Mika di Mika
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Facendo riferimento ai fatti più importanti del libro "La Storia" di Elsa Morante, dimostra come il microcosmo in cui vive Ida riflette l'odissea della Seconda Guerra Mondiale a Roma

Lo storico romano Tacito affermava che per compiersi un evento storico erano necessari sia l'habitus animorum, cioè la predisposizione degli animi, sia gli audaces, cioè le personalità illustri che riescono a sfruttare l'habitus animorum. La storia è quasi sempre stata scritta considerando solo gli audaces, ma tralasciando coloro che la vivono e che anonimamente la scrivono: gli umili, coloro che costituiscono l'habitus animorum senza il quale gli audaces non potrebbero dare origine agli eventi storici. Eppure la Storia con la S maiuscola la fanno coloro che la vivono e che inevitabilmente la subiscono, senza potervisi opporre. Essa è inarrestabile, passa sulle vite di ogni persona come un cingolato, le distrugge o le segna inevitabilmente. Ciò nonostante gli storici, cioè quelli che dovrebbero raccontare la Storia, purtroppo dimenticano questo, o lo tengono in poco conto, magari esaltando le grandi personalità.
Invece la Morante scrive il romanzo "La Storia" con l'intento di illustrarci come vengono vissuti gli eventi storici dalla gente comune, evidenziando infine una critica alla Storia, questa sorta di mostro vorace che divora la vita delle persone che sono costretti a subirla senza saperne il perché. Questa convinzione profonda dell'autrice si riflette in tutto il romanzo attraverso Ida Mancuso, la protagonista, di cui si racconta l'esistenza nel momento più triste per lei e per tutta l'Europa, quale era la Seconda Guerra Mondiale, venne sconvolta dall'arrivo del conflitto, che pian piano come una piovra che stende i suoi tentacoli portò le sue conseguenze nella sua esistenza e in quella di tutti i romani.
Purtroppo sulla protagonista questi problemi si amplificarono perché era vedova, quindi sola ad affrontare i problemi e ad allevare il suo unico figlio Nino, per il quale temeva la ritorsione delle leggi razziali; infatti Ida era di madre ebrea, e questo segreto ingombrante che lei è costretta a tenere per sé la lacera, le fece temere per il figlio e soprattutto per il suo posto di lavoro statale, che le sarebbe precluso se fosse riconosciuto il suo status giudaico. Mentre per lei questo problema è stato angosciante ma senza nessuna conseguenza oggettiva nella vita quotidiana, per molti ebrei di Roma, le cose non andarono così bene. Le leggi razziali li avevano condannati a rinunciare alla loro vita lavorativa, alla loro dignità di uomini e di cittadini; eppure quello era solo l'inizio: quando la guerra entrò nel vivo gli abitanti del ghetto vennero rastrellati quasi per intero e deportati verso i campi della morte, dove pochi si salvarono. Davanti a ciò Ida non potette non restare indifferente, anzi, il ghetto visto con i suoi occhi dopo i vari rastrellamenti sembra quasi una città fantasma, immerso nella desolazione e il cui contrasto con i ricordi della protagonista risulta stridente.
Anche gli abitanti "ariani" di Roma furono coinvolti nella spirale della violenza, prima subita occasionalmente dai parte dei tedeschi, presenti nel nostro paese in qualità di alleati "amici" e poi di occupanti dopo il settembre 1943, quando cominciò ufficialmente la resistenza. Ida, infatti, viene stuprata nel 1940 proprio da un soldato tedesco, che lei lasciò inizialmente fare non ribellandosi perché temeva che fosse venuto ad arrestarla, vista la sua origine giudaica. Quando comprese le sue intenzioni era troppo tardi e da questo rapporto non voluto nacque un figlio, Useppe, di cui terrà nascosta il più possibile la gravidanza.
Ida coraggiosamente portò avanti questo bambino con l'amore che ogni madre rivolge alla propria progenie, sollevata inoltre del carico del figlio Nino, ragazzo turbolento partito per il fronte. Molte famiglie romane furono private dei loro giovani e taluni neanche tornarono a casa, ma perirono sul campo, come accadde al il figlio della famiglia Marrocco, presso cui Ida trovò ospitalità dopo essere vissuta per molto tempo nello stanzone di Pietralata a causa dei bombardamenti del quartiere San Lorenzo dove risiedeva. Per fortuna (o per disgrazia, dipende dai punti di vista) trovò alloggio nella camere che era di questo ragazzo, in attesa che tornasse, cosa che non avvenne mai e che invece era sempre attesa da sua madre.
