pp. 136-139 - Tacito: La morte di Seneca (Annales, 15, 62-64) - Scrittori dell’età imperiale – Seneca Tacito

Versione originale in latino


62. [1] Ille interritus poscit testamenti tabulas; ac denegante centurione conversus ad amicos, quando meritis eorum referre gratiam prohiberetur, quod unum iam et tamen pulcherrimum habeat, imaginem vitae suae relinquere testatur, cuius si memores essent, bonarum artium famam fructum constantis amicitiae laturos. [2] Simul lacrimas eorum modo sermone, modo intentior in modum coercentis ad firmitudinem revocat, rogitans ubi praecepta sapientiae, ubi tot per annos meditata ratio adversum imminentia? cui enim ignaram fuisse saevitiam Neronis? Neque aliud superesse post matrem fratremque interfectos quam ut educatoris praeceptorisque necem adiceret.

63. [1] Ubi haec atque talia velut in commune disseruit, complectitur uxorem et paululum adversus praesentem fortitudinem mollitus rogat oratque temperaret dolori neu aeternum susciperet, sed in contemplatione vitae per virtutem actae desiderium mariti solaciis honestis toleraret. Illa contra sibi quoque destinatam mortem adseverat manumque percussoris exposcit. [2] Tum Seneca gloriae eius non adversus, simul amore, ne sibi unice dilectam ad iniurias relinqueret, «vitae» inquit «delenimenta monstraveram tibi, tu mortis decus mavis: non invidebo exemplo. Sit huius tam fortis exitus constantia penes utrosque par, claritudinis plus in tuo fine». Post quae eodem ictu brachia ferro exolvunt. [3] Seneca, quoniam senile corpus et parco victu tenuatum lenta effugia sanguini praebebat, crurum quoque et poplitum venas abrumpit; saevisque cruciatibus defessus, ne dolore suo animum uxoris infringeret atque ipse visendo eius tormenta ad impatientiam delaberetur, suadet in aliud cubiculum abscedere. Et novissimo quoque momento suppeditante eloquentia advocatis scriptoribus pleraque tradidit, quae in vulgus edita eius verbis invertere supersedeo.

64. [1] At Nero nullo in Paulinam proprio odio, ac ne glisceret invidia crudelitatis, iubet inhiberi mortem. Hortantibus militibus servi libertique obligant brachia, premunt sanguinem, incertum an ignarae. [2] Nam, ut est vulgus ad deteriora promptum, non defuere qui crederent, donec implacabilem Neronem timuerit, famam sociatae cum marito mortis petivisse, deinde oblata mitiore spe blandimentis vitae evictam; cui addidit paucos postea annos, laudabili in maritum memoria et ore ac membris in eum pallorem albentibus, ut ostentui esset multum vitalis spiritus egestum.
[3] Seneca interim, durante tractu et lentitudine mortis, Statium Annaeum, diu sibi amicitiae fide et arte medicinae probatum, orat provisum pridem venenum, quo damnati publico Atheniensium iudicio exstinguerentur, promeret; adlatumque hausit frustra, frigidus iam artus et cluso corpore adversum vim veneni. [4] Postremo stagnum calidae aquae introiit, respergens proximos servorum addita voce libare se liquorem illum Iovi liberatori. Exim balneo inlatus et vapore eius exanimatus, sine ullo funeris sollemni crematur. Ita codicillis praescripserat, cum etiam tum praedives et praepotens supremis suis consulere

Traduzione all'italiano


62. [1] Seneca, impassibile, chiede le tavolette per il testamento; avendo il centurione opposto diniego, egli rivoltosi agli amici dichiara che poiché gli era impedito di manifestare la sua gratitudine per i loro meriti, lasciava loro l’unico bene che aveva e tuttavia il più bello, l’ esempio della sua vita. [2] Richiama alla fermezza le loro lacrime, ora con un ragionamento pacato, ora con più energia, in tono di rimprovero, chiedendo [loro] dove [siano] i dettami della saggezza, dove i propositi meditati per tanti anni contro qualsiasi evento. A chi era ignota la crudeltà di Nerone? E dopo aver ucciso madre e fratello, non gli rimane altro che dare la morte a colui che gli fu educatore e maestro.
63. [2] Dopo aver rivolto questi discorsi e altri simili in tono generale, si stringe al petto la moglie e un po’ intenerito nella fortezza fin qui dimostrata, la prega e la scongiura (= la prega insistentemente) di moderare il suo dolore e di non conservarlo per sempre, ma nel ricordo di una vita vissuta nella virtù di sopportare il rimpianto del marito con conforti nobili. Essa invece afferma di essere anch’essa decisa a morire e richiede con insistenza la mano di uno che la colpisca.
[2] Allora Seneca, non opponendosi alla sua gloria e contemporaneamente per amore, [disposto] a non abbandonare agli oltraggi lei che gli era cara più di ogni cosa, disse: “Ti avevo mostrato delle consolazioni, tu preferisci la dignità della morte; non sarò geloso del tuo nobile esempio. Che sia uguale per entrambi la fermezza di questa fine così coraggiosa, ma che la tua morte [sia] più gloriosa”. Dopo aver detto ciò, si fanno tagliare le braccia con la spada. [3] Seneca, poiché il suo corpo senile e indebolito dal cibo insufficiente lasciava uscire lentamente il sangue , si fa recidere anche le vene delle gambe e il ginocchio; e sfinito così dagli orrendi tormenti, per non abbattere, con la sua sofferenza il coraggio della moglie e per non lasciarsi cadere nell’insofferenza nel vedere i tormenti di lei, la convince a passare in un’altra stanza. E in questo ultimo momento [della sua vita] non venendogli a mancare la capacità di comunicare, chiamati i sui scrivani, dettò loro molti pensieri che mi astengo dall' esprimere con altre parole perché sono state pubblicate con le sue stesse (= testualmente).

64. [1] Nerone non aveva nessun odio personale nei confronti di Paolina e temendo che le crudeltà facessero accrescere l’odio [nei suoi confronti], ordina che le sia proibito di darsi la morte. Incitati dalle guardie, schiavi e liberti le fasciano le braccia, le fanno coagulare il sangue, probabilmente senza che lei se ne rendesse conto. [2] Infatti, visto com’è il popolo pronto a credere il peggio, non mancò chi credeva che essa, finché temette che Nerone fosse implacabile, aspirasse alla gloria di una morte associata, a quella del marito, ma che poi offerta una speranza più mite, fosse vinta dal fascino della vita a cui aggiunse poi pochi anni [sopravvisse alla morte del marito per pochi anni], con lodevole ricordo del marito e con il volto e le membra sbiancate, in modo tale che era evidente che gran parte del suo spirito vitale se ne era andato. [3] Nel frattempo Seneca, persistendo il lento trascinarsi della morte, prega Stazio Anneo, provato a lungo per amico fidato ed esperto nell’arte della medicina, affinché gli somministri il veleno con cui venivano fatti morire i condannati per sentenza popolare degli Ateniesi; e portogli lo beve invano, gli arti sono già freddi e il corpo [è] refrattario alla forza del veleno. [4] Alla fine entrò in una vasca di acqua calda, spruzzando i servi più vicini ed aggiungendo che con quel liquido libava a Giove Liberatore. In seguito, [viene] trasportato in una stanza da bagno dai cui vapori resta soffocato. Viene cremato senza alcuna cerimonia funebre. Così aveva disposto in alcuni codicilli, quando ancora ricco e potente, dava istruzioni per la sua morte.