Capitolo 1 - L’unità mediterranea romana
1. Mare nostrum?
Un’espressione controversa
L’espressione mare nostrum compare per la prima volta nel De bello gallico di Giulio Cesare, tra 53 e 54 a.C., in riferimento al mare «nostro» contrapposto ai mari nordici. In Sallustio, nel De bello Iugurthino, la formula ha ancora valore geografico: indica il Mediterraneo come spazio interno rispetto all’oceano. Non nasce quindi come concetto politico, ma come distinzione tra mondi lontani.
Un Mediterraneo romano
Con autori successivi, da Livio a Orosio, l’espressione riflette una crescente coscienza dell’unità mediterranea. Pur nella diversità di popoli, lingue, culture e culti, il Mediterraneo appare unificato dalla dominazione romana, da un solo ordine politico e da un’integrazione economica e culturale estesa all’orbe terrarum. Tale progetto sembra compiersi sotto Ottaviano Augusto (27 a.C.-14 d.C.), quando l’Impero rende possibile il controllo del «mare interno».
I sentieri del mito
Per comprendere il Mediterraneo medievale bisogna partire dall’eredità imperiale romana, continuamente richiamata da greci, latini, arabi, turchi e slavi. Il corrispettivo greco dell’espressione latina compare in Strabone, contemporaneo di Augusto, mentre Polibio aveva già contrapposto il Mediterraneo al «mare esterno», cioè l’oceano. In età contemporanea il mito del dominio mediterraneo fu ripreso dal fascismo in chiave propagandistica e, nell’Italia unita, dal mito delle repubbliche marinare (Genova, Pisa, Venezia, poi Amalfi).
2. Una lenta costruzione
La talassocrazia cartaginese
La trasformazione del Mediterraneo in un «lago romano» fu lenta. La svolta iniziò negli anni Sessanta del III secolo a.C., durante lo scontro con Cartagine. Dopo la morte di Agatocle (289 a.C.) e il declino di Siracusa, Cartagine controllava il canale di Sicilia, passaggio tra Mediterraneo occidentale e orientale, minacciando Tirreno, Adriatico e città greche dell’Italia meridionale. Roma, ormai padrona della penisola italica, dovette trasformare la propria potenza terrestre in potenza navale. Le guerre puniche (264-146 a.C.) terminarono con la vittoria romana e la distruzione di Cartagine, permettendo a Roma di sostituirne l’egemonia nel Mediterraneo occidentale e di aprirsi stabilmente verso l’Oriente.
Le monarchie ellenistiche
La vittoria su Cartagine mise Roma a contatto con le grandi monarchie nate dalla disgregazione dell’Impero di Alessandro Magno: il regno seleucide in Siria, con capitale Antiochia; quello tolemaico in Egitto, centrato su Alessandria e sul Nilo; quello antigonide tra Grecia, Macedonia ed Epiro, destinato a cedere all’espansione romana; e quello attalide in Anatolia, con capitale Pergamo, alleato di Roma e poi trasformato, nel II secolo a.C., nella provincia d’Asia.
Un’area di scambi
Roma entrò in un universo fortemente interconnesso: dal mar Rosso e dalla valle del Nilo al Levante, all’Egeo e alle coste greche dell’Italia meridionale, con merci provenienti anche dall’Atlante Telliano e dalla penisola iberica. La capitale divenne il collettore di un ampio network commerciale, fondato in larga parte sul lavoro schiavistico, esteso poi a Europa centro-settentrionale, Balcani, Nubia, Etiopia, Arabia e Anatolia.
L’ingresso nell’area culturale greca, dominata dalla koinḗ diálectos, provocò tensioni interne. Alcune famiglie aristocratiche assunsero costumi ellenistici, mentre gruppi conservatori, rappresentati da Catone il Censore (234-149 a.C.), difendevano il mos maiorum, rifiutando la cultura greca e i culti orientali. Nel I secolo a.C. tali tensioni confluirono nelle guerre civili: Mario e Silla, Pompeo e Cesare, Antonio e Ottaviano.
Un meridiano ideale
Dopo Filippi (42 a.C.) e l’eliminazione dei cesaricidi, emerse una divisione mediterranea destinata a durare: un meridiano ideale da Sirmio al golfo della Sirte separava un Oriente più ricco, urbano e grecofono da un Occidente più rurale, meno opulento e latinofono, pur in un contesto di diffuso bilinguismo.
