Appunti sull'approccio in seconda persona di Vasudevi Reddy
L'Io inizia ad esistere a livello psicologico grazie all'esperienza dell'interazione, che permette di affermarsi in un quanto "Tu" agli occhi dell'altro. Un primo contatto tra menti si ha con il fenomeno dell'imitazione, che permette al bambino di attirare e mantenere l'attenzione dell'Altro. Un buon metodo per studiare la relazione e la comunicazione tra bambini ed adulti consiste nell'assunzione di una prospettiva in seconda persona, che spesso si avvale di osservazioni e narrazioni di episodi osservati dai genitori nel loro interagire con i figli piccoli.
L'autrice si schiera contro una tendenza abbastanza diffusa, che vuole i bambini come incapaci di comprendere e percepire l'altro se non meramente a livello fisico, in quanto corpo. Ella intraprende, poi, un discorso epistemologico più ampio, finalizzato non solo a raggiungere una maggior comprensione delle interazioni tra bambini ed adulti, ma anche a spiegare come sia possibile la comunicazione tra menti in generale, pure toccando il tema dell'incontro interculturale. Per far ciò, si serve di osservazioni di episodi di vita quotidiana, proprie e di altri genitori.
Considerazioni sui bambini e parallelismi con la natura
Proprio come, solo sulla base delle rispettive strutture fisiche, i bombi non potrebbero volare ed i tonni pinna blu non dovrebbero essere in grado di nuotare velocemente (ali troppo sottili rispetto al corpo ingombrante nel primo caso e debolezza nel secondo), allo stesso modo i bambini non dovrebbero essere in grado di comunicare e comprendere le menti altrui sulla base della considerazione che si ha di loro. Tuttavia, i bombi volano ed i tonni pinna blu sono degli abili nuotatori; l'errore risiede nel considerare l'organismo come estrapolato dal contesto in cui agisce e porta a non tenere conto del fatto che i calabroni sfruttano i vortici d'aria creati dalle loro ali ed i tonni i mulinelli che si originano per via del movimento della coda.
Problemi nella valutazione delle capacità dei bambini
Nel caso della valutazione delle capacità dei bambini, i problemi da tenere in considerazione sono due:
- Dis-connessione: considerazione dei piccoli come disconnessi rispetto alle altre menti.
- Dis-incarnamento: visione della mente in quanto del tutto separata dal corpo, che fa sì che questa non possa esser conosciuta per mezzo della percezione.
Tuttavia, se il solo modo per accedere ai contenuti mentali fosse l'inferenza, la Psicologia sarebbe una scienza dubbia. L'autrice si scontra, quindi, fin da subito con un gap, che vuole i bambini come in grado di percepire i corpi altrui, ma non dotati di sufficienti risorse cognitive per avere accesso alle menti. Tuttavia, partire da questo presupposto, fa sì che si devolvano meno risorse all'interazione con i bambini, indubbiamente sottovalutati; al contrario, una buona partecipazione emotiva si rende necessaria ogni qual volta vi sia la reale intenzione di conoscere l'Altro.
Il gap tra fisico e psicologico
Quando si parla di "gap", si fa riferimento alla scissione tra il fisico e lo psicologico, laddove solo la prima componente sarebbe conoscibile per i bambini. Tuttavia, anche se per molti Autori questo si traduce in una separazione mente-corpo, per altri il vero distacco sarebbe direttamente tra le menti delle persone, che si troverebbero, pertanto, impossibilitate a conoscersi realmente ("conosco la mia mente, ma non la tua"). Una visione del primo tipo rimanda al dualismo Cartesiano, con la distinzione tra res cogitans e res extensa ed il conseguente cogito, ergo sum: l'essere umano conosce una realtà che gli deriva dai sensi ma di cui non può essere sicuro, mentre la sola certezza di cui dispone è data dalla percezione del mentale, ovvero del suo stesso pensiero. La mente, in questo senso, è come un'isola: separata dal reale e dalle altre menti; le relazioni che si creano, pertanto, sono mediate da idee, che possono anche essere illusorie. Per risolvere quest'ultimo problema, Cartesio ha supposto l'esistenza di una divinità, che non avrebbe mai ingannato l'essere umano facendolo riflettere su un qualcosa di inesistente.
