Storia di una piaga siciliana
La genesi della mafia 1860-1876
Le origini
Palermo diventò una città italiana il 7 giugno 1860, quando, in osservanza dei termini armistiziali, due lunghe colonne di soldati sconfitti filarono via attraverso il suo confine orientale, e una volta fuori delle mura fecero dietrofront per aspettare le navi che li avrebbero portati in patria, a Napoli.
Fino a quel giorno la Sicilia era stata governata da Napoli come parte del regno borbonico, che abbracciava la maggior parte dell’Italia meridionale.
Nel maggio 1860 Giuseppe Garibaldi (foto a sinistra) e un migliaio di volontari invasero l’isola.
Palermo fu conquistata dopo tre giorni di intensi combattimenti; liberata, Garibaldi guidò i suoi uomini verso est.
Il sette settembre Garibaldi e i suoi uomini erano accolti a Napoli dalla folla festante e in ottobre consegnò i territori conquistati al re d’Italia.
In breve tempo, il rapporto tra il Regno d’Italia e la Sicilia si rivelò tormentato e violento. L’integrazione di 2,4 milioni di siciliani nella nuova nazione portò con sé un’epidemia di congiure, rapine, omicidi e regolamenti di conti. 1
I ministri del re, in maggioranza uomini dell’Italia settentrionale, avevano sperato di fare partecipi delle responsabilità di governo elementi dei ceti più elevati della società siciliana, gente che gli somigliasse: proprietari terrieri conservatori che capivano che cos’era il buongoverno e aspiravano a un ordinato progresso economico.
A loro dire, invece, trovarono qualcosa che aveva piuttosto il volto dell’anarchia: rivoluzionari repubblicani provvisti di robusti legami con bande semi-criminali, aristocratici ed ecclesiastici nostalgici del vecchio regime borbonico e bramosi di una Sicilia autonoma, uomini politici locali che praticavano il sequestro e l’omicidio in una lotta per il potere contro avversari altrettanto privi di scrupoli.
Nel 1862 lo stesso Garibaldi era così disperato per le condizioni della nuova Italia, che uscì dal suo ritiro e utilizzò la Sicilia come base per lanciare un’altra invasione della penisola. Stavolta l’obiettivo era la conquista di Roma, sotto l’autorità papale, ma un esercito italiano lo fermò sulle montagne della Calabria.
Il governo reagì alla crisi provocata dalla nuova invasione di Garibaldi instaurando la legge marziale in Sicilia.
Nel 1876, per la prima volta, uomini politici isolani entrarono nel governo nazionale di coalizione.
Fu durante i tormentati anni Sessanta dell’Ottocento che la classe dirigente italiana sentì parlare per la prima volta della mafia siciliana. Senza avere una chiara idea della sua natura, i primi che studiarono il problema supposero che dovesse trattarsi di qualcosa di arcaico, di un residuo medievale. Molti italiani speravano, e credevano, che la mafia fosse una manifestazione di arretratezza e povertà e che quindi fosse destinata a scomparire non appena la Sicilia fosse emersa dal suo isolamento e si fosse messa al passo della storia.
La genesi mafiosa non è fatta di un’unica storia, ma di un intreccio di storie.
La mafia emerse in un’area che è tuttora il cuore del suo territorio: si sviluppò là dove si concentrava la ricchezza della Sicilia, sulla striscia costiera di colore verde scuro, tra le attività d’esportazione capitalistiche che avevano la loro base negli idilliaci giardini di aranci e limoni appena fuori Palermo.
In sintesi si può affermare che l’Unità d’Italia in Sicilia accelerò fortemente un processo di fine della struttura feudale delle campagne, ma il nuovo governo piemontese andava sovrapponendosi a una struttura sociale siciliana senza riuscire a interagire positivamente con essa. Conseguenza di ciò, fu quindi, che nelle campagne i grossi latifondisti, che avevano detenuto il potere fino a quel momento, iniziarono ad avere bisogno di qualcuno che garantisse loro il controllo delle proprietà. Questo ruolo venne assunto da alcuni personaggi che presero il nome di “campieri”.