Come nasce un Impero
La battaglia di Azio (31 a.C.) vide la sconfitta di Antonio e Cleopatra e segnò la fine dell’ultimo regno ellenistico indipendente, l’Egitto. Nel 27 a.C. Ottaviano fu proclamato princeps e ricevette il titolo di Augustus. Il progressivo cumulo di poteri - tribunicia potestas, imperium proconsulare maius et infinitum, pontifex maximus - fondò un nuovo regime che formalmente rispettava la res publica, ma di fatto inaugurava l’Impero romano, legittimato dal recupero del mos maiorum e dalla promessa di pace dopo un secolo di conflitti.
Il principato
Il principato si basava sull’equilibrio tra imperator e Senato. Le province furono divise in senatorie, rette da funzionari del Senato, e imperiali, spesso di confine e militarizzate, governate da delegati dell’imperatore. L’Egitto, granaio di Roma, restò sotto controllo diretto di Ottaviano tramite una prefettura. Col tempo, la figura dell’imperatore assunse tratti monarchici e sacrali, avvicinandosi al modello del dominus ac deus, mentre il Senato perse progressivamente centralità.
3. Un impero mediterraneo
La pax augustea
La stabilità augustea fu celebrata simbolicamente con la consacrazione dell’Ara Pacis Augustae il 30 gennaio 9 a.C.. Roma si presentava come centro di un Impero universale destinato a governare per diritto divino, ma la pace era anche propaganda: l’espansione continuò sotto i Giulio-Claudii (14-68 d.C.) e i Flavii (69-96 d.C.). La conquista della Giudea culminò nella distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70, per opera di Tito, figlio di Vespasiano. A oriente, il principale limite restò l’Impero dei Parti. L’economia imperiale dipendeva però ancora dalle conquiste, necessarie per schiavi, bottino ed esercito.
L’apogeo dell’Impero
Sotto gli Antonini (96-197), grazie all’adozione del successore per merito, l’Impero raggiunse la massima estensione: circa 4.400.000 km2, comprendendo l’intero bacino mediterraneo, l’Egitto interno, il Vicino Oriente, l’Anatolia, l’area tra mar Nero e Caspio e gran parte dell’Europa. Le conquiste di Traiano (98-117) e Adriano (117-138) furono accompagnate dalla costruzione di città, strade, ponti, acquedotti, teatri, circhi e fortificazioni, strumenti di romanizzazione. Roma, forse vicina al milione di abitanti, era il centro politico e amministrativo dell’Impero e il principale punto di raccordo tra Oriente e Occidente.
I prodromi della crisi
Già nel II secolo il sistema iniziò a deteriorarsi. Il raffreddamento climatico ridusse le rese agricole, colpì i ceti subalterni, favorì cattiva alimentazione, epidemie, contrazione demografica e spopolamento rurale. Fuori dai confini, fissati sul limes renano-danubiano, iniziarono migrazioni di popoli in cerca di pascoli e climi più miti. Roma comprese l’impossibilità di espandersi all’infinito: Traiano fece costruire un vallum sul Danubio; Adriano edificò il muro nel nord della Britannia; anche il Reno fu fortificato. La chiusura delle frontiere segnò la fine dell’età delle conquiste.
La rottura degli equilibri interni
Gli equilibri politici erano fragili. Imperatori in accordo col Senato, come Antonino Pio (138-161) e Marco Aurelio (161-180), si alternarono a sovrani più autocratici, sostenuti dall’esercito e dai ceti subalterni attraverso panem et circenses, come Caligola (37-41) e Nerone (54-68). Alla fine del II secolo, con Commodo (180-192), figlio di Marco Aurelio e ultimo degli Antonini, la tendenza monarchica divenne più evidente.
4. Dall’equilibrio alla rottura
La tarda antichità
Per tarda antichità si intende il periodo tra III e V-VI secolo, talvolta esteso oltre, caratterizzato non solo da decadenza ma da trasformazioni profonde del Mediterraneo. La storiografia recente privilegia l’idea di mutamento: l’Impero cambia forme politiche, sociali, economiche e religiose, e molte sue strutture sopravvivono a lungo.
Dal principato al dominato
La svolta iniziò con i Severi (193-235). Per governare non bastava più il consenso del Senato: diventò decisivo l’appoggio dell’esercito. Con Settimio Severo (193-211), governatore della Pannonia di origine tripolitana, l’imperatore si presentò come dominus, legittimato dalle legioni. Favorì culti di matrice orientale, rafforzò il culto della propria persona fino alla formula dominus ac deus, ampliò il potere degli ufficiali a scapito dell’aristocrazia senatoria e rafforzò il fiscus tramite confische. Tentò inoltre di regolare la successione distinguendo Augustus e Caesar.