Ad oggi, il dualismo cartesiano viene rifiutato nella misura in cui si ritiene che esista una connessione tra la mente ed il corpo: ciò nonostante, si rivendica, allo stesso tempo, una distinzione tra i due termini e l'odierna dicotomia sembra essere quella "mente-comportamento". Essa è stata avvallata dal Comportamentismo, con la separazione del comportamento dagli stati mentali e la sua elezione ad oggetto di studio prioritario della Psicologia; il Cognitivismo ha, al contrario, spostato il focus sulla mente, ma senza spezzare la dicotomia. In un certo senso, queste due scuole sono poste come su un unico percorso evolutivo, con la prima che si è resa necessaria per lo sviluppo della seconda.
Criticità associate al gap
Alla questione del gap, si associano, in ogni caso, non poche criticità, quali:
- Intollerabilità dell'incertezza: l'incertezza, di per sé, può esistere, dal momento che la solamente di cui si faccia realmente esperienza è la propria, mentre quelle degli altri potrebbero anche non esistere. Tuttavia, pensare alle altre persone come dotate di menti è fondamentale per potervi interagire e per continuare il processo evolutivo. Non ci può essere la certezza, ma almeno l'assenza dell'incertezza si rende necessaria per un coinvolgimento interpersonale attivo e produttivo.
- Impossibilità del disincarnamento: mentre per Cartesio il corpo è de-animato, ovvero non serve a comprendere le menti, per la Fenomenologia è proprio dall'incontro tra i soma che passa la conoscenza del mentale. Ad oggi, le Neuroscienze sembrano vicine al colmare il gap per mezzo della nozione di neuroni mirror, mentre per Darwin il corpo è dotato di intenzione, la quale può essere compresa con il corpo stesso (motivo per cui non ha senso immaginare un diverso sistema deputato alla conoscenza del mentale, inteso, appunto, come intenzionalità). Considerare la mente come un qualcosa che si manifesti attraverso il corpo e le sue azioni, permette di vederla come possibile oggetto della percezione. Ciò nonostante, diversi Autori sostengono che sia necessario l'aver sviluppato la capacità rappresentazionale per comprendere le menti, laddove questa permette di avere a che fare con delle idee della realtà che non si riducano al solo piano fisico, tangibile.
- Carattere privato dei fenomeni psicologici: la concezione dell'attività mentale come di un qualcosa di esclusivamente privato viene messa in dubbio da due punti di vista, ovvero quello evoluzionistico e quello culturale. Evolutivamente parlando, può essere difficile capire quale sia il contenuto mentale che si celi dietro un comportamento od un'espressione emotiva di un adulto, ma altrettanto non si può dire su un bambino; inoltre, gli stati mentali possono essere comunicati, ma questo può accadere solo a seguito di una precedente e prolungata condivisione degli stessi tra le persone: la dimensione privata, quindi, deriva da quella pubblica, non il contrario. Secondo la prospettiva culturale, si possono distinguere due tipi di società: quelle individualistiche e quelle collettivistiche. Mentre nelle prime vi è una maggior tutela della riservatezza, nelle seconde si assiste ad una considerevole condivisione delle esperienze emotive. Il coinvolgimento, comunque, non permette solo di rendere comuni stati mentali privati, ma anche di creare nuove esperienze pubbliche.
Superamento del gap
Il superamento del gap può avvenire per mezzo di due prospettive, che sono:
- Approccio in prima persona: si può conoscere l'Altro per analogia, ovvero trovando delle somiglianze con se stessi (ragionamento per analogia e teoria della simulazione).
- Approccio in terza persona: si conosce l'Altro formulando delle ipotesi sui suoi comportamenti che si riconoscono come simili ai propri (ToM).
Entrambe richiedono la presenza di un ponte che permetta l'accesso alle menti ed esso è dato dalle rappresentazioni mentali, che si differenziano sulla base di provenienza (esperienza di sé od osservazione dell'Altro) e modalità di sviluppo (analogia o formulazione di ipotesi).
Approccio in prima persona
Un esponente dell'approccio in prima persona è Mill, secondo cui noi inferiamo stati mentali di cui già abbiamo avuto esperienza osservando nell'Altro quelle condizioni del corpo che ricordiamo di aver già sperimentato (ex. la rabbia per mezzo della sua manifestazione fisica); se così fosse, però, tutto dipenderebbe dalla sola esperienza del singolo e non ci sarebbero che indebite generalizzazioni. Per Wittgenstein, la condivisione delle proprie esperienze mentali per mezzo del linguaggio, non è conseguenza, bensì causa della loro conoscenza per come si esperiscono in prima persona.
