Istituto G. Caetani a.s. 2010/2011
Percorso personale di BIZZARRI CAMILLA VG
“La danza è la più sublime, la più commovente, la più bella di tutte le arti, perché non è una mera traduzione o astrazione dalla vita, è la vita stessa.”
Henry Havelock Ellis
Introduzione
La danza è un’arte attraverso la quale si sviluppa la bellezza del corpo, si ingentilisce l’animo e si acquisisce armonia ed eleganza nei movimenti.
Purtroppo ancor oggi, in Italia, la danza non è considerata da tutti un’arte vera e propria, e questo soprattutto a causa della scarsa informazione, che nemmeno la televisione contribuisce a dare per educare i giovani su come deve essere formato un artista: sarebbe, invece, giusto far sapere che, di qualsiasi stile si tratti, la danza richiede impegno, uno studio intenso e grande sacrificio.
La danza è una vera e propria forma di comunicazione in quanto i ballerini hanno il compito e il privilegio di raccontare storie e sentimenti senza usare le parole, ma soltanto attraverso il movimento e le espressioni del corpo e del volto.
La danza è probabilmente la prima forma d’espressione che l’uomo abbia sperimentato, in quanto ha come strumento il corpo. Per esempio per gli uomini primitivi la danza era parte di un rito e serviva per entrare in contatto con le divinità; con l’avvento della religione cristiana, poi, la danza, considerata peccaminosa perché metteva troppo in evidenza il corpo, fu messa da parte per ricomparire nella vita sociale solo all’epoca delle grandi corti rinascimentali, dove è sempre presente come intrattenimento negli incontri organizzati dai signori.
La danza, sia nel tempo che nello spazio, si è sviluppata in numerose forme.
Per stili di danza si intendono le diverse tecniche codificate insegnate nelle scuole e nelle accademie, ognuna con problematicità e piani di studio diversi: se la danza accademica richiede la concentrazione totale sulla perfezione dei movimenti, nel musical è necessario lo studio interdisciplinare di recitazione, dizione e canto; se per la street-dance ci vuole una grande preparazione atletica e acrobatica, la danza africana richiede la rilassatezza della mente…
Indice
Danza classica Italiano: Carla Fracci ed Eugenio Montale
- “La danzatrice stanca”
Danza di carattere
- Spagnolo: García Lorca y el flamenco
El poema del cante jondo: “la Guitarra”
Danza moderna
- Filosofia: Isadora Duncan e Nietzsche
La nascita della tragedia
Inglese:
Danza orientale
- Salome: a tragedy by Oscar Wilde
Francese e Storia: la Belle Époque en France
Can can
- Arte: cenni sull’Art Nouveau.
Danza Classica
La danza classica è la madre di tutti gli stili, è espressione dell’eleganza, della raffinatezza e, in generale, della perfezione.
La formazione di un artista classico rende necessaria la trasformazione del corpo in funzione della perfezione tecnica ed è, per questo, necessario trovare l’equilibrio ideale tra le potenzialità del proprio corpo e quelle della propria anima.
La regina della danza classica italiana è, senza dubbio, Carla Fracci, nota soprattutto per la sua lunghissima carriera da ballerina, durante la quale ha danzato con i migliori ballerini della storia, tra cui uno dei più grandi danzatori del XX secolo, Rudolf Nureyev.
Nella vita della ballerina incontriamo spesso la presenza di uno dei più grandi poeti italiani del Novecento: Eugenio Montale.
Carla Fracci e Montale: un incontro artistico e umano tra due personaggi di grande levatura, vere icone della danza e della poesia
Era il 5 marzo 1955 quando il poeta Eugenio Montale vide per la prima volta danzare Carla Fracci: Montale era ormai un poeta affermato, trent’anni prima aveva pubblicato la sua prima raccolta “Ossi di Seppia” e aveva iniziato subito dopo la guerra a collaborare al “Corriere della Sera” diventando recensore della rubrica “Prime della Scala”.
Esperto di musica, particolarmente legato alla lirica e alla musica classica, tuttavia si trova a recensire anche numerosi balletti. La frequenza assidua alla Scala permette al poeta, poco avvezzo al mondo del balletto, di assistere a tutta la strabiliante crescita artistica della Fracci, prima volto che si confonde tra gli altri, poi “arte che brilla”.
Montale segue dunque la carriera della giovane “stella nascente” da vicino e con il tempo cresce l’ammirazione nei suoi riguardi.
La conoscenza del poeta e della ballerina ha modo di approfondirsi in seguito, durante gli anni ’60 a Forte dei Marmi, dove entrambi fanno vacanza, fino a diventare veri e propri amici. Particolarmente cara ad entrambi sarà l’estate del 1969: proprio da Forte dei Marmi, nell’agosto di questo anno, i due intraprendono con altri amici un viaggio per assistere al palio di Siena.
La Fracci, incinta del figlio Francesco, ricorda questa vacanza come “il viaggio col Maestro”.
Montale fu particolarmente vicino alla ballerina durante questo periodo così speciale della sua vita: egli andrà a trovare la danzatrice in ospedale dopo il parto e sarà accanto a lei per il battesimo.
Come disse la stessa Carla Fracci, Montale era stato ammiratore del suo piccolo ventre materno, tanto da onorarla con una bella lirica: “La danzatrice stanca”.
La danzatrice stanca
Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…
Dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
E quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
Ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
È questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo Dulcamara.
A te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga. Basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
si meraviglia. Non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.
