Che materia stai cercando?

Soluzione Domande d'esame Sociologia economica, Prof. Cugno

Soluzione delle domande d'esame Sociologia economica, Prof. Anna cugno, basate su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal Docente Cugno: l'arcano svelato, Anna Cugno. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.

Esame di Sociologia economica docente Prof. A. Cugno

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

3. Qual è il valore aggiunto dell’Analisi Sociologica del mercato del lavoro?

Gli economisti osservano con stupore quanta importanza i sociologi diano alle caratteristiche personali

e familiari degli occupati e dei disoccupati, ma per un sociologo che vede il mercato del lavoro come

immerso nella più vasta società non si può ignorare se il lavoratore è uomo/donna, capofamiglia/figlio e

come è inserito in una rete di relazioni sociali e familiari.

Soltanto così, è stato possibile negli Anni ’80 dare una spiegazione al fatto che elevati tassi di esclusione

e marginalità dal mercato del lavoro non provocano in Italia forti tensioni sociali.

I sociologi misero in luce che la disoccupazione non colpì molto i capofamiglia (come successe negli

Anni ’50) ma per lo più le donne e i giovani, che potevano essere mantenuti grazie al sostegno

familiare.

Gli Economisti sostenevano che l’alta disoccupazione giovanile e la quasi piena occupazione degli adulti

fosse spiegabile con il modello Insider-Outsider: gli insider (lavoratori adulti) sono super protetti dalla

legislazione e dalla contrattazione collettiva e impediscono agli Outsider (giovani e donne) di essere

assunti al loro posto. Secondo gli economisti, la soluzione è la Flessibilità.

I Sociologi, invece, danno una spiegazione pluridimensionale che prende in considerazione più aspetti.

Premettendo che il mercato del lavoro italiano è solo apparentemente rigido dato che è rigido per la

P.A. e le grandi imprese ma il tessuto economico italiano è composto in prevalenza da piccole imprese.

L’analisi sociologica osserva che:

1. Il profilo dei lavoratori adulti, con bassa scolarità e alta esperienza è più funzionale alla domanda di

lavoro: quindi gli adulti sembra riescano a trovare un altro impiego più facilmente di chi è alla

ricerca della prima occupazione.

2. La mancanza di politiche attive del lavoro induce gli adulti ad essere più flessibili nella ricerca del

lavoro.

3. Al contrario, le famiglie italiane finanziano lunghi periodi di disoccupazione dei giovani purchè si

inseriscano in modo congruente ai livelli di istruzione.

4. I sociologi considerano la crescente partecipazione delle donne al lavoro come l’esito di un

processo di emancipazione delle donne dal predominio maschile e dall’altra dalla diffusione dei

lavori di servizio e di cura, non più confinati nell’ambito non remunerato della famiglia.

a) Quale relazione intercorre tra Instabilità Occupazionale e Ciclo di Vita?

La flessibilità ha un ruolo marginale nella creazione di occupazione ma modifica sensibilmente gli

stili di vita e gli assetti societari.

Contrariamente a quanto si pensi, l’instabilità occupazionale non è caratteristica esclusiva della

società della conoscenza (era già presente durante le rivoluzioni industriali).

L’inserimento flessibile è un second best e può celare un “effetto trappole”, ovvero un effetto

connesso al perdurare della situazione di stabilità.

L’instabilità occupazionale, in assenza di politiche attive del lavoro e di una cultura della flessibilità,

crea Precarietà Esistenziale.

b) Le relazioni sociali mediano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro?

Il capitale sociale è una risorsa nella ricerca di un lavoro o di occasioni di miglioramento della

posizione professionale.

A seconda dei contesti possono risultare più importanti i legami forti (tra persone che interagiscono

continuamente) o i legami deboli (tra persone che interagiscono spesso).

La capacità di creare e mobilitare relazioni sociali è più importante del semplice avere accesso a

una rete relazionale.

In virtù della sua disomogenea distribuzione, il capitale sociale può generare nuove forme di

disuguaglianza e/o contribuire alla riproduzione delle posizioni di potere.

Capitolo 2 _ La famiglia e i sistemi di welfare nell’economia dei servizi

1. Quale relazione intercorre tra sistemi di regolazione economica e modelli di famiglia?

La famiglia, in quanto istituzione, è parte integrante dei sistemi di regolazione economica.

L’organizzazione e il ruolo della famiglia variano a seconda del contesto spazio-temporale considerato,

quindi differenti sistemi di regolazione determinano diversi modelli di famiglia.

Nella società rurale pre-moderna, la famiglia patriarcale era l’istituzione cardine del sistema di

regolazione. Essa produceva al suo interno i beni necessari per il consumo, si occupava della

costruzione e manutenzione dell’abitazione e realizzava al suo interno un’attività di produzione

manifatturiera, per esempio nel campo tessile. La famiglia era nello stesso tempo un’azienda di

produzione agricola e manifatturiera.

Il lavoro dei membri viene demercificato e serve al mantenimento di tutta la famiglia, compresi i vecchi,

i malati e i disabili.

I costi di insicurezza sociale erano internalizzati.

Con l’avvento della società industriale o moderna, la famiglia modifica la sua struttura diventando una

famiglia nucleare.

Inoltre, perde le funzioni produttive che aveva e si focalizza sulle funzioni riproduttive.

La transazione è più rapida in GB dove c’è una maggiore urbanizzazione e professionalizzazione delle

donne (Fine ‘700) ed è più lenta nell’europa continentale e meriodionale (Fine ‘800).

Presto o tardi, la famiglia si riorganizza in tutta europa nella forma di famiglia nucleare: famiglia a un

solo reddito o male breadwinner family.

Il modello prevede:

a) Struttura monogamica fondata sul matrimonio;

b) Legame di coppia e filiazione;

c) Rigida divisione di genere del lavoro;

d) Condizione salariata del capofamiglia;

e) Assicurazione sociale per il lavoratore dipendente e i suoi famigliari;

f) Stili di vita e consumi urbani.

Nello schema di regolazione fordista, la famiglia è accostata ad altre due istituzioni: il mercato del

lavoro (demercificazione del lavoro del capofamiglia) e il welfare state (copertura rischi della perdita di

lavoro del capofamiglia).

Nella società post-industriale o terziaria:

a) i servizi alla persona si sostituiscono ai trasferimenti monetari (mercato del lavoro dell’economia

dei servizi)

b) si riduce l’intervento del welfare state;

c) la famiglia è costretta a recuperare una serie di attività di cura.

La transizione è rapida nei sistemi liberisti (USA e GB) intorno al 1985 ed è più lenta nell’europa

continentale e meridionale intorno al 1995.

La famiglia nucleare diventa una famiglia a doppio reddito (o dual-earner family) basata su un modello

che prevede:

a) struttura monogamica flessibile;

b) legami di coppia e di filiazione;

c) condivisione delle attività produttive e riproduttive;

d) accesso a un sistema di welfare sussidiario;

e) stili di vita e consumi sostenibili.

2. Il candidato illustri il legame intercorrente tra famiglia e regimi di welfare.

In Europa, la società industriale è fondata sulla centralità della relazione tra famiglia, mercato e welfare.

Tale relazione definisce il modello sociale.

Il welfare state permette la fornitura ai cittadini di un insieme di prestazioni sociali, in qualità di diritto,

finanziate per mezzo della fiscalità ordinaria (prelievo fiscale) e di sistemi assicurativi (assicurazioni sociali

per assistenza e previdenza).

Il principale risultato dello sviluppo del welfare state è la de-mercificazione del lavoro, grazie

all’introduzione di sistemi di assistenza e previdenza sociale. Per contro, non si assiste a una de-

familiarizzazione delle attività di cura.

La de-mercificazione del lavoro è conseguenza dell’aumento della tutela dei rischi di mercato: i costi della

riproduzione della forza lavoro sono in parte coperti dallo stato, chi si fa carico dei principali rischi sociali

(malattia, disoccupazione, infortunio, vecchiaia).

La de-familiarizzazione è data da un aumento della garanzia dei servizi alla persona: parziale copertura delle

attività riproduttive associate alla cura dei soggetti fragili (minori, anziani, malati).