La situazione divenne improvvisamente difficile per Ida perché perse la casa durante i bombardamenti che dilaniarono la nostra città e che costrinsero molti romani a vivere da sfollati nelle "case" che il regime aveva messo a disposizione. Così accadde anche per Ida, a cui venne assegnato un posto in uno stanzone a Pietralata, assieme ad altre persone, alcune provenienti addirittura da Napoli, come i Mille, anche loro senza tetto. Purtroppo la scarsa preparazione dell'Italia al conflitto, cui giungemmo del tutto impreparati, si fece sentire anche nei confini nazionali quando gli Alleati si ripresero e il generale Badoglio firmò l'armistizio, che condannò l'Italia centro settentrionale a sottostare all'occupazione tedesca. Quella guerra di cui giungeva notizia solo dai giornali o dalle radio divenne una cosa reale, nella sua drammaticità invase il quotidiano lasciando segni indelebili a chi vi è sopravvissuto. Questo accadde non solo a Roma ma in tutta Italia, che uscì distrutta dal conflitto mondiale.
Ida stessa, persa casa, cercò di non far pesare alla sua creatura la situazione precaria a Pietralata, dove si viveva nella promiscuità e con servizi igienici quasi inesistenti. Ma il peggio doveva ancora arrivare, perché finché Ida potette far uso del suo del suo stipendio in qualche modo sul mercato nero riusciva a comprare alimenti nobili come la carne, indispensabili per la crescita di Useppe e che lo stato non distribuiva alla popolazione, visto che era entrato in vigore il razionamento dei viveri; quando la cassa degli stipendi vene chiusa Ida si ritrovò senza una casa, senza un reddito fisso e soprattutto con una giovane bocca da sfamare.
La sua sembra la lotta per la sopravvivenza che spesso avviene nel mondo animale, con la femmina che è pronta all'estremo sacrificio pur di far vivere i suoi piccoli, così ella cercò in ogni modo di permettere al figlio di continuare a vivere, privandosi essa stessa del cibo. La Morante ci narra che per un periodo di poco antecedente alla fine della guerra, Ida fu costretta a mangiare erbe bollite pur di poter nutrire Useppe, sembrava, dice la scrittrice, che il suo fisico macilento stesse combattendo contro il gigante Golia (la fame), e , seppur fiaccato, andava avanti. L'istinto materno e protettivo le dava la forza di continuare a vivere e di fare cose che non avrebbe mai fatto se non fosse stata ridotta in questo stato di disperazione: durante un assalto ad un furgone carico di farina da parte di molti romani, Ida si mischia alla gente esasperata e ruba parte del preziosissimo carico. Non le importava molto ciò che diceva la sua coscienza. Il suo unico pensiero fisso era quello di salvare Useppe.
Questo problema con la penuria di cibo lo ebbero tante altre persone nella capitale, stretta nella morsa dei tedeschi occupanti e degli Alleati liberatori, che però non riuscirono ad "adempire" a questa funzione, se non nell'aprile del 1945. Fino ad allora a Roma ci fu solo fame e violenza dei tedeschi, il cui segno indelebile è rappresentato dalle Fosse Ardeatine, dove 335 innocenti morirono solo per una mera vendetta dei nazisti, non perché fossero colpevoli di qualcosa ma solo perché erano italiani e dovevano ripagare il sangue sparso dai partigiani, che in un attentato avevano ucciso 33 soldati del Führer. La ferita lasciata da questo episodio e dalla guerra fu così grande che per ricordare si volle subito costruire un sepolcro per quei romani periti nelle cave dell'Ardeatina, e per tutti gli altri che avevano avutola sfortuna di sperimentare sulla loro pelle l'esperienza terrificante della guerra. La Storia ricorda Roma come un centro cruciale della resistenza, ma nessuno considera i romani, il loro sacrificio, la loro esperienza personale e soprattutto la guerra che subirono senza volerla. Ciò vale anche per tutti gli altri italiani ed è proprio mossa da quest'intento che Elsa Morante scrive, per "costruire" a queste persone un monumento ideale, per ricordare che si muore non solo in guerra ma anche per la guerra. Nino, infatti, morirà durante un inseguimento con la polizia mentre svolgeva la sua attività di contrabbandiere, illuso da quel mito della ricchezza che non poteva non attirare un giovane che per cinque anni aveva vissuto la guerra al fronte e poi la resistenza, ma sempre in condizioni di vita invivibili. Useppe morirà a causa di un attacco epilettico nel 1947: troppo perché la psiche già profondamente segnata di Ida possa resistere, infatti morirà in una clinica psichiatrica, ormai diventata pazza da anni, sconvolta da quell'evento, ma soprattutto da una guerra che le ha tolto la vita pur non avendola uccisa, e come a lei, a tante altre persone.

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