La teoria della simulazione deriva dall'approccio del ragionamento per analogia e prevede una comprensione della mente mediata da un processo di attribuzione basato su di sé, che si snoda nelle seguenti fasi:
- Osservazione dell'Altro.
- Simulazione di quello che si proverebbe al suo posto, resa possibile dal riconoscimento, nell'Altro, di qualcosa di simile al Sé.
- Esperienza dello stato mentale altrui.
Le Neuroscienze, infine, utilizzano il concetto di "schema corporeo" per colmare il gap, laddove esso permette di riconoscere l'Altro ed il suo corpo come simili a se stessi. In particolare, Gallese sostiene che osservare un'azione compiuta da un'altra persona permetta di viverla come svolta personalmente (simulazione incarnata) e questo consente il passaggio da Altro-oggetto ad Altro-Sé. I limiti dell'approccio in prima persona sono riassumibili nell'importanza eccessiva attribuita alla componente somatica intesa come relazione tra i corpi ed al riconoscimento di parti di Sé nell'Altro: tutto questo, infatti, avviene a scapito di una maggior considerazione del dialogo interpersonale e della scoperta e reazione alle differenze.
Approccio in terza persona
La prospettiva in terza persona, invece, nega a priori la possibilità di un accesso diretto al mentale e sostiene, piuttosto, che sia a partire dall'osservazione del comportamento altrui che si possa conoscere la mente, attraverso processi di deduzione e formulazione di ipotesi. In questo approccio rientra la ToM, secondo la quale il bambino acquisirebbe la capacità di attribuire una mente, nonché intenzionalità e credenze alle altre persone a partire dai 4 anni, con la comprensione della FC e della differenza tra i propri stati mentali e quelli altrui: si tratta di una teoria molto importante in Psicologia dello sviluppo. La theory-theory ha come limite quello di attribuire a tutte le persone ed in tutte le situazioni il punto di vista dello psicologo, che osserva dall'esterno e conosce la realtà per mezzo di formulazione e di revisione di ipotesi.
Approccio in seconda persona
Sia l'approccio in prima che quello in terza persona creano una dicotomia tra osservatore ed osservato: una strada alternativa consiste nella negazione del gap ed è data dall'approccio in seconda persona, adottato dall'autrice. L'approccio in seconda persona si focalizza sulla comprensione dell'Altro attraverso una partecipazione diretta. I suoi assunti di base sono:
- Non esiste alcun gap e la mente può esser conosciuta attraverso meccanismi percettivi.
- L'Altro non è unico, ma può essere di due tipi, ovvero quello a cui ci si rivolge con il "tu" e quello al quale si fa riferimento con il "lui" od il "lei".
- La partecipazione emotiva non permette solo la percezione, ma anche la creazione delle menti.
Non ci si limita ad osservare l'Altro, ma nella relazione con esso ha luogo anche una valutazione della propria esperienza personale in quanto destinatari del comportamento. È importante, a questo punto, sottolineare una differenza:
- Seconda persona: l'Altro è riconosciuto e gli viene conferita la dignità di esser soggetto. In questo tipo di relazione, vi è partecipazione e si usa il "tu".
- Terza persona: l'Altro non è che oggetto di percezione ed in questo tipo di relazione non vi è coinvolgimento, ma aumenta la distanza.
È solo attraverso una reale partecipazione che si possono veramente conoscere le persone, laddove è necessario un coinvolgimento autentico per attribuire importanza a ciò che, visto dall'esterno, non ne ha. Secondo l'approccio in seconda persona, non esiste un gap nemmeno tra proprio- e esterocezione, il che consente di associare i proprio stati mentali, vissuti personalmente, a quelli dell'Altro, che invece possono solo essere osservati: le due forme di percezione, pertanto, si implicano a vicenda nel fenomeno di conoscenza della mente. Il gap tra le diverse menti, in questo senso, viene colmato dai processi stessi di percezione, che portano a responsività emotiva. Quella che si viene a creare è una circolarità, dal momento che è necessaria una partecipazione attiva per entrare in contatto con l'Altro ma, allo stesso tempo, è proprio la conoscenza dell'interlocutore a rendere possibile e stimolare il coinvolgimento. Analogamente, per affermarsi in quanto "coscienza" è fondamentale sentirsi riconosciuti in quanto tale dagli altri.