La copertura dei rischi è differenziata a seconda del contesto spazio-temporale. Tra le differenti tipologie di

welfare analizziamo il modello di Titmus e quello di Anderden.

Titmus distingue tra welfare residuale, nel quale lo stato interviene solo in ultima istanza (esempio: ospizio

di fine ‘800) e welfare istituzionale, in cui lo stato interviene a sostegno del benessere.

Quest’ultimo ha due varianti: il welfare istituzionale a base universalistica e quello a base meritocratica

(means test: test dei mezzi).

Andersen distingue tra:

a) welfare liberale (USA e GB): programmi limitati, assistenza ai più bisognosi.

b) welfare conservatore-corporativo (Europa continentale e meridionale): robusti programmi assicurativi a

base occupazionale.

c) welfare socialdemocratico (paesi scandinavi): programmi universali di elevata qualità.

La capacità del welfare di produrre de-familiarizzazione delle attività di cura può essere valutata attraverso

l’attività informale di cura, misure di conciliazione dei tempi, trasferimenti monetari per figli a carico, servizi

per l’infanzia, pensioni e assistenza per gli anziani e i disabili.

La de-familiarizzazione delle attività è pre-condizione dell’inserimento professionale delle donne. In Europa,

tale possibilità è garantita in modo molto disomogeneo da soluzioni alternative all’intervento del welfare

state. Esempi: in Francia e Svezia servizi sociali + ripartizione paritaria degli incarichi familiari

In Gran Bretagnabasso costo dei servizi domestici privati (au-pair e badanti)

Nell’UE meridionalereti parentali + part-time

In Italia de-familiarizzazione molto limitata perché i servizi sociali sono spesso di bassa

qualità; si fa ricorso alla solidarietà di parentela (nonni, ect).

a) Qual è il ruolo economico della famiglia?

Il ruolo economico della famiglia è la produzione di beni e servizi per l’autoconsumo e lo scambio e la

progressiva concentrazione sul lavoro di cura e assistenza personalizzata dei membri della famiglia.

A queste due componenti strutturali, possiamo aggiungere le attività riproduttive, ovvero le attività legate

i) al lavoro domestico tradizionale.

ii) alla socializzazione dei minori e adolescenti.

iii) all’assistenza ad anziani e infermi.

iv) all’affettività e stabilizzazione caratteriale dei membri.

Tutte queste attività hanno in comune il fatto di essere gratuite, quindi il lavoro non è retribuito e rimane

invisibile alle fonti statistiche ed estraneo al mercato.

Questa attività sono svolte dalla popolazione attiva e anche dalla popolazione non attiva ed hanno un forte

peso; per questo si sta sviluppando la contabilità satellite volta a calcolare il lavoro non monetizzato.

b) Quali sono le principali misure di riconoscimento economico e giuridico del lavoro familiare?

1. Voucher/assegno di cura trasferimento monetario

2. Contributi figurativi riconoscimento periodi a fini pensionistici

3. Congedo genitoriale e parentale conservazione del posto di lavoro

4. Finanziamento di forme di cooperazione tra famiglie trasferimento monetario +

riconoscimento e counceling.

Capitolo 3 _ Modernizzazione, Sviluppo Economico e Mutamento Sociale.

1. Lo studente presenti gli assunti chiave dell’approccio sociologico tradizionale all’analisi dei

processi di modernizzazione, entrando nel merito dei diversi modelli interpretativi.

La modernizzazione è studiata sin dalle origini della sociologia. Il dibattito è particolarmente vivace nel

secondo dopoguerra e si concentra sui problemi della de-colonizzazione del Terzo Mondo.

Le teorie hanno tuttavia un elevato grado di generalizzabilità, ovvero attuabili in contesti diversi da quelli in

cui sono stati elaborati.

Negli anni ’50 - ’60, gli studiosi hanno una visione dicotomica dello sviluppo: la modernità è considerata il

prodotto di una netta rottura con la tradizione.

La modernizzazione è interpretata con diversi modelli:

1) La teoria degli stadi di sviluppo; 3) la prospettiva diffusionistica;

2) L’approccio psicologico; 4) l’analisi strutturale-funzionale.

La teoria degli stadi di sviluppo distingue alcuni stadi di sviluppo dei sistemi economici e spiega lo svilupo

come risultato del passaggio da uno stadio all’altro. Questa teoria si basa su variabili economiche e ha una

matrice evoluzionistica, ovvero sopravvivono i sistemi più adatti ed efficienti a rispondere alle necessità del

periodo (esempio: la circolazione della moneta ha sostituito il baratto perché più efficiente).

I postulati della teoria degli stadi di sviluppo sono:

i) l’esistenza di leggi naturali che presiedono allo sviluppo sociale (presenza del positivismo);

ii) universalità del percorso di sviluppo: tutti passano dallo stesso percorso, alcuni prima altri dopo; si credi

ci sia una forte possibilità di prevedere le fasi della modernizzazione;

iii) irreversibilità del processo, in quanto frutto di dinamiche accumulative.

Secondo la teoria degli stadi di sviluppo, il processo di modernizzazione è articolato in 5 fasi:

1) Il punto di partenza è la società tradizionale con una struttura di tipo agricolo, a basso livello di

reddito procapite, con una organizzazione sociale di tipo gerarchico, con strutture politiche

assolutistiche.

2) Condizioni essenziali per il decollo: scienza e istruzione, capacità imprenditoriali, trasferimento di

capitali a usi produttivi;

3) Il decollo attraverso investimenti produttivi, nuovi settori produttivi, organizzazione industriale e

l’affermazione di capitali a usi produttivi.

4) Il passaggio alla maturità in cui diversifica la produzione e si razionalizzano i processi.

5) Nascita della società del consumo di massa.

L’approccio psicologico sorge in polemica con le analisi puramente economiche del processo di sviluppo e

considera di fondamentale importanza lo studio della personalità degli attori individuali. Si diffonde

un’apertura al cambiamento e un bisogno di realizzazione; al contrario della precedente teoria in cui si

esaltava tradizione e routine, ora si sviluppa uno spirito imprenditoriale e si diffonde il desiderio di

migliorare la propria situazione personale.

La prospettiva diffusionistica pone l’accento sulle variabili di natura culturale. Il punto centrale di questa

prospettiva è il trasferimento di conoscenze dai paesi più sviluppati a quelli meno, cosidetto processo di

acculturazione. Si dà vita, infatti, a fenomeni di urbanizzazione, di alfabetismo, di partecipazione economica

e politica e all’accesso all’informazione.

L’analisi strutturale-funzionale cerca di sottolineare le variabili connesse all’archiviazione del sistema

sociale e alle sue modalità di funzionamento. L’obbiettivo principale è quello di analizzare i fattori che

garantiscono l’ordine sociale. Si è articolato in due filoni:

.analisi della dinamica delle relazioni sociali in base allo schema delle variabili strutturali (pattern variables):

società arretrata con ascrizione, particolarismo e diffusione vs. società moderna con realizzazione,

universalismo e specificità.

.in base allo schema della differenziazione-integrazione strutturale: le società si sviluppano per contatto

con le realtà modernizzate.

2. Il candidato analizzi il problema del sottosviluppo nell’economia-mondo alla luce delle teorie della

dipendenza e del sistema-mondo.

Gli anni ’70 sono caratterizzati dall’egemonia della teoria della dipendenza che rappresenta una secca

reazione all’ottimismo presente nelle prospettive di modernizzazione dominanti negli Anni ’50 – ’60.

Questa reazione è sollecitata:

1) dall’evidente insuccesso delle politiche di sviluppo attivate nei paesi del terzo mondo dopo la

conquista dell’indipendenza politica;

2) dalla consapevolezza diffusa dell’accresciuto divario tra paesi ricchi e poveri;

3) dal peso del pensiero marxista.

Le possibilità di sviluppo dei paesi arretrati dipendono dal superamento dei condizionamenti economici

alla base del sottosviluppo.

Si tratta di una prospettiva che pone al centro dell’analisi i fattori causanti del sottosviluppo ovvero i

fattori legati allo sfruttamento post-coloniale:

i) il divario di potere di contrattazione che porta a modalità di scambio inique tra risorse naturali e

manufatti;

ii) i profitti generati dagli investimenti stranieri non vengono rimpiegati in sede locale.

