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La coscienza infelice

Può essere considerata la sintesi di tutta la fenomenologia perché solo tramite essa si giunge dialetticamente alla conciliazione e alla fusione tra finito e l’infinito. Passa da una figura socio-economica a una filosofica. La scissione è tra il finito e l’infinito, tra l’uomo e Dio viene presentata come la separazione netta tra la coscienza mutevole (umana) e quella immutabile (Dio). Questa scissione diviene esplicita nella figura della coscienza infelice. E’ la tipica condizione del mistico, della religiosità medioevale, in cui l’uomo si sottomette totalmente a Dio che è lontano da lui e contrapposto in maniera irreversibile. Questa separazione si manifesta come l’antitesi tra trasmutabile e intrasmutabile. Questa è la situazione propria dell’ebraismo (Hegel proietta la questione in termini storico-religiosi). Richiama la religiosità ebraica, quella storica del vecchio testamento in cui l’uomo viveva sottomesso totalmente a Dio da cui faceva dipendere tutta la sua vita →richiama il rapporto servo-padrone. In seguito, espone un secondo momento, il cristianesimo in cui si vive l’esperienza di Dio che si incarna (questa è la situazione tipica del cristianesimo medioevale). Richiama situazioni storico filosofiche arcaiche. Dio incarnato è visto come una realtà effettuale (che è presente e si vede) e si è convinti di cogliere l’assoluto. Tuttavia, la pretesa di cogliere l’assoluto in una presenza particolare e sensibile è destinata al fallimento, inoltre, la storicità di Cristo non fornisce alla fede un base documentaria poiché non è sufficiente. Non consegna alla fede un fondamento storico perché per l’uomo è incomprensibile logicamente il concetto di Dio che si fa uomo e, per i posteri rimane una sorta di mito. Per cui resta trascendente e lontano. La coscienza, quindi, è infelice perché non può raggiungere questa realtà da cui si vede distaccata. L’infelicità della coscienza è descritta da Hegel tramite tre sotto-figure: devozione, fare e mortificazione di sé.

Devozione: è un atteggiamento, una componente del isterismo, è qualcosa di irrazionale e religioso, il pensiero non è ancora speculativo, no si esprime filosoficamente. La devozione è una sorta di Fare o operare: la coscienza cerca di esprimersi nel mondo e nel lavoro, rinunciando ad un contatto immediato con Dio, ma finendo per riconoscere come appartenenti a Dio le proprie opere. L’uomo si annulla e proietta se stesso in altro.

Mortificazione: Hegel vede in questo atteggiamento il voler annullare il proprio corpo. Nella massima esasperazione si capisce che ciò che si cerca non è altro che se stessi. Tentando invano di conoscere Dio, La coscienza si rende conto di essere essa stessa Dio, l’universale, il soggetto assoluto.

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