Questa lirica scritta da Montale è dedicata alla nascita del figlio e alla lontananza momentanea dalle scene di Carla Fracci. Come dice lo stesso poeta la Fracci non è più “celeste” creatura che attraversa i “turni stagionali” del palcoscenico perché la gravidanza la rende “terrestre”, donna, non più immateriale spirito tanto ammirato nei balletti. Tuttavia, quest’esperienza non la rende fiore che appassisce, ma anzi che “torna a fiorir”, che si rincarna più “celeste” ancora nel suo ritorno in teatro.
Questa lirica è entrata a far parte della raccolta “Diario del ’71 e del ’72”, edita da Mondadori nel 1973.
La visione del mondo e la poetica di Montale
“Diario del ’71 e del ’72” è una delle ultime raccolte della vastissima produzione di Montale.
Proprio a causa della sua produzione assolutamente ricca che attraversa gran parte del Novecento, non è molto semplice definire la poetica di Montale: infatti le sue opere presentano caratteri diversi tra loro, frutto di una naturale evoluzione poetica dell’autore, delle diverse condizioni storiche nella quale si svolge e del confronto con i principali movimenti letterari del secolo.
Nonostante ciò, Montale ha più volte sottolineato la sostanziale unitarietà della sua poetica, fondata interamente su una visione amara della vita.
La concezione della vita di Montale è, infatti, caratterizzata da un radicale pessimismo dominato dalla consapevolezza del tramonto di ogni sicurezza metafisica, di ogni valore e di ogni certezza e dall’impossibilità di riscatto per l’uomo che è ormai confinato ineluttabilmente in questa dimensione esistenziale senza fondamento. L’unico dato concreto è il dolore che tale consapevolezza comporta e che caratterizza la moderna condizione umana.
Questo pensiero è comune a molti letterati del tempo, ma ciò che differenzia Montale dagli autori precedenti, però, è il fatto che nella sua concezione neanche la poesia è in grado di offrire certezze: il poeta non è più il “poeta vate” che declama verità assolute, come in D’Annunzio, né il “poeta veggente” in grado di attingere alla verità nascosta dietro una realtà apparente; il poeta può solamente rappresentare il dolore “cosmico” che domina sia la natura, sia l’esistenza umana.
Nonostante ciò, il suo radicale pessimismo non porta l’autore alla ricerca di valori sostitutivi o di una via risolutiva, ma ad una profonda accettazione del “male di vivere”, come egli stesso lo definisce, senza rinunciare però alla ricerca di un “varco”, del senso dell’esistenza. Per Montale, infatti, l’insensatezza del mondo e della vita non giustifica la resa dell’uomo di fronte ad essa, ma costituisce il punto di partenza di una continua ricerca di risposte e di verità e, di conseguenza, il ruolo che Montale assegna alla poesia non è più quello di nascondere la realtà delle cose o di abbellirla, ma di rappresentare onestamente la tensione di una ricerca volta consapevolmente al fallimento.
Lo strumento principale della poesia di Montale è una particolare tecnica definita negli anni Venti da Elliot come “correlativo oggettivo”. Essa consiste nell’utilizzare gli oggetti della realtà concreta non con intenti realistici o simbolici, ma come emblemi del destino dell’uomo e della sua condizione esistenziale.
È una tecnica che porta a volte ad una certa “oscurità” e per questo la sua poesia fu spesso erroneamente associata a quella degli ermetici. In realtà gli ermetici fanno ricorso al simbolo, che mantiene un rapporto di analogia tra emozione, concetto e oggetto che può essere compreso per via intuitiva; questo rapporto, invece, è totalmente assente nella tecnica utilizzata da Montale: egli si limita a esprimere l’oggetto e i riferimenti alla vita interiore del poeta vengono completamente taciuti e non possono essere ricavati intuitivamente dall’oggetto nominato.
Secondo alcuni studiosi la funzione simbolica del linguaggio montaliano giunge ad assumere la forma allegorica in quanto per comprendere il rapporto che il poeta instaura tra oggetto e significato è richiesta al lettore una mediazione intellettuale e culturale.
Questo allegorismo si evolve nel corso dell’intera produzione montaliana: dal simbolismo degli Ossi di seppia si passa ad un primo allegorismo umanistico delle Occasioni in cui si allude a una possibile salvezza riservata solamente a pochi, fino a giungere ad un nuovo allegorismo de La bufera ed altro in cui il messaggio di salvezza non è riservato ai pochi cultori della poesia, ma è per tutti.
Già nelle poesie successive alla guerra, però, tale speranza in un riscatto viene meno e l’allegorismo montaliano assume toni apocalittici e negativi per divenire completamente “vuoto”, cioè privo di speranza, in Satura e nelle raccolte successive (Diario del ’71 e del ’72 e Quaderno di quattro anni).
Questa concezione della poesia e l’utilizzo della tecnica del correlativo oggettivo influisce, inoltre, sulle scelte linguistiche del poeta: la poetica dell’“oggetto” comporta che la parola che lo designa non possa essere vaga o generica, ma debba essere estremamente precisa; per questo Montale va alla ricerca di un linguaggio scabro ed essenziale in cui, accanto ai termini letterari o rari, utilizzati unicamente per la loro unicità, troviamo spesso anche termini di uso comune e persino tecnici. Infatti, i termini che indicano animali o piante, ad esempio, non si limitano mai a indicare un genere, ma specie precise e rare; allo stesso modo i termini del linguaggio marinaresco indicano con esattezza specifiche attività o imbarcazioni.
Danza di carattere
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Italiano
Eugenio Montale; Carla Fracci
Spagnolo
Garcia Lorca (il flamenco)
Filosofia
Isadora Duncan; Friedrich Nietzsche
Inglese
Oscar Wilde (Salomè)
Francese
la belle epoque in Francia