Si condivide l’idea che la soluzione sia dar vita a progetti di cooperazione.

Negli anni ’70, si diffonde anche la teoria del sistema-mondo. L’avvento del capitalismo, infatti, dà vita

ad un’economia-mondo, stabilmente strutturata su tre livelli:

. centro (controlla la rete di scambio)

. semiperiferia, ha accesso a uno sviluppo dipendente

. periferia, esclusa dal sistema di transazione.

3. Secondo l’approccio della Nuova Political Economy Comparata, qual è il contributo dello stato e

dell’élite politiche nazionali in scenari sempre più globali?

La nuova political economy comparata si basa sullo studio comparato delle diverse performance

economiche dei paesi. Tali differenze partono dalle:

. diverse scelte politiche;

. diverse caratteristiche dei sistemi di rappresentanza degli interessi.

La nuova political economy comparata rileva che non è possibile definire a priori gli interessi del

capitale internazionale come esclusivamente opposto agli interessi economici del terzo mondo.

Le relazioni economiche tra centro e periferia possono strutturarsi come gioco a somma positivi per gli

attori coinvolti. Tale risultato dipende dalla capacità degli stati di:

. negoziare la natura dei legami internazionali;

. porre in essere politiche economiche funzionali allo sviluppo.

Le recenti esperienze di sviluppo dell’Asia Orientale e Sud-orientale evidenziano con chiarezza

l’importanza strategica dello stato e dell’élite che in questo esempio è riuscita a farsi spazio nel

contesto geopolitico e ad adottare politiche attive industriali interne.

Lo sviluppo consegue a una presenza coerente, selettiva ed efficiente dello stato, non alla forza.

L’autonomia strategica e la capacità burocratica sono frutto:

i) Rapporti di forza tra classi sociali;

ii) Natura delle relazioni politiche attivate dallo stato;

iii) Il grado di autonomia e di potere specifici dell’organizzazione interna dello stato;

iv)La posizione dello stato negli scenari internazionali.

Lo sviluppo dipende, inoltre, dalla pluralità delle soluzioni culturali allo sviluppo: capacità di

adattamento dei sistemi sociali all’innovazione economica capitalista.

Non è dunque tanto la forma del rapporto che lega lo stato e i gruppi di interesse a definire efficacia ed

effettività dell’azione statale quanto il tipo di politiche che scaturiscono da tali rapporti negoziali.

a) Lo studente illustri il concetto di modernizzazione e ne analizzi i principali elementi distintivi.

la modernizzazione è un processo dinamico e multidimensionale, associato allo sviluppo economico, al

mutamento socio-culturale e alle trasformazioni politiche di un sistema sociale territoriale.

È un concetto aperto e sfumato, dato che bisogna considerare:

i) La complessità delle interdipendenze tra le 3 dimensioni chiavi (eco – socio – politica);

ii) Una pluralità di fattori che promuovono od ostacolano il fenomeno;

iii) Differente origine delle determinanti;

iv) Variabilità storica dei processi di transizione.

b) Quali sono le principali critiche che la sociologia contemporanea muove alla dicotomia tradizione-

modernità?

La sociologia contemporanea, attraverso un approccio storico-comparativo, comprende i limiti della

dicotomia tradizione-modernità:

1) La variabilità storica dei contesti tradizionali: non esistono fattori universali di sviluppo.

2) I percorsi di modernizzazione sono differenziati e multidirezionali: gli stadi di sviluppo non sono

definiti a priori e non si susseguono deterministicamente. Il sottosviluppo, infatti, non è il risultato

di un accidentale ritardo storico ma piuttosto di particolari fattori di freno come la presenza di

conflitti.

3) Gli esiti dei processi sono altrettanto eterogenei: non esiste convergenza istituzionale su di un

modello. La differenziazione strutturale può dar origine a soluzioni alternative a quelle in essere

nelle società occidentali.

si tratta dunque di un forte relativismo degli assunti impliciti della dicotomia tradizione-modernità.

Questo relativismo sostiene in un certo senso che ogni paese arretrato possa riuscire a svilupparsi: è

necessario valorizzare alcune risorse latenti ai fini dello sviluppo, che devono essere attivate e

mobilitate nel processo di modernizzazione.

c) Quale ruolo gioca il capitale sociale nei percorsi di sviluppo economico?

Negli Anni ’90 le dimensioni socio-culturali della modernizzazione sono state sintetizzate nel

concetto di Capitale Sociale, cioè le potenzialità cooperative insite in una società.

Questo comporta un maggior interesse nei confronti delle variabili endogene coinvolte nei processi

di modernizzazione.

Il capitale sociale è un reticolo di relazioni cooperative, retto da fiducia e norme di reciprocità.

Il focus dell’analisi diventa la socievolezza e la competitività, studiate attraverso un’analisi di rete.

Tale “network analysis” spiega che il capitale a seconda che sia orientato verso l’innovazione o il

conservatismo produce effetti negatici o positivi.

Per esempio, negli Anni ’90 assistiamo ad effetti positivi per gli Insider e negativi sulla capacità di

innovazione.

Capitolo 4 _ I Sistemi Socio-Economici Locali

1. Che cos’è un sistema socio-economico locale e a quali livelli possono essere identificati i suoi

confini?

Dagli Anni ’70 , una serie di ricerche empiriche e di riflessioni teoriche portano ad aggiungere al

sostantivo “sviluppo” l’aggettivo “Locale”: in questa ottica, gli attori dello sviluppo agiscono e

producono effetti in uno spazio sub-nazionale.

Il sistema socio-economico locale è un attore collettivo dalla cui azione dipendono i livelli di sviluppo

locale, che un certo spazio sub-nazionale, la comunità e gli attori ivi insediati possono raggiungere.

La sua definizione può essere individuata a tre livelli:

1. A livello sociologico, il sistema socio-economico locale è definito dall’individuazione burocratica-

amministrativa o convenzionale dei confini territoriali entro cui il sistema è iscritto.

a volte i confini amministrativi possono essere fuorvianti dato che non delimitano necessariamente

aree omogenee.

Sempre a questo livello, si può riconoscere un’area omogenea rispetto a una o più variabili

politicamente e/o scientificamente rilevanti.

Un sistema locale è il risultato di azioni di policy o della legislazione ed è rilevante per il mondo

accademico o per i policy maker.

2. Il secondo livello è quello definito dell’Identità Collettiva: il sistema locale è basato sull’esistenza di

un’identità comune e di rappresentanze collettive.

Per esempio, le persone al suo interno possiedono un senso di appartenenza, vi è la presenza di

istituzioni e convenzioni legate ad un certo prodotto o ad un certo modello di produzione.

Tale identità può essere correlata ad aspetti naturali o artificiali (esempio di aspetti naturali: Alba si

caratterizza per il tartufo; esempio di aspetti artificiali: passaggio di Torino da città industriale a

citta polifunzionale: auto + cultura + turismo).

3. Il terzo livello si basa sulla regolazione sociale: il sistema socio-economico locale deriva

dall’esistenza di principi e meccanismi che orientano la produzione e la distribuzione delle risorse.

Può essere organizzate nella forma di Government (= le rappresentanze democratiche impongono i

livelli di sviluppo e quindi i sistemi regolativi sono imposti dall’alto) o di Governance (= interazione

tra un numero variabile e tendenzialmente crescente di attori portatori di interessi).

2. Perché la presenza di sistemi socio-economici locali si configura come una specifità europea?

L’europa è caratterizzata dalla presenza di sistemi socio-economici che nascono dalla capacità di

innovazione dei diversi spazi sub-nazionali (regioni e città). Quindi abbiamo una forte motivazione

storica.

La regione fu originariamente l’unità territoriale di base dell’economia europea, successivamente

sommersa dalla nascita degli stati-nazione.

L’attuale presenza dei sistemi socio-economici locali è stata frutto del contrasto tra tre attori:

i) Da una parte, gli attori sub-nazionali in cerca di competenze, risorse e visibilità politica che si sono

espresse nel fenomeno del regionalismo;

ii) Dall’altra parte, le istituzioni sovranazionali con una sempre più crescente influenza: Unione

europea.

iii) I due set di attori e di strategie avevano un interesse in comune: l’erosione delle prerogative dello

Stato-Nazione. Cosi lo stato ottiene una limitata propensione e capacità interventista e

centralizzatrice a favore delle regioni e dei sistemi sovranazionali.

