La biblioteca di Alessandria
Prima di affrontare le tematiche relative al rogo dei libri effettuato dai nazisti nel 1933, mettendole in relazione con il romanzo Fahrenheit 451 di R. Bradbury, è necessario trattare il ruolo dello strumento libro in uno dei periodi storico-culturali più importanti della storia dell'umanità: l'Ellenismo.
Tramontato definitivamente il sistema delle póleis, la realtà politica dell'Ellenismo è costituita dai regni dei Diadochi, ovvero da grandi strutture statali espressione di un potere centralizzato; nascono città di nuova fondazione, mentre altre già esistenti si espandono e si potenziano. La società ellenistica si caratterizza, conseguentemente, come civiltà urbana e cosmopolita, giacché le città attraggono moltitudini provenienti da tutte le parti del mondo ellenizzato, che usano la koiné come lingua franca.
In tale contesto la cultura diventa strumento di controllo e manifestazione di potere da parte dei sovrani, che attuano una politica di indirizzo e promozione “dall'alto” delle iniziative culturali. L'esito più evidente di questa politica è la nascita di centri di studio e soprattutto di grandi biblioteche, in cui gli intellettuali svolgono le loro attività di studio sotto l’égida -e quindi il condizionamento- del potere dominante.
Il centro più celebre e di gran lunga più importante è Alessandria. La città, fondata da Alessandro Magno nel 331 a.C. alla foce del Nilo e divenuta, dopo la sua morte, capitale del regno egiziano dei Tolomei, cresce rapidamente in dimensioni e prestigio, diventando, oltre che la più grande città del suo tempo, con più di 500.000 abitanti, il più importante emporio commerciale del Mediterraneo.
La decisa azione di politica culturale condotta dai Tolomei, cuore pulsante di un'accorta propaganda, ne accresce rapidamente il ruolo anche su questo piano, trasformandola in un centro di cultura in grado di rivaleggiare con la stessa Atene.
Vengono infatti istituiti e organizzati da Tolomeo I Sotér (305-283 a.C.) e Tolomeo II Filadelfo (283-246 a.C.) e mantenuti a spese della casa reale il Museo (il centro di studi dedicato alle Muse, le divinità protettrici delle arti e delle scienze), e, ad esso annessa, la Biblioteca, che ben presto divengono il centro propulsivo degli studi e della cultura in tutto il Mediterraneo. L'evergetismo dei principi attira al Museo intellettuali da tutto l'Ecumene: infatti gli ospiti -letterati, filosofi, scienziati- sono mantenuti e stipendiati dal sovrano.
In questo quadro il ruolo dell'intellettuale cambia radicalmente: egli non è più integrato nella comunità cittadina, né ne è più l'interlocutore e insieme il portavoce. Divenuto intellettuale di corte, egli è estraneo dai problemi della società del suo tempo: è un artista dedito esclusivamente alla sua arte e all'elogio dei suoi signori, che vive nella dimensione privilegiata del Museo e della Biblioteca, che si relaziona solo –oltre che con i monarchi- con una ristretta élite di alti burocrati, intellettuali, eruditi.
1 Oltre a quella di Alessandria, di cui si parlerà a breve, bisogna ricordare la biblioteca di Pergamo, nata per volontà degli Attalidi, che rivaleggiò con essa. Altre biblioteche sorsero poi ad Atene -la Ptolemaion, una biblioteca pubblica “donata” da Tolomei-, nella Siracusa del tiranno Ierone II (265-215 a.C.) e a Pella, capitale del regno macedone.
Sancito il proprio distacco dalla società del suo tempo e al contempo consapevole di essere l'erede di una grandiosa tradizione ormai conclusa, l'uomo di cultura -e il letterato in particolare- si sente chiamato a misurarsi con questa tradizione e insieme a preservarla: se la Biblioteca è l'espressione materiale di quest'opera di conservazione, intrapresa dai sovrani che del prestigio di quella tradizione vogliono ammantarsi, la filologia, disciplina che si afferma in quest'epoca e che è alla base di tanta letteratura del tempo, ne costituisce la conseguenza metodologica.