Fin dall’inizio la mafia si delineava come un’organizzazione che assumeva ruoli pubblici per eccellenza, che altrove erano di competenza dello Stato. Per farlo, i mafiosi ebbero contatti con il potere pubblico. A quell’epoca le collusioni più evidenti erano quelle con il corpo dei “militi a cavallo” (foto a sinistra), che avevano il compito di controllare le campagne da furti o altre azioni criminose.
Poiché tali militi avevano una responsabilità diretta per danni arrecati alle proprietà rurali, avevano la tendenza ad evitare i furti tramite accordi con i mafiosi e briganti affinché facessero i loro furti fuori dai territori di loro competenza.
Crescita e organizzazione
I metodi della mafia furono messi a punto durante un periodo di rapida crescita dell’industria agrumaria. Le arance e i limoni a metà Ottocento prendevano la via di New York e di Londra.
Gli agrumeti ottocenteschi erano attività produttive moderne, che esigevano un massiccio investimento iniziale e un periodo molto lungo di attesa per il guadagno.
Fu questa combinazione a creare l’ambiente perfetto per i racket mafiosi della protezione/estorsione.
La mafia è emersa intorno all’area di Palermo; questi limoneti furono la scena in cui si svolse la prima persecuzione a stampo mafioso, vittima fu Gaspare Galati, uno stimato chirurgo. Esso, tramite un’eredità, si era trovato a gestire un limoneto in quelle zone e ben presto dovette affrontare le minacce del boss della zona che chiedeva “un contributo” in cambio della sua protezione.
Grazie alla sua testimonianza si è venuti a conoscenza dell’intricato insieme di regole, collaborazioni tra bande e codici d’onore che stavano dietro al racket della protezione.
La mafia “strumento di governo locale”
Nei quindici anni successivi all’unificazione, l’Italia fu governata da una coalizione a maglie larghe detta la Destra, il cui nucleo centrale era costituito dai proprietari terrieri conservatori del Settentrione. L’opposizione, la Sinistra, che aveva le sue roccaforti nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, favoriva un aumento della spesa pubblica 3 e più democrazia.
Ma le differenze tra le due coalizioni erano non meno culturali che politiche. La Destra aveva spesso l’impressione che molti deputati meridionali e siciliani dovessero la loro elezione alla politica delle clientele e a macchine elettorali che ricompensavano i sostenitori e intimidivano gli avversari. Agli occhi della Sinistra, la Destra appariva altezzosa e ipocrita; aveva tradito gli ideali che avevano condotto alla fondazione dello Stato italiano, e gravemente trascurato il Mezzogiorno.
Sul finire dell’800 il governo della Destra storica aveva sempre più difficoltà e la causa principale era il governo della Sicilia e del Mezzogiorno. Nelle elezioni svoltesi nel novembre 1874 quaranta dei quarantotto colleghi siciliani inviarono alla Camera deputati dell’opposizione. Tra i grandi timonieri della campagna elettorale della Sinistra troviamo Nicolò Turrisi Colonna assistito da Antonino Giamone, il suo boss mafioso prediletto nonché il persecutore del dott. Galanti.
Dopo queste elezioni la Destra restò aggrappata al potere. Durante la campagna elettorale la Destra puntò il dito contro gli avversari accusandoli di utilizzare banditi per rastrellare i voti. Nel quadro di questa strategia politica, subito dopo le elezioni il governo propose alcune leggi duramente repressive, alla cui stregua le persone sospettate di appartenere ad associazioni criminali e i loro protettori politici potevano essere tenuti in carcere senza processo per ben cinque anni.
Così facendo la Destra compì un estremo tentativo di creare l’impressione che un governo antimafia si trovasse di fronte a un’opposizione amica della mafia.
Ma bersagli diretti non erano solo gli uomini come Turrisi, ma anche i proprietari terrieri vittime della criminalità che avevano sperato in una liberazione dalla morsa mafiosa con l’unità d’Italia, e che, esausti delle promesse non mantenute, avevano votato a Sinistra. A questo punto fu chiaro che non esisteva una coalizione antimafiosa e una filomafiosa. Sia Destra che Sinistra si trovarono d’accordo nel far cadere la questione attraverso una commissione d’inchiesta. La mafia fu inclusa nell’ambito dell’inchiesta, ma insieme con tanti altri aspetti della società siciliana, in modo tale da sbiadire il problema.