Metodi di ricerca dell'approccio in seconda persona
I metodi di ricerca dell'approccio in seconda persona sono molto diversi da quelli tradizionali, che enfatizzano da sempre una profonda scissione tra soggetto ed oggetto di studio, richiedendo un'osservazione meramente esterna: i primi, infatti, richiedono di integrare le informazioni che si ricavano dall'osservazione del fenomeno in esame con ciò che, invece, proviene dal Sé, il che significa intuizioni, percezioni ed emozioni; una simile metodologia la si ritrova già negli anni '40 con la Gefühl Diagnose, ovvero la "diagnosi basata sul sentimento" che vedeva il clinico diagnosticare o meno una schizofrenia sulla base delle reazioni emotive che gli suscitava il rapporto con il pz.
Limiti della partecipazione attiva
In ogni caso, anche la partecipazione attiva presenta dei limiti, dal momento che il disimpegno è, oltre ad un certo punto, inevitabile: esso non consiste tanto in un distacco, quanto in un prendere le distanze per poter osservare meglio. Disimpegno e partecipazione, quindi, sono entrambi importanti ed è fondamentale, in Psicologia, che siano in equilibrio.
All'interno di ogni relazione, infine, si sperimentano delle emozioni: mentre quelle positive incoraggiano lo sviluppo e la conoscenza dell'Altro, quelle negative hanno un effetto opposto, andando anche ad ostacolare l'apertura ed il coinvolgimento. In questo senso, un filone importante di studi riguarda l'autismo e, in particolare, i deficit di comprensione delle menti che lo caratterizzano. Lo sviluppo, così come la capacità di conoscere, risentono, perciò, del livello di partecipazione esperito.
Imitazione come forma di contatto
L'imitazione è la prima forma di contatto che si stabilisca con l'Altro e viene utilizzata, anche, dai professionisti che lavorano con bambini con disturbi evolutivi: si è visto, infatti, che imitare i comportamenti di un bambino autistico permette di crearvi una modalità comunicativa basata su un linguaggio condiviso anche se diverso da quello tradizionale. Lo stesso accade nel contatto con persone appartenenti ad altre culture, come testimoniato da Darwin nei suoi scritti sulle genti della Terra del Fuoco.
Secondo Piaget, i neonati non sono in grado di imitare, dal momento che ciò richiederebbe la capacità di riconoscere delle similitudini tra sé e l'Altro e, soprattutto, di aver ben presenti le diverse parti del corpo e le configurazioni che possono assumere, proprie ed altrui. Tuttavia, evidenze recenti mostrano come i neonati sappiano in vero imitare alcuni movimenti delle mani ed espressioni del viso ed un fenomeno simile si riscontra anche nei cuccioli dei primati superiori.
Ad oggi, si sa che i neonati sanno imitare la protrusione della lingua, i movimenti delle dita, alcune vocalizzazioni, lo sbattere delle palpebre e l'apertura della bocca, mentre ancora non si sa se sappiano imitare anche alcune espressioni facciali più complesse, come quella di sorpresa. Il dibattito, in ogni caso, riguarda più che altro la correttezza del termine "imitazione".
Considerazioni di Darwin sull'imitazione
Darwin pensava che l'imitazione fosse un'abilità di base, come dimostrato dal fatto che la si possa ritrovare anche presso i primati e gli "indigeni": imitare un'azione, infatti, non equivale a saperla mettere in atto spontaneamente e richiede sicuramente una certa acutezza dei sensi, ma non dell'intelletto. Presso la Psicanalisi, l'imitazione è considerata una forma di difesa, ovvero un'adesione all'Altro connotata, però, da una certa ostilità. Attualmente, questa considerazione negativa dell'imitazione non è più presente e la domanda principale che ci si pone riguarda la sua connotazione in quanto contatto con l'interlocutore o mero riflesso.
Già nella vita fetale, i bambini sono in grado di compiere delle azioni intenzionali, coordinate e non automatiche, muovendo la bocca, le dita, le mani e gli occhi ad assumendo determinate espressioni facciali; questo non significa, però, che tutte le loro azioni siano altrettanto "libere": esistono, ad esempio, delle evidenze che permettono di vedere l'imitazione nel gesto di protrusione della lingua come un meccanismo innato di rilascio. Queste ultime sono le seguenti:
- I neonati tirano fuori la lingua non solo per imitare un'analoga azione osservata nell'adulto, ma anche in risposta alla protrusione di altro, come ad esempio una biro od una palla. Questa non selettività di risposta agli stimoli giustifica la considerazione della presunta imitazione in quanto meccanismo di rilascio.
- L'imitazione sembra sparire dopo...