Grazie all'instancabile zelo dei Tolomei, che in ogni modo promuovono la raccolta dei libri, la Biblioteca diviene rapidamente la più grande del mondo antico. Nata, sembra, su suggerimento di Demetrio Falereo, l'illustre peripatetico allievo di Teofrasto che è il “consigliere per la cultura” dei primi due Tolomei, su modello delle biblioteche annesse alle scuole filosofiche ateniesi del IV secolo -soprattutto su quella del Liceo-, già al tempo del Filadelfo conta oltre 500.000 volumina o rotoli di papiro: un patrimonio librario immenso, pur tenendo conto della presenza di opere in più rotoli e di doppie copie.
La Biblioteca non ha però carattere pubblico: essa è accessibile infatti solo alla ristrettissima élite di intellettuali che opera all'interno del Museo. È questa una chiara manifestazione del carattere di questa istituzione -come pure delle altre grandi biblioteche coeve: si tratta di biblioteche-fortezza, simbolo grandioso di un potere regio che si erge a baluardo di una tradizione gloriosa ormai da definire e cristallizzare e che se ne proclama erede per appropriarsi del suo prestigio.
Sferzante, in proposito, il giudizio di Seneca (De tranquillitate animi, 9,5; trad. L. Del Re):
Non vi fu, in tale opera, né buon gusto né provvida cura, ma piuttosto un lusso amico degli studi (studiosa luxuria), o meglio un lusso che non era neppure amico degli studi, giacché quei re avevan messo insieme la biblioteca non per gli studi ma per farne spettacolo: così come avviene che per molte persone ignare anche dell'abbiccì i libri servano non come strumenti per lo studio, ma come ornamento per le cene.
Accanto alla Biblioteca annessa al Museo viene instituita, sotto il secondo Tolomeo, una seconda biblioteca, detta -perché inclusa nel recinto del tempio di Serapide- del Serapeo. Essa è più piccola rispetto a quella del Museo, dalla quale vi confluiscono testi in eccesso o “scartati”; però -forse per la minore qualità dei testi conservati- essa è accessibile a una più vasta cerchia di utenti.
2 Sembra che i sovrani inviassero emissari ai quattro angoli del mondo per procurarsi i testi di tutti i popoli della terra; che inoltre avessero promulgato una legge secondo la quale tutti i libri che per caso si trovassero a bordo delle navi che facevano scalo ad Alessandria fossero ricopiati, gli originali trattenuti e ai possessori fossero consegnate le copie (spesso approntate in tutta fretta e quindi di qualità più scadente rispetto agli originali): questo fu denominato il “fondo delle navi”. «“Da ciascun popolo”», informa un trattatista bizantino, «furono reclutati dotti i quali, oltre che padroneggiare la propria lingua, conoscessero a meraviglia il greco: a ciascun gruppo furono affidati i relativi testi, e così di tutto fu allestita una traduzione in greco. Con le armi dei Macedoni i Greci erano divenuti in pochi anni casta dominante nell'intero mondo conosciuto […] I Greci non impararono le lingue dei loro nuovi sudditi, ma compresero che per dominarli bisognava capirli e che per capirli bisognava far tradurre e raccogliere i loro libri»: L. Canfora, La biblioteca scomparsa, Sellerio, Palermo, 1986. È anche in quest'ottica che venne realizzata la traduzione della Bibbia dei Settanta.
3 Allo stesso modo il Museo -sempre per suggerimento del Falereo- era organizzato su modello delle scuole filosofiche del IV secolo, e in particolare su quello peripatetico. L'attenzione, pertanto, era rivolta non solo alla letteratura, ma anche alle scienze: per la prima volta il sapere scientifico assurge alla stessa dignità di quello umanistico.
In questo quadro è evidente il ruolo di primo piano rivestito dalla filologia: il letterato alessandrino è spesso un filologo, ovvero uno studioso che raccoglie e cataloga opere giunte fino a lui dal passato e le studia negli aspetti contenutistici e formali, cercando di ristabilirne il testo corretto (edizione critica) e talora corredandole di un commento4.
Per la prima volta, dunque, l'attività di chi si dedica alla letteratura scaturisce dallo studio filologico e ciò condiziona in modo determinante la natura delle opere, per le quali la doctrina -ovvero la ricchezza di riferimenti eruditi attinti anche ai grandi autori del passato- diventa, insieme all'eleganza e alla raffinatezza formale, elemento imprescindibile. I poeti alessandrini ridefiniscono ruolo, contenuti e forme della poesia e si rivolgono a un pubblico anch'esso nuovo, costituito da un'élite ad essi culturalmente omogenea di alti burocrati, studiosi, eruditi, intellettuali di vario genere: con questa essi instaurano un dialogo silenzioso, sfidandola a cogliere ed apprezzare le complesse allusioni letterarie di cui i loro testi sono disseminati.
