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De Monarchia (Sulla Monarchia)
Libro II

1. Dante esordisce dicendo c’è stato un tempo in cui egli si meravigliava del fatto che il popolo romano fosse diventato padrone del mondo e ne individuava il motivo nella forza delle armi. Poi, guardando più in profondità, capì che tutto ciò era invece un disegno della divina provvidenza: allo stupore subentrò la derisione per lo sforzo vano delle nazioni che tumultuarono contro il dominio di Roma. Dopo la derisione deve insorgere, in un uomo impegnato, la luce della correzione: egli dunque scriverà e diraderà le nebbie che offuscano gli occhi di re e principi. La soluzione del problema è chiarita non solo alla luce dell’umana ragione, ma anche alla luce della grazia divina.
2. La questione è la seguente: il popolo romano si è attribuito di diritto o meno l’Impero universale? Come l’arte si presenta in tre gradi, nella mente dell’artista, nello strumento e nella materia, così anche la natura può essere indagata in tre gradi: infatti è nella mente di Dio, poi nel cielo (strumento) e dunque nella realtà. E come, se l’artista e lo strumento sono perfetti, se c’è difetto nell’opera finita, bisogna attribuirlo solo alla materia, così, siccome Dio e il cielo non hanno difetto alcuno, ogni difetto è nella materia e ogni bene deriva da Dio e poi dal cielo. Quindi il “diritto”, essendo un bene, è nella mente di Dio, è Dio ed è voluto da Lui nel massimo grado. Il diritto qui sulla terra è un’immagine della volontà di Dio, per questo tutto ciò che non concorda con la volontà di Dio non è diritto, e viceversa. Ma la volontà di Dio è imperscrutabile: la dovremo indagare perciò per mezzo di indizi e un’attenta considerazione delle sue opere.
3. I Romani non hanno usurpato il ruolo di Monarca nel mondo perché al più nobile dei popoli spetta l’Impero e i Romani furono la gente più nobile. Dante riporta poi esempi tratti dall’Eneide virgiliana per dimostrare la nobiltà del popolo romano e la predestinazione divina affinché Roma fosse la guida del mondo.
4. Ciò che raggiunge la propria perfezione con l’aiuto di miracoli è voluto da Dio ed avviene perciò di diritto, quindi è sacrosanto ammettere che il miracolo sia opera di Dio: l’Impero romano, per realizzarsi, ha avuto bisogno di miracoli, dunque è voluto da Dio, quindi ha ili diritto di esistere. Che Dio abbia operato dei miracoli per affermare Roma sul mondo è attestato dagli antichi scrittori.
5. Chi mira al bene dello stato mira al fine del diritto; infatti li diritto è un rapporto reale fra uomo e uomo il quale, mantenuto, mantiene la società, corrotto, la corrompe: se il fine di ogni società è il fine dei suoi membri, è necessario che il fine del diritto sia il bene comune, e se il diritto, cioè le leggi, non fosse diretto all’utilità degli uomini, non sarebbe un vero diritto. Dunque se i romani hanno mirato al bene dello stato, hanno mirato al diritto. E ciò si vede bene, considerando le imprese dei romani nelle quali, annullando la cupidigia e amando la pace, hanno trascurato il proprio utile. Le buone intenzioni del popolo romano sono riportate da illustri scrittori, tra i quali Cicerone. Dante riporta i casi di singole persone che eroicamente hanno composto la gloria di Roma: Cincinnato, Fabrizio, Camillo, Bruto, Muzio Scevola, Catone. Chi mira al fine del diritto, procede secondo il diritto; Roma ha mirato al fine del diritto, quindi giustamente è stata arbitra del mondo. Raggiungere il fine del diritto, senza averne diritto, è come, secondo Dante, elargire un’elemosina attingendo da una refurtiva, cosa che, se fosse invece fatta con i propri averi, sarebbe giusta. Quindi in ogni caso il popolo romano si è attribuito di diritto la dignità dell’Impero universale.
6. Ciò che la natura ha ordinato si conserva di diritto. L’ordine della natura delle cose si conserva solo con il diritto. E il popolo romano è stato ordinato dalla natura all’Impero: infatti, come un’artista che trascura i mezzi e mira solo al fine non raggiunge la perfezione, così la natura, se mirasse soltanto al fine delle cose, farebbe cose imperfette. Ma, essendo essa opera di Dio, non può essere imperfetta. Siccome il fine dell’uomo è uno dei mezzi necessari al fine della natura, la natura mira ad essa. E poiché non può raggiungere tale scopo per mezzo di un solo uomo, ma per mezzo di molti, è necessario che la natura produca una moltitudine di uomini. Non v’è dunque dubbio alcuno che la natura abbia predisposto nel mondo un luogo e un popolo per l’Impero universale: Roma. Seguono testimonianze d’illustri scrittori romani.
7. Il giudizio di Dio sull’uomo, a volte è chiaro, a volte no. Se è chiaro, lo può essere in due modi: per ragione e per fede. Se è nascosto non può essere compreso né per ragione né per fede, ma per grazie speciali: questo accade in diversi modi, per rivelazione o mediante una prova. Per rivelazione in due modi: per volontà di Dio o per mezzo di preghiere; per volontà di Dio in due modi: direttamente o tramite un segno. Mediante una prova in due modi: per sorteggio o per contesa. Per contesa in due modi: attraverso lo scontro di due forze o attraverso una competizione tra più concorrenti. Mentre nel primo modo i duellanti possono ostacolarsi a vicenda, nel secondo no. Gli argomenti della competizione e dei campioni saranno svolti nel seguito.
8. Quel popolo vincitore della gara per l’Impero è arrivato primo per giudizio di Dio. Il popolo romano è giunto primo nell’egemonia del mondo a dispetto di Nino e Semiramide, Vesage, re egiziano, Ciro, Serse, Alessandro, colui che più d’ogni altro si avvicinò all’Impero universale.
9. Ciò che si ottiene in duello, si ottiene di diritto. Infatti qualora il giudizio umano venisse meno, bisognerebbe interpellare quello divino. Le condizioni essenziali di un duello sono due: primo, ricorrere al duello solo in casi estremi, dopo aver percorso ogni via possibile, secondo, scendere in campo non per odio, ma per pura esigenza di giustizia. Perciò nel duello bisogna disprezzare l’oro e la gloria e guardare alle armi, e Dio sarà presente. Il popolo romano ha acquisito la dignità imperiale attraverso duelli: Enea e Turmo, Oriazi e Curiazi, etc. Chi può essere così ottuso da non riconoscere la supremazia di Roma sul mondo tramite duelli, cioè di diritto?
10. Il tumulto contro l’impero romano è opera soprattutto dei religiosi che si dicono seguaci della fede cristiana. Se l’Impero romano non fosse avvenuto di diritto, Cristo, con la sua nascita, avrebbe sanzionato un’ingiustizia. Ciò è falso, è dunque vero il contrario. Infatti chi si attiene a un editto, sanziona che esso è giusto. Ma Cristo, nascendo sotto l’editto e la giurisdizione romana, ha sanzionato tale autorità di diritto, e Augusto imperatore di Roma.
11. Se l’Impero romano non fosse esistito di diritto, il peccato di Adamo non sarebbe stato espiato da Cristo. Ciò è falso: è vera la premessa; infatti, se ci fosse ancora l’antico peccato, saremmo ancora figli dell’ira: ciò non è. Smettano dunque gli avversari di Roma di condannare l’Impero sacrosanto, sanzionato da Cristo con la sua nascita e morte.

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