La scrittura alfabetica nell'antichità
NB = il termine “alfabeto” è attestato relativamente tardi, nel 200 d.C. ca., dal papa Zefirino I. La scrittura alfabetica greca e latina (vd. Tertulliano), mentre i nomi greci delle singole lettere devono essere molto antichi visto I Romani e le genti italiche, in particolare gli Etruschi, importarono la scrittura dai Greci, i quali a loro volta avevano adattato l’alfabeto dei Fenici. Ripercorriamo pertanto la storia (vd. Diodoro) dell’adozione e diffusione della scrittura alfabetica nell’antichità, evento questo ricco di implicazioni anche per la storia del libro antico.
Di scrittura note risalgono a circa la II metà dell’VIII secolo a.C. Le più antiche testimonianze tra esse vi sono:
- Un piccolo vaso proveniente dal Dipylon di Atene che reca un esametro graffito: “Colui che ora di tutti i danzatori più graziosamente gioca, a lui appartiene questa (brocca)”.
- Una coppa proveniente da Rodi con iscrizione di possesso.
- Un vaso fittile (= di terracotta) rinvenuto a Pitecusa/Ischia, colonia euboica ( si tratta di una coppa per bere su cui è inciso un motto, che fa riferimento alla figura di Nestore e la cui seconda e terza riga costituiscono un esametro, scritto nell’alfabeto locale euboico che una generazione dopo sarà adottato dagli Etruschi!).
1. La scrittura greca
I Greci hanno ammantato di una veste mitica tutte le grandi conquiste della loro cultura, attribuendole a dei ed eroi: la scrittura sarebbe stata inventata dal dio Ermes, dai mitici Prometeo e Palamede, dalle Muse e da molti altri personaggi della mitologia (vd. Eschilo, Diodoro, Tacito).
Per quanto riguarda la scrittura alfabetica, una leggenda tràdita per la prima volta da Erodoto si avvicina sorprendentemente alla realtà storica: Cadmo re dei Fenici, durante la ricerca di sua sorella Europa rapita da Zeus, giunse con i suoi uomini in Grecia; qui i Fenici introdussero numerose novità tra cui appunto l’alfabeto, che prima in Grecia non esisteva (vd. Erodoto).
L’alfabeto fenicio deriva dalla scrittura ugaritica: nel II millennio a.C., nella regione di lingua semitica siro-palestinese, in particolare nella zona influenzata dalla metropoli commerciale di Ugarit (l’odierna Ras Shamra, di fronte alla costa orientale cipriota), si sviluppò un alfabeto in cui, diversamente dalle scritture sillabiche antiche, singoli suoni erano espressi da singoli segni.
Questa cosiddetta scrittura ugaritica, che a sua volta derivava nella forma dalla scrittura cuneiforme mesopotamica, dopo la fine del regno ugaritico (1200 a.C. ca.) fu adottata dai Fenici, che la mantennero dal punto di vista fonetico ma la mutarono dal punto di vista grafico. L’alfabeto fenicio constava di 22 segni che esprimevano le consonanti, mentre le vocali non venivano rese graficamente.
I Greci assunsero l’alfabeto fenicio, come dimostrato dalla forma delle lettere, quasi identica nelle iscrizioni più antiche, e dall’analoga successione nei modelli alfabetici pervenuti, e lo adattarono alla loro lingua: per esprimere i cinque timbri vocalici utilizzarono cinque lettere fenicie, il segno per l’u vocalico fu posto alla fine dell’alfabeto, mentre per l’u semivocalico si aggiunse il cosiddetto digamma, simile ad un doppio gamma.
L’alfabeto fenicio possedeva quattro sibilanti, mentre i Greci avevano bisogno di esprimere solo il suono z ed s, e per indicarsi furono utilizzate lettere fenicie diverse a seconda delle aree geografiche. Il greco dispone di tre consonanti aspirate: per il th si utilizzò una lettera fenicia, mentre per il kh e ph con delle combinazioni tra lettere fenicie; anche i suoni ks e ps furono espressi dai Greci in un primo momento attraverso l’accostamento di due lettere.