3. Il candidato presenti i principali risultati dell’analisi sociologica dei sistemi produttivi locali.

I sistemi produttivi locali sono territori definiti dalla specificità delle risorse prodotte ed allocate. I modi

di produzione dipendono dalle caratteristiche, non solo economiche, della società nella quale

l’economia è radicata.

Il loro ruolo viene scoperto, o meglio valorizzato:

.dalla crisi del modello Fordista (II metà degli Anni ’70);

.dall’aumento del dinamismo delle reti di piccole imprese collocate in contesti territoriali socialmente

peculiari.

Il concetto di Distretto Industriale Marshalliano è stato adattato alla realtà italiana da Becattini: il

distretto industriale è un’entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un’area

territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone e di

una popolazione di imprese industriali.

Nel distretto, a differenza di altri ambienti (ad esempio: la città manifatturiera) la comunità e le

imprese tendono ad interpretarsi a vicenda.

Data la definizione di distretto industriale possiamo dire che i vantaggi della produzione su larga scala

possono essere conseguiti da:

. una grande impresa integrata;

. una pluralità di piccole imprese vicine, ciascuna delle quali è specializzata in una fase del ciclo di

produzione.

Esistono infatti economie esterne all’impresa ma interne al distretto, frutto dell’atmosfera industriale e

del capitale sociale. Si noti che in un sistema socio-economico, comunità e mercato non sono in

contraddizione tra loro me si combinano e rafforzano vicendevolmente.

I sistemi produttivi locali ottengono un riconoscimento giuridico: prima con una Legge del ’91 che

definisce i distretti industriali come aree territoriali locali caratterizzate da elevata concentrazione di

piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra presenza delle imprese e la popolazione

residente nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle imprese.

La legge del ’99 corregge la definizione di distretto industriale, sottolineando:

.l’omogeneità dei contesti produttivi;

.le piccole-medie dimensioni delle imprese;

.la peculiare organizzazione interna.

a) Quali sono i principali modelli organizzativi interni di un sistema produttivo locale?

1. Distretti industriali: nascono dall’integrazione di piccole e medie imprese spazialmente concentrate

e settorialmente specializzate ( imprese di fase)

2. Imprese a rete: piccole e medie imprese concentrate nello stesso sistema territoriale, in rapporto di

sub-fornitura con grandi imprese clienti.

3. Cluster empirici: network di imprese di medie-piccole dimensioni, settorialmente specializzate con

mercati frammentati ed instabili, spesso in rapporto diretto con il mercato.

Il cluster empirico è oggi il paradigma dominante dello sviluppo locale. Secondo Porter, i requisiti

fondamentali sono: Localizzazione, concentrazione geografica; produzione specializzata, presenza

fornitori di servizi, imprese di settori adiacenti, istituzioni connesse.

Sabel fornisce un’immagine ancorata a fattori lievemente diversi:

. fenomeno che emerge spontaneamente;

. che crea agglomerazioni di imprese di medio piccole dimensioni;

. che prendono corpo su di un territorio geograficamente compatto;

. per mezzo di rapporti di tipo funzionale tra organizzazioni che cooperano o disegnati sulla

condivisione di risorse strategiche.

b) Lo studente illustri la questione della governance dei sistemi produttivi locali.

I sistemi produttivi locali, al pari di ogni sistema, richiedono specifiche forme di regolazione. La

regolazione economica è un insieme di modi in cui un particolare insieme di attività e di rapporti tra

attori attinente alla produzione e distribuzione di risorse economiche viene coordinato, le risorse

vengono allocate e i relativi conflitti vengono prevenuti o composti.

Nel 19esimo e 20esimo secolo, le modalità di coordinamento sono guidate dalla dialettica Stato-

Mercato, che si sostituisce alla comunità.

Nel 20esimo secolo, le modalità di coordinamento diventano pluralistiche, ovvero appaiono sempre

meno gerarchiche e sempre più collaborative.

L’affermarsi di forme di governance è correlato alla capacità di:

. combinare diversi tipi di legittimazione degli attori e diverse forme di democrazia;

. produrre beni pubblici per la competitività;

. costruire capitale sociale.

c) Quale ruolo esercita la città nei processi di sviluppo locale?

A partire dal Medioevo, la città europea costituisce un nodo dello sviluppo locale. È in tale contesto,

infatti, che prendono corpo le innovazioni che promuovono l’avvento della società capitalistica.

Negli assetti del boom-economico, il ruolo delle grandi città viene attenuato, anche se non cancellato,

dalla centralità dello stato-nazione e dai progetti di sviluppo convergente da quest’ultimo promossi.

Negli Anni ’80 si registra una riscoperta dell’effetto città, a seguito dei processi di crisi e riconversione

industriale.

I fenomeni che prendono piede sono: le città di reti e le metropoli regionali.

Di conseguenza abbiamo cambiamenti nelle modalità di governo delle aree metropolitane, con la

nascita dei primi piani strategici urbani, intesi come strumenti per lo sfruttamento del vantaggio

competitivo locale.

Capitolo 5 _ Le trasformazioni dell’impresa e i contesti socio-istituzionali

1. Quali sono le origini e i tratti distintivi dell’impresa fordista? Quando e perché tale modello entra

in crisi?

L’impresa Fordista nasce negli Stati Uniti ad inizio ‘900, quando una serie di imprese familiari decidono

di cambiare la loro struttura e i loro modelli gestionali, creando “unità di produzione di massa”.

Tale impresa è l’esito di:

i) processi di concentrazione orizzontale, attraverso i quali si inglobano altre imprese concorrenti che

fabbricano lo stesso prodotto e si creano cosi grandi stabilimenti.

ii) processi di concentrazione verticale del ciclo produttivo, che estendono l’attenzione a monte e a

valle del ciclo produttivo (si parte dalle attività estrattive delle materie prime e si arriva ad attività come

la commercializzazione dei prodotti, finanziamento e rateizzazione).

iii) processi di scissione della proprietà e del controllo come risultato del passaggio da imprese

famigliari ed imprenditoriali, tipiche dell’800, a società per azioni e manageriali.

Prende piede il “capitalismo azionario”: la gestione del capitale è affidata a professionisti perché

l’organizzazione e la gestione dei processi e flussi tecnologicamente complessi richiedono competenze

nuove e specifiche.

Tutti questi cambiamenti portano ad una complessità tecnico-organizzativa e finanziaria.

Inizia così l’organizzazione Taylor-Fordista in cui il management scientifico si propone di migliorare la

produttività del lavoro, introducendo la catena di montaggio. Ford riconosce che tutto ciò non basta,

bisogna stimolare anche il personale e dare la possibilità ai dipendenti di acquistare prodotti che gli

operai producevano: Ford aumenta il salario a 5 dollari al giorno (più alto del solito) così riduce i litigi

con i sindacati e spinge il personale a comprare il modello T della Ford.

Il modello Fordista fatica un po' ad entrare in Europa: il modello è applicato nel Dopoguerra (esempio:

Lingotto nel 1920).

L’impresa Fordista è il modello istituzionale fondamentale fino agli Anni ’70.

Negli Anni ’70, il modello va in crisi a causa di fattori esogeni:

. shock petroliferi (1973 e 1976); incertezza dei mercati finanziari legata alla svalutazione del dollario;

instabilità dei cambi e dei tassi di interesse; saturazione del mercato di sbocco;

e a causa di fattori endogeni:

. forte conflittualità sociale; imposizione dei vincoli sindacali; stagflazione; instabilità e differenziazione

della domanda.

L’impresa Fordista risulta incapace di reagire alle mutate condizioni del sistema.

2. I processi di riorganizzazione degli Anni ’80 individuano due vie di uscita dal modello Fordista.

Dopo la crisi del modello Fordista degli Anni ’70, esistono due sentieri di uscita da intraprendere negli

Anni ’80:

i) il Neofordismo tecnologico, che designa una strategia di flessiblità seguita dall’industria

automobilistica (Fiat e Peugeot) a mezzo dell’applicazione massiccia della tecnologia elettronica

(automazione industriale).