Le carte dell’inchiesta non furono mai pubblicate. Quando, nel 1877, la commissione doveva presentare le carte alla Camera, la Destra era già caduta. Il rapporto finale fu presentato a un’aula della Camera quasi vuota, nessuna delle due coalizioni aveva interesse a capire che cos’era la mafia.
Le sue conclusioni erano comunque sbagliate: essa veniva definita come una “solidarietà istintiva, brutale, interessata, che unisce a danno dello Stato, della legge e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che preferiscono trattare l’esistenza e gli agi, anziché dal lavoro, dalla violenza”. In breve, la mafia fu opportunamente liquidata come un branco disorganizzato di miserabili, imbroglioni e scansafatiche.
Nel 1877, la classe politica italiana disponeva ormai del grosso delle conoscenze necessarie per combattere la mafia, e di tutte le ragioni di cui aveva bisogno per dimenticare ciò che sapeva. Il primo stadio del processo grazie al quale la mafia entrò nel sistema italiano era completato.
Il secondo stadio cominciò quando, nel marzo 1876, nacque un governo basato su una coalizione della Sinistra. Il nuovo ministro dell’Interno era Giovanni Nicotera (foto a sinistra), aveva combattuto con Garibaldi e conosceva bene la politica clientelare del Mezzogiorno italiano per il semplice motivo che ne era il principale esponente.
Egli godeva dell’appoggio di massoni e della camorra, ma non conosceva bene la Sicilia e quando divenne ministro rimase sconcertato per la vastità di potere che la mafia esercitava su magistrati e politici. Infine anche Nicotera usò la repressione per punire tutti coloro che giudicava sovversivi e per ammansire i potenziali alleati; e una politica di do ut des che consisteva nell’appoggio politico agli uomini che consegnavano i banditi.
Non di rado i banditi erano quei mafiosi che creavano problemi al governo, o non avevano i giusti protettori politici. Un mese dopo aver proclamato la totale sconfitta del banditismo, Nicotera fu rimosso; prima del suo siluramento erano cadute nella sua rete alcune associazioni criminali di tipo mafioso.
Negli anni successivi una serie di processi clamorosi conclusero numerose inchieste su gruppi mafiosi di Palermo. Com’era prevedibile, da questi processi emerse un quadro della criminalità organizzata piuttosto torbido. Si fecero avanti alcuni pentiti, e un paio vennero assassinati.
Ma per ogni testimone la cui credibilità usciva confermata post mortem ce n’era un altro che si rivelava troppo vicino alle autorità per essere credibile, e un terzo le cui importanti amicizie politiche riuscivano a salvare dall’incriminazione.
Il risultato fu che le sentenze variarono dall’assoluzione piena in appello alle dodici condanne a morte irrogate nel 1883 contro una cosca. Il baratto di Nicotera aveva segnato una svolta politica e anche a Roma i politici si rassegnarono a lavorare con uomini che godevano del sostegno mafioso.
Gradatamente, i mafiosi stavano diventando parte di una nuova normalità politica. Se da un lato gli uomini d’onore badavano a costruire i loro racket dell’estorsione e altre iniziative economiche, dall’altro impararono che le amicizie politiche erano più importanti che mai ai fini della sopravvivenza.
La fratellanza di Favara: la mafia della terra dello zolfo
Al principio dell’Ottocento chiazze di un giallo più smorto cominciarono a comparire sugli altipiani color del grano dell’entroterra siciliano. L’isola godeva in pratica di un monopolio naturale in una materia prima essenziale per la rivoluzione industriale, lo zolfo, impiegato in un gran numero di produzioni.
Le pianure e i pendii collinari delle province di Agrigento e Caltanissetta erano stati scoperchiati per portare alla luce il prezioso elemento che giaceva in spessi strati sotto la superficie. I fumi delle zolfatare erano però gravemente nocivi e provocarono la morte di molti abitanti dei villaggi circostanti.
A Favara nel marzo 1883 arrivò una denuncia che testimoniava una società segreta repubblicana chiamata la Fratellanza.