La Constitutio antoniniana
Il figlio Caracalla (211-217) emanò nel 212 la Constitutio antoniniana, estendendo la cittadinanza romana a tutte le genti dell’Impero, salvo i dediticii. Il provvedimento contribuì alla costruzione di un comune orizzonte mediterraneo, ma il suo significato è discusso: per alcuni esprimeva universalismo imperiale; per altri riguardava soprattutto élite e ceti urbani, lasciando fuori le popolazioni provinciali meno romanizzate.
La crisi fiscale e militare
La misura ebbe effetti soprattutto fiscali, ampliando il bacino dei tributi, ma contribuì anche alla decentralizzazione del potere. Le guerre di Caracalla contro Parti e razzie germaniche sul limes aggravarono le finanze. La necessità di soldati spinse ad arruolare tribù germaniche tramite patti di foederatio, che concedevano territorio in cambio di servizio militare. La riduzione del metallo prezioso nelle monete provocò inflazione e aggravò la crisi.
La rottura dell’equilibrio
Dopo Alessandro Severo (222-235), l’esercito divenne l’arbitro della politica. La difesa dei confini contro alamanni, franchi, goti e marcomanni assorbì le energie dell’Impero; l’esaurimento delle conquiste rovesciò la forza militare verso l’interno. In circa cinquant’anni si alternarono ventuno imperatori, quasi tutti acclamati dall’esercito e assassinati: è la cosiddetta anarchia militare. Tra le figure principali: Massimino il Trace (235-238), Gordiano III (238-244), Giulio Filippo l’Arabo (244-249), che celebrò nel 248 il millenario di Roma, e Decio (249-251), autore di una dura persecuzione anticristiana e morto combattendo i Goti.
5. Pars Orientis e pars Occidentis
Augusti e Cesari
Fino a Diocleziano (284-305) gli imperatori non riuscirono a stabilizzare il potere, salvo eccezioni. Valeriano (253-260) associò al trono il figlio Gallieno, affidandogli la pars Occidentis e riservando per sé l’Oriente, minacciato dalla dinastia sasanide persiana, al potere dal 216. Poi elevò Gallieno a co-Augusto e nominò Cesare il secondogenito Valeriano. La divisione tra Oriente e Occidente riprendeva una frattura già emersa tra Antonio e Ottaviano e rispondeva alla necessità di fronteggiare spinte autonomistiche.
Spinte autonomistiche
Dopo la morte del padre, Gallieno (260-269) dovette affrontare l’Imperium Galliarum di Postumo tra Gallia e Britannia e la ribellione orientale di Macriano. Per contenerla si appoggiò a Settimio Odenato di Palmira, nominato dux Romanorum e corrector totius Orientis. La moglie Zenobia trasformò poi il potentato in monarchia indipendente, proclamandosi Augusta. Le secessioni furono represse da Aureliano (270-275), celebrato come restitutor Orbis.
Agricoltura e commercio
L’instabilità spinse alla costruzione delle Mura aureliane e all’abbandono di regioni difficili da difendere, come la Dacia. L’allontanamento tra Oriente e Occidente interruppe l’interdipendenza economica. L’Impero restava fondamentalmente agrario, ma l’Oriente era più dinamico, urbano e commerciale; la ricchezza si accumulava soprattutto lì. In Italia la fine del sistema schiavistico impose una riorganizzazione: concorrenza delle province, crescita dei latifondi, riduzione dei contadini liberi a favore degli affittuari e abbandono di terre incolte.
Occidente e Oriente
La crisi occidentale sarebbe stata aggravata dall’ingresso di nuove genti dai confini settentrionali. La pars Orientis, pur riducendo progressivamente i propri territori fino a stabilizzarsi, conservò maggiore vitalità. Alle soglie del IV secolo, l’Impero coincideva sostanzialmente con il Mediterraneo, cuore economico e culturale di un mondo destinato a ulteriori trasformazioni.
Capitolo 2 - Lo spazio religioso mediterraneo
1. La diffusione del credo cristiano
Uno spazio religioso variegato
Nonostante la crisi istituzionale e gli squilibri economici tra Occidente e Oriente, l’Impero conservò una coesione formale. Sul piano religioso il Mediterraneo restò uno spazio plurale: accanto all’affermazione progressiva del Cristianesimo, sopravvissero culti pagani, riti agrari, culti misterici, pratiche locali e forme di sincretismo religioso. La resistenza pagana fu forte soprattutto nelle campagne e fra alcune élite, sostenuta anche dal neoplatonismo. Il dato decisivo è che il Cristianesimo non cancellò immediatamente il pluralismo, ma trasformò gradualmente le strutture politiche e cultuali romane, ridefinendo i rapporti tra potere imperiale e religione.
