Nagarjuna e la dottrina della vacuità
Valeria Puzone
Il filosofo Nagarjuna, nato nell'India meridionale e vissuto attorno al II sec. d.C., fu una delle fondamentali personalità che influirono maggiormente sulla filosofia indiana antica. Seppur ci siano a disposizione poche notizie riguardo la sua biografia, possiamo attribuirgli con sicurezza molte opere, tra cui sicuramente la più importante “Madhyamaka-karika”, che divenne poi il cardine del Madhyamaka.
La teoria principale di questa scuola di pensiero riprende il già esistente concetto della vacuità, ma viene assunto dai suoi seguaci nella accezione più estrema, la vacuità estesa a tutta la sfera del reale, la vacuità del tutto.
I testi della Prajna-Paramita
Nagarjuna attinse dall'insegnamento dei testi della “Prajna-Paramita”, relativi alla scuola Mahayana le cui teorie principali sono quelle del bodhisattva e della vacuità. Il “Il Sutra del cuore”, riportato all'interno del gruppo di testi sopracitato, riformula il Discorso della messa in moto della ruota del dharma alla luce della teoria della vacuità: “Il nobile Avalokitesvara, il bodhisattva, percorrendo il profondo corso della Perfezione di Sapienza, guardò giù dall'alto: vide cinque aggregati, e li vide vuoti.” [1]
I dharma e la realtà vuota
Nagarjuna inizia contestando la dogmatica dell'Abhidharma secondo cui i dharma avrebbero una “natura propria”. In realtà per il filosofo anche essi sono vuoti, in quanto incapaci di sussistere indipendentemente l'uno dall'altro, perciò riprende l'argomento dell'anatta con l'espressione “tutti i dharma sono privi di sè”. Essendo i dharma i costituenti ultimi di tutta la realtà, ed essendo questi vuoti, possiamo confermare l'inessenzialità e l'impermanenza di tutta la realtà, tutta la realtà risulta quindi ugualmente “vuota”.
La libertà dal condizionamento
Parallelamente però la teoria esprime anche la libertà dal condizionamento, e perciò l'assolutezza del dharma. In questo senso la teoria della vacuità si distanzia da quello che poteva essere un orientamento nichilista. Lo stesso Nagarjuna infatti in uno scritto afferma che “La vacuità, male intesa, manda in rovina l'uomo di corto vedere, così come il serpente male afferrato o una formula magica applicata male.” [2]
Con queste parole l'autore intende preservare il sunyavada dal divenire una tesi, poiché se lo divenisse sarebbe una fonte di pericolo per l'uomo. Perciò, essendo lontana dal nichilismo, la dottrina della vacuità non esaurisce la realtà nel nulla più assoluto, bensì ide
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