In pratica, la catena di montaggio con gli operai è sostituita con una catena di montaggio del tutto

automatizzata e robotizzata. Tale soluzione rende più flessibile la gestione dei modelli e varianti del

prodotto sviluppati per fronteggiare una accresciuta concorrenza sul mercato.

ii) la produzione diversificata di qualità, basata su una strategia di flessibilità seguita dall’industria

tedesca a mezzo di rilevanti innovazioni nelle modalità di organizzazione del lavoro e di gestione delle

relazioni industriali.

Ad esempio, si assiste all’introduzione dell’automazione con il passaggio da catene di montaggio a isole

di montaggio.

In questo modello, i tedeschi rivedono anche le relazioni industriali, coinvolgendo nella revisione del

modello anche gli operai e i sindacati. Spesso l’operaio responsabilizzato dal coinvolgimento

nell’organizzazione del lavoro investe nell’azienda e ci crede maggiormente.

Inoltre, si punta sull’I-Tech e sull’alta qualità. L’industria tedesca guarda a nuovi mercati e nota che la

produzione di massa non è più richiesta come prima allora si concentra sulla qualità.

Altro approccio è rappresentato dal paradigma della produzione snella (o lean production) ideato in

Giappone dove l’industria Fordista non si era sviluppata. Si basa sul:

. just in time = la produzione si attiva nel momento in cui c’è la domanda;

. kaizen = miglioramento continuo e eliminazione dei difetti e degli scarti.

3. Con l’avvento delle reti di impresa come si trasformano le catene di valore?

La rete di impresa è costituita da nodi, ovvero imprese indipendenti che cooperano per il

raggiungimento di uno scopo, regolando i loro rapporti in forma contrattuale o consuetudinaria.

La reta dei rapporti di fornitura può risultare:

. simmetrica, acentrica e paritetica quando tutti i nodi sono uguali e le relazioni tra essi sono bilanciate;

. asiemtrica, accentrata e gerarchicamente ordinata quando alcuni attori nella catena hanno maggiore

forza contrattuale di altri.

Le diverse combinazioni di reti danno vita a diversi sistemi di governance della catena di valore, ne

individuiamo 3 tipo: 

i) Catene del valore modulari si creano dove la conoscenza è codificata e basta su regole

formalmente condivise. Di conseguenza, il costo connesso ad un eventuale cambio del patner è

basso. Esempio: nel settore informatico, le competenze sono largamente accessibili e la

competizione tra i fornitori è elevata dato che il costo di cambio patner è molto basso.

ii) Catene del valore relazionali si configurano quando le specifiche del prodotto non sono

codificate, le transazioni sono complesse e il potere dei fornitori è elevato. Ad esempio

consideriamo prodotti o componenti soggetti a brevetto, quindi con difficile accesso alle

conoscenze, in questo caso i costi di cambio patner ci sono e anche elevati.

iii) Catene del valore captive quando la complessità della conoscenza e delle transazioni è

elevata ma il potere dei fornitori è basso. Ad esempio se sul mercato esiste un’impresa leader

per cui se il fornitore non vende a quell’impresa il prodotto ha poco domanda sul mercato,

allora il fornitore ha un potere realmente basso.

4. In quale modo il contesto influenza l’agire di impresa e i sentieri di sviluppo organizzativo?

Tra contesto e sentieri di sviluppo dell’impresa esiste un forte legame biunivoco. In base a questo

legame, si sviluppano la tesi del radicamento sociale, ovvero particolari valori culturali, immagini

mentali, modelli di government e governance sono radicati nel contesto. Ad esempio Torino si

poteva definire una “One Town Company”: l’attività economica, sociale, politica di Torino era

condizionata dalla Fiat.

Si diffonde anche la tesi della Path Dependency, ovvero dipendenza dal percorso di sviluppo del

fenomeno. Ad esempio nel caso torinese si può notare il passaggio che si passa dalla meccanica di

precisione per la guerra alla meccanica di precisione delle auto: si crea quindi una preselezione di

settore.

I fattori di contesto sono la storia, le istituzioni, le caratteristiche sociali e geografiche, ect. Un

fattore di successo per arrivare allo sviluppo è la capacità di adattamento proattivo alla variazione

del contesto istituzionale: se le imprese riescono ad anticipare e cambiare le tendenze, esse

riescono ad orientarsi al cambiamento in tempo e sfruttare tale adattamento per essere più

competitiva (ad esempio: qualche anno fa si è diffusa una sensibilità verso l’eco-sostenibilità e i

movimenti green).

Emerge la cosidetta questione dei confini:

. i confini organizzativi sono labili: è difficile capire dove l’impresa inizia e dove finisce.

. si assiste al superamento dei confini geografici.

Caso della Fiat: una volta era facile capire dove l’impresa iniziava e dove finiva, i prodotti erano

interamente fatti all’interno degli stabilimenti torinesi.

Oggi , invece, il processo produttivo è distribuito tra una rete di imprese (Marelli, Pirelli, ect): quindi

per quanto riguarda l’organizzazione, i confini sono labili.

Anche dal punto di vista geografico, i confini tendono a diventare globali: sedi produttive all’estero

(imprese transnazionali).

L’analisi si sposta dalla singola unità produttiva all’impresa a rete o alle reti di imprese.

Nello studio del contesto (inteso come realtà esterna all’organizzazione) è necessario distinguere

tra: insieme

. ambiente degli attori rilevanti per il reperimento delle risorse essenziali e il

collocamento delle merci prodotte;

luogo

. territorio spazialmente delimitato, caratterizzato da risorse e vincoli, nonché strutturato

dall’agire degli attori di riferimento. (spazio socialmente costruito dall’interazione degli attori di

riferimento).

. ambiente e territorio non sono dimensioni tra loro indipendenti. L’ambiente di un’impresa è

trasversale ai territori e influenza le loro caratteristiche;

. l’intreccio tra ambiente e territorio dà luogo a esiti variabili nel tempo e nello spazio. A seconda

della dimensione verticale e orizzontale delle imprese e della densità istituzionale si hanno una

pluralità di modelli organizzativi che vede ai suoi poli il distretto industriale e l’impresa

transnazionale de-territorializzata.

5. Lo studente delinei il modello di governo dell’impresa nelle economie del capitalismo avanzato.

Con la globalizzazione si afferma il capitalismo finanziario, ovvero il paradigma qualificato da una nuova

forma di governo dell’impresa basato su:

. primato della creazione di valore per l’azionista (shareholder value);

. centralità degli investitori istituzionali (compagnie assicurative, fondi pensione, fondi comuni di

investimento immobiliare).

Nel modello del capitalismo finanziario, l’obiettivo è la massimizzazione dei vantaggi di breve periodo,

legati: al prezzo delle azioni e al rendimento dei titoli.

Tale obiettivo deve essere perseguito dai manager che sono sempre più responsabilizzati. Un’altra

caratteristica innovativa sta nei sistemi di remunerazione, che fanno sempre più uso degli strumenti di

stock grants e di stock options.

Quindi il capitalismo finanziario si può dire capitalismo manageriale azionario, in cui il CEO e le altre

parti dell’azienda sono possessori dell’azionariato.

Nei nuovi assetti la proprietà non può più dirsi realmente distinta dal controllo, perché:

. la proprietà interviene sulle strategie dell’impresa;

. gli interessi dei manager si identificano con quelli dei proprietari;

. i manager sono essi stessi proprietari di quote rilevanti dell’impresa.

Gli effetti del capitalismo finanziario delle strategie gestionali e in virtù dei processi di delocalizzazione,

riorganizzazione, fusione e acquisizione.

Il secondo viene a meno dato che le scelte imprenditoriali dei Global Player sono sempre più slegate

dalle risorse dei singoli sistemi socio-economici.

Il valore viene infatti creato prevalentemente attraverso la Leva Finanziaria.

a) Secondo l’approccio della sociologia economica, quali sono i ruoli dell’impresa?

