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Kant, Immanuel - Critica della ragion pratica

In questa sua seconda opera (dopo la “Critica della ragion pura”) Kant affronta il tema della “moralità”.

La ragione serve infatti anche all’azione. Quindi essa è teorica, ma anche pratica.
La ragion pratica può dunque essere pura o pratica. Quest’ultima concerne la moralità.

Secondo Kant la ragion pratica pura, a differenza di quella teorica, non ha bisogno di essere criticata poiché ubbidisce a leggi universali.
Invece quella empirica, poiché fornisce “massime di comportamento” dall’esperienza, concerne poco la morale.
In pratica nella ragione teorica non si può andare oltre l’esperienza, e in quella pratica l’esperienza non va considerata.
Tuttavia anche la ragione pratica ha comunque dei limiti, così come li ha la morale, che deve essere salvaguardata dal fanatismo.

Per esempio, poi, la ragione si deve sempre scontrare col sentimento, generando il dovere. Ecco perché Kant è detto “filosofo del finito”.

Kant è dunque convinto che esista una legge morale a priori valida per tutti, corrispettiva dei “giudizi sintetici a priori” della ragione teorica.
Ciò è dimostrato dal fatto che, nella morale, l’uomo agisce per inclinazioni naturali. Questo comporta:
1) libertà di agire (non segue gli impulsi);
2) validità universale e necessaria della legge.

Gli attributi essenziali della moralità sono: categoricità, formalità, disinteresse, autonomia.

La morale è inoltre data dall’insieme di ragione e sensibilità.
Se è presente solo la sensibilità l’uomo agisce per istinto, e se è presente solo la ragione si avrebbe la “santità etica”.
Invece in questo modo, l’uomo segue il dovere, che è lotta fra ragione ed impulsi, e la ragione pratica diviene imperfetta.
Inoltre, come nella ragion pura si parla dell’arroganza della ragione, che pretende di far a meno dell’“esperienza”, così anche la morale è superba quando si vuole sostituire alla virtù la presunzione di avere la perfezione etica.

Dicevamo che Kant è convinto che esista una legge morale a priori valida per tutti, corrispettiva dei “giudizi sintetici a priori” della ragione teorica.
Egli sostiene infatti che la mente umana segua dei principi pratici che si dividono in:

1) massime (validità soggettiva ES: alzarsi presto per far ginnastica);
2) imperativi (validi per chiunque, quindi oggettivi);

Gli imperativi possono essere:
1) imperativo ipotetico: se vuoi…devi….(a sua volta questo tipo di imperativo si divide in regole dell'abilità e della prudenza);
2) imperativo categorico: che ordina un “devi” assoluto. Solo in esso risiede la moralità.

Ma cosa comanda questo imperativo? Che esso diventi legge, ma poiché legge = universalità (come una massima uguale per tutti), esso chiede anche: “Agisci in modo che la massima della tua volontà sia un principio generale”. Di conseguenza: “Nei giudizi la volontà deve essere legislatrice giacché, ubbidendo ad essa, ubbidiremo a noi stessi.”

Un comportamento è inoltre immorale se supera il test di gereralizzazione.

Dialettica della Ragion Pratica

La “Critica della Ragion Pratica” si divide in due parti: Analitica e Dialettica.
In questa ultima parte Kant si chiede infine come raggiungere l’ideale di dovere, cioè la totale conformità alla legge morale. Ovvero il sommo bene.

Esso è in realtà impossibile da ottenere, perché per farlo sarebbe necessario un tempo infinito e l’uomo dovrebbe “morire al sensibile”, cosa impossibile.

Secondo Kant la felicità consiste nel disporsi delle cose secondo la finalità della ragione etica. Se ci si pone come traguardo il sommo bene, si ottiene dunque la felicità, garantita da Dio. E’ lui, cioè, a garantire che la virtù sarà premiata.

E’ da questa esigenza di veder la propria virtù premiata – la quale, se anche l’uomo facesse il suo dovere per il dovere, comunque esisterebbe - che nasce l’idea di una realtà sovrasensibile.
Inoltre virtù e felicità sono nella realtà due antinomie.
Solo nell’assoluto quest’antinomia non esiste. Di conseguenza deve esistere un’anima immortale ed un Dio.
L’esistenza di Dio è dunque una esigenza inevitabile dell’etica.

L’etica kantiana si basa dunque sui seguenti postulati:
1) Il mondo è fenomenico (meccanicistico) e noumenico (libero), in mezzo al quale vi è l’uomo;
2) L’immortalità dell’anima è l’unico modo per raggiungere la perfezione;
3) La necessità di un giudice che soppesi virtù e felicità porta a Dio.

Il primo postulato è diverso dagli altri perché non è ipotetico o un’esigenza dell’etica, ma la condizione che la rende possibile.
Il secondo e il terzo sono invece ragionevoli speranze. Da esse nasce la religione.
Anche se il tu devi non è subordinato ad alcuna speranza o premio, ne sente l'esigenza.

Dio ed anima, però, non sono ammessi dalla ragione, né generano la moralità.
Tuttavia il primato della ragion pratica sta proprio nell’indicare come, attraverso la moralità, l’uomo possa andare oltre i contenuti del fenomeno.

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