Ben presto tuttavia, in luogo di queste combinazioni di lettere, furono introdotti nuovi segni, phi, chi, psi e xi, gradualmente e a seconda delle aree geografiche. Adolf Kirchhoff suddivise i primi alfabeti greci in due gruppi, uno orientale e uno occidentale; gli Ioni greco-orientali introdussero inoltre diversi segni per indicare il suono e breve e lungo, epsilon ed eta, e il suono o breve e lungo, omicron ed omega.
Dunque in età arcaica l’alfabeto si diffuse in tutte le zone di lingua greca, tranne che a Cipro dove sopravvisse un’antica scrittura sillabica. Inoltre non si svilupparono solo i due grossi gruppi dell’alfabeto greco orientale e occidentale, ma all’interno di questi nacque un gran numero di alfabeti locali, quasi ogni città-stato e ogni regione aveva varianti grafiche per ciascuna lettera.
Queste testimonianze naturalmente costituiscono solo un terminus ante quem: del resto già nell’Iliade oggi si fissa la nascita dell’alfabeto greco già nel IX a.C. Qui si fa riferimento alla scrittura, a proposito della storia di Bellerofonte nel 6° libro si parla di una lettera.
Per quanto riguarda “dove” l’importazione dell’alfabeto fenicio sia avvenuta prima, possiamo pensare certamente alle zone più commerciali in cui Fenici e Greci sono venuti in contatto: porti greci sulla costa fenicia, Cipro, Creta ecc.
In seguito i vari alfabeti locali si unificarono come si evince dalla forma delle lettere e dalla soppressione di alcuni segni obsoleti, come il digamma: l’avvenimento più significativo fu l’adozione sotto l’arconte Euclide dell’alfabeto milesio, ad Atene nel 403/2 a.C., votata dall’assemblea popolare su proposta di Archino. In poco tempo tutte le pòleis e le regioni greche adottarono questo alfabeto euclideo di 24 lettere in uso ancora oggi!
2. La scrittura etrusca
Le più antiche iscrizioni etrusche, incise su vasi di terracotta databili ca. al 700 a.C., sono state rinvenute presso Tarquinia, Caere (Cerveteri) e Vulci, centri dell’Etruria meridionale che avevano conosciuto una notevole prosperità grazie ai contatti commerciali con il mondo greco e fenicio. Assieme quindi alle abitudini di vita orientali e greche, vi giunse anche la scrittura.
Tornando alle testimonianze ricordiamo:
- Una tavoletta scrittoria di avorio databile al 670 a.C. ca., rinvenuta nella tomba di un aristocratico a Marsiliana d’Albegna, nella Maremma toscana meridionale, che entrò in stretto contatto con l’Etruria meridionale: si tratta di una tavoletta cerata che sul margine superiore reca inciso un alfabeto di 26 lettere che forse fungeva da modello per lo scriba.
- Il cosiddetto “Calamaio” rinvenuto nella ricca tomba Regolini Calassi di Caere: si tratta di un vaso di bucchero (= ceramica nera), forse appunto un calamaio, che presenta una serie alfabetica simile e quasi coeva a quella precedente e sopra di questa quasi tutte le possibili combinazioni di sillabe composte da una vocale con una consonante, forse per dare un ulteriore aiuto allo scriba inesperto.
Ma a giudicare da quello che si legge nelle iscrizioni, gli Etruschi non hanno utilizzato tutte le 26 lettere di questo alfabeto modello. Come già fecero i Greci con l’alfabeto fenicio, gli Etruschi dovettero adattare l’alfabeto euboico al sistema fonetico della propria lingua: ad es. poiché l’etrusco non conosceva i suoni o, b, d e g caddero le lettere omicron, beta, delta e gamma.
In seguito vi fu poi una differenziazione tra l’alfabeto etrusco meridionale e quello settentrionale, con la caratteristica principale dell’uso opposto del san M che indicava la s sorda e del sigma che indicava la s dolce, per indicare la sibilante, nonché la creazione altre limitate varianti locali.