Per la sociologia economica l’impresa è un’istituzione fondamentale della società moderna che:

. regola le relazioni sociali al suo interno e influisce significativamente su quelle esterne;

. è produttrice di senso e di modelli cognitivi. L’impresa è capace di stabilire degli stili di vita attraverso

la pubblicità e il marchio, e nello stesso modo è anche capace di stabilire degli stili di lavoro (ad

esempio la figura del manager,ecc)

. modella il tipo di società nella quale è inserita, cosidetta funzione di Institution Building (ad esempio:

quando è prevalente l’impresa si sviluppa il capitalismo, che determinano la nascita della società

industriale prima con il classico esempio dell’industria Fordista e della società post-industriale dopo,

caratterizzata dall’avvento del terziario e del terziario avanzato).

b) Le espressioni impresa a rete e rete di impresa sono sinonimi? Perché?

No, perché:

. L’impresa a rete è costituita da nodi, ovvero unità operative dotate di elevate autonomia nella

definizione degli obiettivi e delle strategie, connesse da legami verticali e orizzontali;

. La rete di imprese è costituita da nodi che sono imprese indipendenti che cooperano per il

raggiungimento di uno scopo, regolando i loro rapporti in forma contrattuale o consuetudinaria.

c) Il candidato illustri i significati dell’espressione “tubo di cristallo”?

la produzione snella non elimina la catena di montaggio, anzi estende il principio della concatenazione

lineare oltre i confini aziendali, in quanto i suoi valori orientano i rapporti tanto con i dipendenti quanto

con i fornitori e i distributori.

Capitolo 6 _ Consumo, Merci e Mercati.

1. Quale legame intercorre tra modernità e consumi?

Nell’approccio classico, la genesi e lo sviluppo della società moderna è stata sin cui spiegata come

effetto della rivoluzione industriale, ovvero del diffondersi della produzione di massa.

Contributi più recenti integrano tale quadro interpretativo richiamando l’attenzione anche sulla

rivoluzione commerciale (gallerie e centri commerciali) e comunicativa (nascita di marchi, pubblicità,

marketing), ossia sul prendere corpo dei mercati di massa.

La modernizzazione risulta quindi un processo multidimensionale, ovvero risultato dell’incontro tra

diversi fattori, che vengono concettualizzati da Lipovetsky con il modello della Tripla Elica. Secondo

questo modello i fattori chiave su cui gira lo sviluppo economico sono:

. università e centri di ricerca, governo e aziende.

Nell’approccio classico, i consumi erano ristretti a mercati nazionali (se non locali). La mentalità

ascetica, ovvero che tende a rinviare il soddisfacimento dei bisogni era considerata una virtù.

Al contrario, l’approccio contemporaneo si basa su mercati internazionali in cui i consumatori hanno

una mentalità edonistica, ovvero si ricerca il piacere e non si trattengono i bisogni.

Nell’epoca per-moderna, la legge suntuaria vietava l’uso e il possesso di beni voluttuari se non si

apparteneva a determinate classi sociali e prescrivevano quali colori, materiali potevano utilizzare le

persone in base al ceto di appartenenza.

Con la divisione del lavoro, la mobilità sociale e l’economia monetaria che caratterizzano l’epoca

moderna tutti possiedono denaro sufficiente e hanno la libertà di acquistare qualunque bene sul

mercato. Si diffonde un desiderio di distinguersi (imperativo della distinzione) in base a ciò che più

piace o a ciò in cui si crede (appartenenza ad un gruppo).

La moda, i grandi magazzini, la pubblicità e i branding stimolano sempre di più il consumo, facendo

aumentare i volumi di spesa ma non modificando le gerarchie sociali.

Nel mondo moderno, assistiamo ad un processo di razionalizzazione in cui produzione e consumo si

intrecciano in una molteciplità di aspetti.

2. Quali sono i requisiti distintivi dell’approccio sociologico all’analisi delle preferenze individuali e

dei gusti e quali sono i principali risultati di tale filone di ricerca?

L’approccio sociologico accetta ed integra le acquisizioni delle ricerche economiche in materia di

consumi:

. il mercato è un meccanismo neutro ed efficiente di scambio, nel quale le scelte dei consumatori si

formano e si aggregano in maniera non problematica;

. il consumatore è il soggetto libero, razionale e consapevole dei propri interessi e delle proprie

preferenze (= tesi della sovranità).

La sociologia però attua delle modifiche all’impatto neo-classico: il modello economico, infatti trascura

il tema della:

i) interdipendenza, formazione e standardizzazione delle preferenze;

ii) le questioni della qualità dei beni

iii) i differenziali di potere;

iv) il ruolo della cultura e delle istituzioni.

Si introduce il concetto di reddito relativo, per cui non è il reddito assoluto ad influenzare la domanda

ma il reddito mediato dalla posizione sociale (congruenza con lo status sociale).

A questo proposito, alcuni sociologici cercano di dare motivazioni distintive ed emulative per il

comportamento dei consumatori:

. Veblen sostiene che la domanda del consumatore per un determinato bene, invece, di diminuire al

crescere del prezzo sale perché indirettamente il consumatore ama il prezzo elevato poiché gli

conferisce un’esclusività sul bene.

. Bandwagon teorizza “l’effetto rimorchio”, secondo il quale le persone spesso compiono alcuni atti o

credono in alcune cose perché la maggioranza della gente crede o fa quelle stesse cose.

. Snob prende in considerazione l’effetto che i prezzi hanno sulla percezione della qualità. Il

consumatore spesso non sa valutare la qualità vera e proprio del bene allora si affida al prezzo come

suo indicatore.

La prospettiva sociologica è più articolata, ovvero grazie alla teoria del radicamento sociale contempla

fattori esplicativi legati a diverse sfere:

i) sfera relazionale influenza interpersonale, ruolo del gruppo dei pari, della classe o genere,

dell’appartenenza generazionale, ecc);

ii) sfera cognitiva percezioni e capacità interpretativa;

iii) sfera culturale segni e simboli, rituali e routine che organizzano la realtà;

iv) sfera istituzionale regimi di consumo;

v) sfera politica regolazione economica.

In questo modo diventa più facile spiegare i comportamenti che non rispondono a criteri utilitaristici,

ma piuttosto rispondono ad abitudini e stili di vita.

Si possono capire i legami tra i beni, tra i beni e le pratiche, nonché tra le pratiche stesse. In questo

contesto, possiamo introdurre le unità Diderot che consistono in un insieme altamente coerente da un

punto di vista culturale di beni di consumo.

Si riconosce l’esistenza di una biografia delle cose, ovvero di processi di mercificazione, de-

mercificazione e sacralizzazione.

a) Esiste una correlazione tra modelli di capitalismo e regimi di consumo? Se no, perché? Se si,

quale?

Esiste una stretta correlazione tra mutamenti della struttura e dell’organizzazione sociale e i consumi,

ma non è affatto scontato che la transizione alla modernità (avanzata e non) sia orientata dai medesimi

schemi a livello globale.

Con queste parole, falsifichiamo l’ipotesi di convergenza e omologazione culturale, che è stata

teorizzata nella tesi dell’americanizzazione.

Storicamente i percorsi di accesso alle diverse opportunità di consumi (beni e pratiche di uso) variano a

seconda dei paesi considerati e sono frutto di percorsi individuati nei diversi contesti storico temporali,

come sostiene il Path Dependency Effect.

Con l’avvento della globalizzazione il quadro delle differenze viene ridisegnato per effetto

dell’emergere di nuovi paesi leader, ma non è cancellato. Ora esistono più centri di gravitazione

(america, brasile, arabia saudita, cina).

Di conseguenza, assistiamo a percorsi di ibridazione, in cui avviene una commistione tra elementi

culturali appartenenti a realtà diverse e si dà vita ad un ibrido.

I percorsi di indigenizzazione sono messi in atto quando avvengono pratiche di appropriazione di

logiche che seppur formulate altrove entrano in un’ottica globale. In concreto, si parla

dell’appropriazione di brand, prodotti, simboli.

Ad esempio: nei primi Anni ’80 si grida ad un processo di omologazione, intesa come americanizzazione

perché si iniziano ad utilizzare marchi americani (apple, mc donald) e anche feste tipiche

americane/inglesi come halloween. È da considerare che queste feste seppur esportate in paesi diversi

da quelli di origine, non vengono sentiti ovunque nello stesso modo.

b) Nella sfera economica quale rapporto intercorre tra produzione, distribuzione e consumo? Quale

sfera domina la filiera?