L’irruzione di un nuovo credo
La prima evangelizzazione cristiana iniziò dopo la morte di Gesù e la Pentecoste, partendo da Gerusalemme, luogo della crocifissione, della sepoltura e della fede nella Resurrezione. In origine il messaggio fu rivolto agli ebrei, ma presto si estese ai gentili, superando i confini religiosi del giudaismo. Figure centrali furono Pietro e Paolo, morti attorno al 67: il primo legato alla predicazione agli ebrei, il secondo all’evangelizzazione dei pagani. Da qui il Cristianesimo si diffuse in Palestina, Asia Minore, Grecia, Italia, Persia e persino India.
Le vie dell’evangelizzazione cristiana
La diffusione del Vangelo sfruttò le infrastrutture del mondo romano: strade, vie commerciali e soprattutto il mare, che collegava rapidamente le comunità mediterranee. Centri decisivi furono Antiochia, Efeso, Corinto e Roma, spesso dotati di comunità ebraiche della diaspora, che offrirono un primo ambiente di accoglienza e propagazione del messaggio cristiano.
Le comunità sparse nel Mediterraneo
Le prime comunità cristiane sorsero soprattutto nelle città portuali, snodi di commercio e cultura. Erano gruppi inizialmente piccoli, socialmente ed etnicamente misti, guidati da figure locali e collegati agli apostoli tramite visite e lettere. Antiochia divenne centro dell’espansione verso Oriente e luogo in cui i fedeli furono chiamati per la prima volta “cristiani”; Alessandria d’Egitto fu centro intellettuale grazie alla comunità giudaica e alla scuola catechetica; Roma, capitale imperiale e luogo del martirio di Pietro e Paolo, acquistò rapidamente centralità.
Il rapporto con il potere imperiale
Il rapporto con Roma fu dapprima ambiguo: il Cristianesimo fu visto come setta ebraica e quindi tollerato, poi come minaccia politica e religiosa, perché i cristiani rifiutavano il culto imperiale e gli dèi pagani. Le persecuzioni, da Nerone (54-68) a Decio (249-251) fino a Diocleziano (284-305), non eliminarono il nuovo culto, ma rafforzarono la coesione comunitaria e il valore del martirio. La svolta fu l’editto di Milano del 313, emanato da Costantino e Licinio, che riconobbe il Cristianesimo come religio licita e aprì la strada alla sua futura affermazione imperiale.
2. L’istituzionalizzazione dei Cristianesimi
L’organizzazione delle prime Chiese
L’istituzionalizzazione iniziò con le prime Chiese o ἐκκλησίαι, comunità locali sorte nel Mediterraneo romano. Poiché dottrine e riti variavano a seconda dei territori, è più corretto parlare di Cristianesimi. Le comunità erano guidate da presbiteri, responsabili della guida spirituale e dei riti, e diaconi, incaricati dell’assistenza ai poveri e dell’amministrazione. Fondamentali erano il battesimo, ingresso nella comunità dopo il catecumenato, e l’eucaristia, memoria dell’Ultima Cena. Con l’aumento dei fedeli nacque l’esigenza di maggiore unità dottrinale e amministrativa.
Il formarsi di un modello gerarchico
Nei primi secoli si affermò la figura del vescovo, inizialmente vicina a quella del presbitero, poi superiore per autorità. Il vescovo era guida spirituale, garante della disciplina e custode della tradizione apostolica. I concili e i sinodi divennero gli organi principali per risolvere controversie dottrinali e disciplinari, contribuendo alla progressiva uniformazione della Chiesa.
Diocesi e patriarcati
Con il consolidamento del Cristianesimo e il suo rapporto con l’Impero si formarono diocesi e patriarcati. La diocesi era un’unità territoriale affidata a un vescovo; alcune sedi assunsero autorità superiore e divennero patriarcati: Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e Antiochia, cui si aggiunse Gerusalemme dal V secolo. I patriarchi ebbero un ruolo preminente in dottrina e disciplina, rispecchiando anche il peso politico e culturale delle città imperiali.
Il primato del patriarcato di Roma
Il patriarcato di Roma rivendicò presto un primato fondato su due elementi: la tradizione del martirio e dell’episcopato di Pietro, considerato primo vescovo della città, e il ruolo politico dell’Urbe come centro dell’Impero. I
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