Vennero arrestati numerosi appartenenti alla Fratellanza, tra cui il capo. Furono recuperati scheletri in luoghi fuori mano, furono rinvenute altre versioni dei regolamenti dell’organizzazione. Il caso della Fratellanza aprì alla polizia uno squarcio unico sul tipo di organizzazione mafiosa che s’era sviluppata lontana da Palermo. 5
Oggi gli storici sono convinti che la Fratellanza fosse un’organizzazione molto più sofisticata e pericolosa di quanto all’epoca le autorità si rendessero conto. E se la mafia è sopravvissuta così a lungo nella terra dello zolfo, come nel resto della Sicilia occidentale, la cosa si deve in parte al fatto che, come la Fratellanza, è stata sistematicamente sottovalutata.
Corruzione nelle alte sfere 1890-1904
I Fasci dei lavoratori e la rivolta contro la mafia
I Fasci (foto a destra) lavoratori costituirono il più grande episodio di mobilitazione progressista dei ceti popolari del XIX secolo.
Il movimento coinvolse interi paesi; sottrasse alla passività migliaia di persone; raccolse ed espresse vivaci e originali energie intellettuali. Nel movimento, masse e dirigenti inalberarono la bandiera del socialismo che stava fondando il suo partito in Italia.
In Sicilia all’inizio si ebbe l’impressione che fossero un’edizione aggiornata delle vecchie società operaie di origine mazziniana, con prevalenti finalità di mutuo soccorso. Solo agli inizi degli anni Novanta le pubbliche autorità e i notabili delle più diverse gradazioni della borghesia mafiosa siciliana cominciarono ad avvedersi della rilevante novità politica che essi rappresentavano e a temere l’attività.
La fondamentale originalità dei Fasci siciliani consisteva nella loro formula organizzativa di associazioni aperte, non corporative e non settarie, non condizionate da una qualsiasi militanza ideologica degli aderenti.
Essi avevano come obiettivo di mettere insieme il maggior numero possibile di lavoratori, su concreti programmi di iniziativa e di lotta che raccoglievano una generale vocazione di giustizia contro i soprusi e le angherie del sistema dominante.
L’idea di base era una e semplice: l’unione fa la forza. Quindi per ciascun “fasciante” si intravedeva la possibilità di poter finalmente contare qualcosa su una unitaria e compatta forza di massa. 6
Il partito socialista, se pur con diffidenza, li adottò politicamente, s’ingegnò a dotarli di un’ideologia e li assunse come fondamentali organizzazioni di base sulle quali contare per realizzare il suo insediamento nell’isola.
I Fasci avevano le loro centrali direttive nelle città e contavano sull’appoggio di numerosi intellettuali dell’epoca che comprendeva una rete di alleanze ideologiche vastissime: dai marxisti, dai massoni ai cattolici.
Quando i Fasci cominciarono, in modo quasi indolore, ad apparire sulla scena (alla fine del primo governo Crispi, foto in alto a sinistra, e in breve periodo il primo governo Giolitti), tanto i crispini quanto i giolittiani poterono coltivare l’intenzione di utilizzarli come strumento da usare per dare problemi e fastidi alla controparte.
Ma quando il movimento si rafforzò, i latifondisti ne pretesero la liquidazione. Francesco Crispi tornò al governo nel dicembre del 1893 con l’investitura dell’uomo adatto ad usare l’invocato pugno di ferro. E, infatti, lo usò poco dopo, nel gennaio successivo, sciogliendo manu militari i Fasci.
L’opinione pubblica del tempo si divise nel giudizio e tale divisione attraversò anche il partito socialista (in sempre più evidente rottura con il Sud) che si sarebbe avviato a rappresentare una forza di sostegno del liberalismo progressista giolittiano, in funzione dell’obiettivo di sviluppare al nord le aristocrazie operaie, all’ombra del processo di industrializzazione del Paese.
La loro tragica sconfitta sarebbe stata anche una sconfitta dell’intera Italia.
Infatti, colpite a morte le potenzialità di liberazione e di progresso della realtà siciliana, umiliata e ridotta al silenzio per anni l’intera forza della democrazia meridionale, si stabilizzarono le condizioni che avrebbero reso irrecuperabile il ritardo economico e sociale del Sud rispetto al Nord e si accentuò quella frattura tra le due Italie.
Tutto questo può significare che se i Fasci avessero vinto la loro battaglia forse la mafia non esisterebbe più.
Non solo aumentarono incredibilmente le difficoltà per fare ritrovare alla società dell’isola la strada del progresso, ma si crearono anche le condizioni che avrebbero consentito alla peggiore Sicilia di spargersi pericolosamente nel mondo.
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