Produzione e consumo sono due sfere di azione relativamente autonome. La conoscenza della

produzione (necessaria per realizzare un ceto referente) è in genere alquanto differente dalla

conoscenza di consumo (indispensabile all’uso legittimo del medesimo referente).

Il processo di consumo non implica solo il possesso materiale o il logorio fisico, bensì appropriazione dei

significati sociali associati al referente.

In altre parole, il consumatore non aspetta che il bene che possiede sia logorato per comprarne un altro

ma lo compra nel momento in cui non gli piace più. Il vecchio bene, infatti, è ancora utilizzabile e per

questo entra in gioco il Second Hand.

Nel sistema economico, l’intreccio tra produzione, distribuzione e consumo è studiato nella sua

capacità di dar luogo a filiere o sistemi di approvvigionamento. L’attenzione si concentra, in particolare,

sulle strutture di potere, ovvero sulla determinazione degli attori e dei settori in grado di regolare le

modalità di scambio. Gli studi mettono in luce che nella sfera economica esistono filiere dominate:

i) Dalla produzione, condizione prevalente;

ii) Dalla distribuzione, il cui ruolo sta crescendo rapidamente;

iii) Dal consumo, in via di accrescimento degli assetti contemporanei.

Capitolo 7 _ Diseguaglianza, Povertà, Esclusione.

1. L’emergere di forme di povertà è spesso associato a problemi di esclusione sociale, ma tale

dinamica è spesso trascurata dai governi. Perché?

Nel decennio tra il 1970 e il 1980, i principali governi europei sono costretti a prendere atto della

presenza di un problema, che in economie di stampo keynesiano e in fase di veloce crescita, era stato

fino a quel momento trascurato: la povertà.

Si riteneva che il problema della povertà nelle democrazie industriali occidentali potesse essere gestito

a mezzo di politiche anticicliche, tipiche dei modelli keynesiani, e a mezzo dell’intervento del welfare

state.

Si credeva che nelle società opulenti, il fenomeno della povertà fosse destinato a scomparire ma al

contrario, dopo i “trenta gloriosi” la povertà divenne dilagante anche nelle economie più ricche.

Per molti governi, la povertà si configura come un tema scottante, che è bene analizzare attraverso

categorie meno connotate: si diffonde la “cultura della diseguaglianza”.

Ad esempio, la Tatcher, allora primo ministro inglese, sosteneva che la povertà non esisteva più in

Inghilterra ma si limitava ad una questione di diseguaglianze. Anche in Italia, la Commissione Gorrieri

del 1985 fu creata per esaminare la questione della povertà nel nostro paese con la conclusione che i

dati relativi alla povertà erano frutto di una cultura della diseguaglianza, come risposta agli effetti

perversi dell’egualitarismo degli Anni ’70.

Gli studi sulla povertà sono quindi condizionati da fattori culturali e cognitivi: la povertà è infatti

sinonimo di esclusione sociale e diventa una delle tante facce di un problema più grave e diffuso nei

paesi opulenti industrializzati: la diseguaglianza.

La diffusa insofferenza per un egualitarismo è alimentata dalla convinzione che nei decenni precedenti,

i contratti di lavoro furono sovraccaricati di eccessive responsabilità sociali e la spesa pubblica fu

eccessivamente allargata.

Negli Anni ’90, la povertà entra nelle agende politiche dei paesi occidentali ma deve fare i conti con

questo diffuso anti-egualitarismo.

Il dibattito si scontra in particolare con:

i) il riconoscimento della povertà come condizione di esclusione economico-sociale: le disuguaglianze di

reddito quando superano una certa soglia, cosidetta “soglia di povertà”, diventano un grave problema.

L’individuo con un reddito al di sotto della soglia di povertà non ha più la capacità di accesso a modi di

essere e di fare ormai ritenuti normali nella società moderna. Tale incapacità sarà perciò causa di

discriminazione dell’individuo e dei suoi familiari.

ii) la legittimazione di misure di redistribuzione del reddito (politiche a contrasto della povertà)

giustificate dalle conseguenze di tale stato personale e familiare (ostacoli alla capacità di azione).

Gli studi sull’esclusione sociale hanno evidenziato l’esistenza di una pluralità di fenomeni:

. immigrazione;

. discriminazione raziale;

. ghetti urbani;

. disoccupazione e segmentazione del lavoro (bad job e good job);

. effetti perversi del welfare;

. discriminazione di genere;

. fragilità familiare;

. isolamento relazionale.

Tutti questi problemi evidenziano la stretta correlazione tra povertà, esclusione e discriminazione.

La questione gira attorno: . all’emarginazione di una “underclass”;

. al problema della struttura verticale delle posizioni professionali;

. all’equità delle ricompense;

. all’accesso a percorsi di mobilità sociale.

2. Quale ruolo esercita la regolazione nel contrasto delle forme di diseguaglianza e di esclusione

sociale? Quando e perché il paradigma della cittadinanza industriale entra in crisi?

L’esclusione sociale e la diseguaglianza non sono causate solo dalla povertà economica ma anche dal

modo in cui è organizzato il sistema sociale.

Per questo, i sociologi analizzano: . i modi in cui si strutturano le posizioni professionali;

. il tema dell’equità delle ricompense;

. l’accesso ai percorsi di mobilità sociale.

Gli studiosi individuano dei tratti caratteristici dell’economia sviluppata che costituiscono il punto di

partenza per l’analisi del ruolo della regolazione economica nel contrasto delle forme di diseguaglianza

ed esclusione sociale.

Numerosi studi documentano che le economie di mercato tendono a creare conflitti distributivi ed

approfondiscono il ruolo della regolazione sociale.

In particolare, il ruolo della regolazione consiste nel ruolo della:

i) Concertazione nei processi di ristrutturazione industriale (negoziazione degli interventi tra i

diversi portatori di interesse);

ii) Ruolo del Capitale Sociale nella determinazione del successo dell’impresa;

iii) Ruolo dell’individualismo nella crescita economica (= ricerca del successo personale).

Tali studi dimostrano come le rivendicazioni sociali basata sul riconoscimento di uno status sono fonte

di disordine sociale e possono favorire strategie di monopolizzazione e chiusura delle posizioni ma

possono anche introdurre forme di aggregazione e regolazione degli interessi favorevoli all’interesse

collettivo. Ad esempio, lo sviluppo locale della Terza Italia.

Nella lotta all’esclusione sociale, il riconoscimento dello status giuridico-politico della cittadinanza

industriale si rileva particolarmente importante perché sulla sua base, le persone hanno accesso alle

misure redistributive che cercano di assicurare il buon funzionamento del mercato (ad esempio:

assicurazione dei principali rischi sociali).

Il meccanismo della cittadinanza industriale è efficace solo fino agli Anni ’70 poi con gli shock petroliferi

si rivela una crescente inadeguatezza. A partire dagli Anni ’90, tale meccanismo diventa inutile dato che

sono cambiate le modalità di inclusione lavorativa e i rischi sociali:

. il welfare state ideato sul modello della cittadinanza industriale nel periodo di transizione verso il

capitalismo avanzato diventa ostacolo ed oggetto di conflitto a causa della protezione dei soggetti già

inseriti nel mercato del lavoro, “insider”, e dell’esclusione da questi meccanismi di tutela degli outsider,

ovvero i lavoratori non ancora occupati.

Si assiste cosi ad un aumento della disoccupazione involontaria e un mutamento del lavoro in lavoro

flessibile.

3. Quale ruolo gioca il mercato nella riproduzione sociale delle diseguaglianze?

tra gli assetti di mercato e la riproduzione sociale esiste una relazione, che è dimostrata da 3

considerazioni:

a) Ogni fase dell’economia di mercato produce particolari modalità di vita della popolazione.

Ad esempio, la rivoluzione industriale promuove stili di vita orientati alla produttività e al consumo.

Nello stesso momento, il lavoro domestico è riconosciuto come attività in capo alle casalinghe. Ecco

che si sviluppa un modello di famiglia a un solo reddito (modello male breadwinner).

b) La promozione di particolari modalità di vita della popolazione sfrutta la varietà di circostanze

precostituite di natura socio-demografiche, politico-economiche e culturali. Perciò, in nazioni

differenti, le comuni spinte economiche generano regimi di produzione diversi per grado di

mercificazione delle condizioni di vita, di disponibilità di servizi pubblici e privati e di familizzazione

dei compiti riproduttivi.

