimonio all’amore dell’umile Diodata: è la vittoria sui sentimenti degli interessi economici e sociali. La scelta, tuttavia, non sortirà l’effetto ricercato da Gesualdo: guardato con sospetto dalla nuova classe di cui è entrato a far parte egli rimarrà sempre più solo. Mastro don Gesualdo è dunque anch’egli un vinto, ma non sul piano materiale bensì su quello psicologico e morale, rappresentante e vittima di un mondo che si presenta dominato dalla legge dell’interesse privato, della competizione economica e sociale, che non lascia posto neppure per i valori elementari.
A questa visione realistica, si accompagna una diversa soluzione linguistica: essa deriva dalla focalizzazione della narrazione su un solo personaggio principale. Sfumano il processo di regressione e, soprattutto, il narratore corale. Qui l’”eclisse” è realizzata attraverso la forza drammatica del dialogo, che “lascia parlare i personaggi” e, principalmente attraverso il punto di osservazione del protagonista, per il quale Verga fa largo uso del discorso indiretto libero. In questa focalizzazione il romanzo, preannuncia la svolta verso il romanzo psicologico del 900.
Il romanzo inizia con un incipit in Medias res, ovvero con l’incendio di Casa Trau. Verga scrive quest’opera 10 anni più tardi rispetto ai Malavoglia. Romanzo realistico, sociale, nel momento in cui Verga lo va a contestualizzare va ancora più indietro col tempo con l’analessi. Fa questo salto perché l’anno è il 1848, caratterizzato dai moti rivoluzionari, questo ci dice che Verga sta procedendo e che si sia incupito nel suo pessimismo, un pensiero fisso nella sua mente riguardava le conseguenze del progresso in Sicilia. Pensa che l’inizio della fine della Sicilia coincida con i moti rivoluzionari ovvero quando è arrivata la modernità nel sud. Nei moti rivoluzionari alla fine del 1848 nascono in Italia gli stati liberali. Per limite “post quest” (dopo il quale) parte la digressione nel sud per Verga è dal 1848. Durante questo incendio si vede fuggire un uomo dalla casa che induce il lettore a pensare che la moglie di Gesualdo avesse in casa un amante, quindi l’unica figlia legittima non sarebbe nemmeno sua. Questa situazione non è definita perché non abbiamo un’altra verità con cui confrontarci dato che il punto di vista è inattendibile.
Gesualdo è stato parossisticamente ossessionato dall’accumulo della roba. Gesualdo rappresenta il cosiddetto “self-made man”, ovvero l’uomo che si fa da solo, l’uomo eroe che è riuscito a costruirsi da se. Qui c’è un’ammirazione da parte di Verga il quale si è divertito a dare la misura di questa dimensione interiore.

Autori che hanno contribuito al presente documento: -: camaia : -, nicofontana, miay, yya, AnnaT123, Mika, saracut, robertamagnotta, Antonella912, anchor9798.

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