D'altra parte la poesia di età alessandrina è espressione di un mutato rapporto tra autore, prodotto poetico e pubblico anche sul piano della fruizione del testo. Nel periodo arcaico e in quello classico, infatti, la poetica e la sua fruizione erano contestuali, pertanto il rapporto tra poeta e pubblico era immediato: nella maggior parte dei casi non c'era scarto temporale che si frapponesse tra chi cantava o recitava e chi ascoltava, il testo era confezionato per il contesto e in relazione ad esso di volta in volta veniva modificato. Quando invece il poeta ellenistico compone, si rivolge per lo più a lettori, ovvero a destinatari che fruiranno dei suoi versi solo in un momento successivo e attraverso un mezzo materiale, il libro, e che, in quanto tali, saranno più sensibili agli artifici della parola.
La differenza tra poesia “immediata” del passato e poesia “mediata” del presente corrisponde allo scarto tra due modalità di fare poesia, risultato del modificarsi della condizione del poeta nel lento passaggio da una cultura orale/aurale a una cultura scritta. La centralità che la biblioteca assume nella cultura ellenistica, come luogo fisico ma anche ideologico, è diretta conseguenza della definitiva e irreversibile conclusione di un processo avviatosi almeno da un secolo: l'affermazione del libro come strumento privilegiato della cultura. Il tramonto della pólis ha infatti dato il colpo di grazia alla fruizione aurale del testo, che resta confinata al solo ambito drammatico.
Dunque dalla fine del IV secolo a.C. la storia letteraria diventa una storia di libri, e i percorsi di circolazione culturale finiscono per assomigliare molto di più a quelli odierni che non a quelli di pochi decenni prima.
È da questo momento, dunque, che nella cultura occidentale il libro acquisisce il suo statuto simbolico di oggetto del sapere, ma anche del potere; è da qui, pertanto, che bisogna partire per comprendere il significato dei roghi di libri che si succederanno nel corso della storia.
4 Esemplari a questo proposito sono le figure di Callimaco e Apollonio Rodio.
Dopo la metà del II secolo a.C. le complesse vicende interne e i disordini sociali non permisero ai Tolomei di proseguire la politica culturale dei loro predecessori e la Biblioteca ed il Museo persero progressivamente il ruolo che avevano ricoperto in passato. Tuttavia, pur in un quadro di decadenza rispetto al loro splendore originario, non cessarono di essere luoghi simbolo della cultura, con gravi conseguenze anche per la loro stessa sopravvivenza.
Le vicende che determinarono la distruzione della biblioteca non sono a tutt'oggi chiarite. Fonti antiche e moderne consentono di identificare quattro possibili circostanze in occasione delle quali sarebbe potuta intervenire una distruzione parziale o totale della Biblioteca: la spedizione di Giulio Cesare contro l'Egitto del 48-47 a.C., la guerra di Aureliano (270-275 d.C.) contro la regina di Palmira Zenobia, il decreto di Teodosio del 391 d.C. e la conquista araba del 642 d.C. Nei primi due casi si sarebbe trattato di un danno accidentale, dovuto alle operazioni militari, e perciò esulerebbe dal tema del percorso, incentrato sulle distruzioni dei libri volontarie e da ricondurre a motivi ideologici; tuttavia se ne parlerà, dal momento che, come vedremo, la ricostruzione degli ultimi due eventi è imprescindibile da quella dei primi due.
La tradizione che vuole che la distruzione della Biblioteca sia avvenuta in occasione di un incendio -scoppiato nella zona del porto e poi estesosi ad altre zone della città tra cui il Museo- durante le operazioni militari condotte da Giulio Cesare in Egitto è la più nota, ma non appare suffragata dalle fonti; infatti alcune di esse -tra cui Cicerone (I sec. a.C.), Lucano (I sec. d.C.), Svetonio (I-II sec. d.C.), Floro (I-II sec. d.C.), Strabone (I sec. a.C.- I sec. d.C.), Appiano (I-II sec. d.C.), Ateneo (II sec. d.C.) e lo stesso Bellum Alexandrinum- pseudocesariano non fanno menzione dell'incendio, riportato invece da Livio (I sec. a.C.- I sec. d.C.), Seneca (I sec. d.C.), Plutarco.