Ad esempio, il boom economico sfrutta i divari economico-territoriali, i modelli culturali di genere,

la disparità di opportunità sociali tra le etnie, l’assistenza di servizi sociali.

c) La capacità di un sistema sociale di evolvere è influenzato dalle condizioni storiche che ne hanno

influenzato la strutturazione.

Ad esempio, nella società industriale, le crescenti opportunità di consumo, l’aumento dell’istruzione, la

mobilità intergenerazionale posticipano la genitorialità e riducono la fecondità di coppia.

La flessibilizzazione dell’economia impatta pertanto su di una varietà di regimi riproduttivi, diversi a

seconda delle caratteristiche storiche dei contesti e della velocità di erosione delle dinamiche

endogene. I due casi emblematici di regimi riproduttivi sono le famiglie male breadwinner e le famiglie

dual-earner.

a) Quando e perché in Italia si riconosce l’emergere di nuovi rischi di povertà? Quali sono le

conseguenze di tale fenomeno?

A metà degli Anni ’80, il rapporto della Commissione Gorrieri riscontrava che in Italia la povertà

economica era in crescita dal 1981. Si prendeva, così, atto della presenza anche in Italia di un problema

già riscontrato negli altri paesi europei dagli Anni ’70, ma fino ad allora sottovalutato.

Furono i due shock petroliferi a reintrodurre in Italia la povertà, creando un impoverimento del ceto

medio in particolare. Inoltre, il conflitto industriale aumentò e si diffuse il fenomeno della stagflazione

(disoccupazione+inflazione).

Le conseguenze di tale fenomeno sono:

. una crescente pressione per il potenziamento delle politiche di sostegno del reddito, residuali

nell’impalcatura dello stato sociale keynesiano.

. si riconosce l’eterogeneità della capacità dei diversi assetti welfaristi-keynesiani di adattarsi alla

mutate condizioni di scenario e di porre in essere modalità di regolazione dell’economia funzionali alla

crescita.

b) Che cos’è la vulnerabilità sociale? quali problemi insorgono nel contrasto del fenomeno?

La vulnerabilità è la condizione di rischio generalizzato che colpisce i lavoratori salariati in virtù del loro

inserimento flessibile. Nel capitalismo avanzato tale dimensione si affianca alle fonti di diseguaglianza

economica, assumendo crescente centralità.

Negli assetti della società industriale il conflitto generato dalle fonti di diseguaglianza viene gestito a mezzo

della contrattazione e stemperato dalla presenza di misure redistributive.

La moltiplicazione delle forme di inserimento atipico, la parcellizazzione dei livelli di contrattazione e

l’indebolimento delle associazioni di rappresentanza riducono la validità di tali strategie.

Il risultato è una polarizzazione della precarietà e il diffondersi del neo-pauperismo.

Il pauperismo è un fenomeno economico-sociale caratterizzato dalla presenza di larghi strati di

popolazione, o anche di intere aree, in condizioni di profonda miseria dovuti a variabili economiche-

strutturali (come in questo caso) o a varibili naturali (guerra, calamita, ..).

c) Quali sono le questioni aperte del filone di indagine sulla povertà e l’esclusione?

Le questioni aperte sul filone di indagine della povertà e dell’esclusione sono alcune.

Tra cui, l’importanza di piani integrati di intervento: Le politiche sociali e del lavoro sono interventi tesi a

compensare gli effetti della precarietà e di potenziamento della capacità di autorealizzazione lungo il ciclo

di vita.

La necessità di politiche redistributive delle opportunità consiste nella rimozione delle barriere all’ingresso

o nell’aumento dalla disponibilità di dotazioni tangibili e intangibili del contesto. Tale necessità rimane una

questione aperte in quanto ci si chiede fino a che punto lo stato deve legittimare tale redistribuzione e quali

sono i tipi di misure più appropriati.

Inoltre, gli effetti di una politica eccedono il ciclo politico e perciò diventa indispensabile mantenere un

dialogo tra politici, tecnici e amministratori in vista del superamento delle resistenze culturali e favorire uno

stretto coordinamento tra i diversi livelli di intervento.

Questo è difficile da applicare proprio a causa degli esiti differiti nel tempo (esempio delle elezioni).

Capitolo 8 _ Il Mercato del Lavoro Immigrato

1. Quali sono i principali approcci teorici allo studio dei processi migratori? Qual è la loro utilità nella

comprensione del fenomeno?

I fenomeni migratori sono spiegati alla luce di 3 approcci teorici:

i) Il primo approccio è quello Liberale e Assimilazionista, che nasce negli USA con la Scuola di

Chicago negli Anni ’20. In questa visione, l’immigrato si inserisce nelle posizioni più umili, con a

possibilità di accesso a percorsi di mobilità ascendente a seguito dell’apprendimento delle

competenze sociali essenziali e dell’interiorizzazione degli stili di vita del paese di arrivo.

Anche i nuovi arrivati sono coinvolti in questo processo di mobilità ascendente, imparando la

lingua, acquisendo modelli comportamentali le stili di vita della società gradualmente

progrediscono abbandonando i ghetti urbani e le occupazioni meno stimate.

Si parla di una visione ottimistica ed è la prospettiva dominante degli studi economici, oggetto

di aspre critiche da parte della sociologia.

Un esempio di questa integrazione è rappresentato dagli italiani, irlandesi ed inglesi che nei

primi anni del ‘900 si trasferirono negli USA. Ora nelle spedizioni spaziali ritroviamo molti

cognomi italiano-americani e altri.

ii) Il secondo approccio è quello Strutturalista, che nasce in Europa negli Anni ’70. L’ingresso dei

migranti nel mercato del lavoro è giustificato dalla loro funzionalità alle esigenze delle

economie avanzate. I migranti, infatti, tendono ad accettare posizioni di lavoro instabili,

stagionali e di solito nel mercato secondario, in cui spesso rimangono intrappolati.

In questi casi, alle imprese non serve professionalità ma solo buona salute e manodopera a

buon mercato.

Il tema centrale di questa visione è la discriminazione persistente e per molti migranti

insuperabile. Di conseguenza, la discriminazione colpisce anche le seconde e le terze

generazioni a causa della “legge delle tre A”: Accento, Ascendenza e Appartenenza.

In questo quadro, si nota una visione negativa (poche chance di benessere e di miglioramento)

che è ampiamente diffusa negli studi sui fenomeni migratori.

iii) Il terzo approccio è quello della Nuova Sociologia Economica, diffusa in Europa e negli USA negli

Anni ’90. Secondo questa prospettiva, le scelte dei migranti sono sostenute dall’azione dei

network sociali ai quali essi hanno accesso.

le relazioni sociali consentono di contenere i costi e i rischi e finiscono con il rendere i flussi

relativamente autonomi dalle condizioni che li hanno generati.

Le persone decidono di spostarsi in base al fatto che il conflitto è piacevole o ci sono

prospettive di lavoro ma in base alla presenza di famigliari, di connazionali o di associazioni di

connazionali. in questo caso è difficile parlare di una visione positiva o negativa. I flussi

migratori sono condizionati dalla società e sono aperti ad una pluralità di esiti.

Le tre prospettive si prestano a spiegare dimensioni alternative del fenomeno. L’approccio liberale è il più

adatto alla mobilità dei lavoratori qualificati, al superamento delle nicchie etnicitizzate del mercato del

lavoro e ad una imprenditorialità dei migranti.

La prospettiva strutturalista accompagna la formazione dei ghetti urbani e la marginalità delle seconde

generazioni e il razzismo concorrenziali, in quanto i migranti sono visti dalla fascia medio bassa della società

come concorrenti nella ricerca del lavoro considerando che i migranti tendono ad accettare salari più bassi.

Infine la nuova sociologia economica è la prospettiva che spiega meglio i percorsi di integrazione,

formazione di istituzioni sociali e di economie etniche.


PAGINE

50

PESO

561.59 KB

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Docente: Cugno Anna
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristina.mellano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Cugno Anna.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in economia e commercio

Sociologia - Appunti
Appunto