Per quanto riguarda l’orientamento della scrittura, presso gli Etruschi si affermò ben presto la scrittura retrograda, cioè con orientamento da destra verso sinistra.
3. La scrittura latina
Le più antiche iscrizioni latine sono invece poche e piuttosto tarde, soprattutto da quando si è messa in discussione l’autenticità della fibula d’oro di Praeneste, l’odierna Palestrina, finora datata al VII secolo a.C., la cui iscrizione era considerata la più antica in lingua latina.
Pertanto le testimonianze più antiche che si sono conservate, sono alcune provenienti da Roma e databili solo al VI a.C. tra cui ricordiamo:
- L’iscrizione di Dueno, un’offerta incisa su un vaso dell’Esquilino.
- Il cosiddetto Lapis Niger, una prescrizione sacra che si riferisce ad un re, rinvenuto nel Foro Romano.
Al 640-630 a.C. ca. si data invece l’iscrizione di possesso incisa su un vaso fittile di produzione laziale, “Io sono il vaso di Tita Vendia”, rinvenuto pare in una tomba a Caere e appartenuto forse ad una sposa latina del posto.
I Latini, compresi gli abitanti di Roma, adottarono l’alfabeto greco all’incirca nello stesso periodo degli Etruschi: è probabile che questi ultimi abbiano svolto un ruolo di mediazione in questo processo, infatti l’uso delle singole lettere presso le due popolazioni è praticamente lo stesso.
Per quanto riguarda l’orientamento della scrittura latina, nelle testimonianze più antiche non è omogeneo ma dal tardo VI a.C. l’orientamento progressivo, cioè da sinistra a destra, divenne più frequente e alla fine ha prevalso.
Ovviamente nei corso del tempo l’alfabeto latino continuò ad evolversi attraverso varie vicissitudini, tra cui in ultimo il vano tentativo nel I d.C. compiuto da parte dell’erudito imperatore Claudio di introdurre nell’alfabeto altre 3 lettere alle 23 che compongono il nostro alfabeto tuttora in uso, J e W si sono aggiunte dopo.
Mentre i Greci avevano nomi eufonici per la maggior parte delle loro lettere, i Romani invece le indicavano come facciamo noi ancora oggi: cioè nel caso delle vocali semplicemente con il suono che esse esprimono, a, e, i, o, u, e nel caso delle consonanti facendole precedere o seguire da una vocale per migliorarne la pronuncia, be, ce, de, ef ecc.
Nel latino tardo antico per indicare l’alfabeto si diffuse il termine abecedarium, dalla sequenza di lettere ABCD, da cui deriva l’aggettivo abecedarius; per questo dal V secolo d.C. il primo livello dell’insegnamento scolastico fu detto ars abecedaria, come attesta il mitografo Fulgenzio, il quale per altro compose una storia del mondo suddivisa in 23 capitoli quante sono le lettere dell’alfabeto!
4. I segni numerali
Dopo aver percorso lo sviluppo degli alfabeti, passiamo ora ad occuparci dei sistemi numerali.
I Greci usarono due sistemi:
- Il sistema “acrofonico” o “attico”.
- Il sistema “alfabetico” o “milesio”.
Sistema acrofonico o attico
Nel sistema “acrofonico” o “attico” le quantità 1-4 erano espresse dal corrispondente numero di linee verticali (I, II, III, IIII), e per il resto 5=Γ, 10=Δ, 100=Η, 1000=Χ, 10000=Μ con le iniziali (“acrofonico” ἄκρον, “estremità” e φωνή, “suono”) delle parole πέντε, δέκα, &hpsilon;κατόν, χίλιοι, μύροι.
Infine dalla combinazione del 5 (Γ) con le potenze del 10 (Δ, Η, Χ, Μ) si ottenevano 50= Γ 500=Γ 5000=Γ 50000=Γ, , , . Il sistema acrofonico si diffuse in Attica all’inizio del VI secolo a.C. e rimase in uso fino al I secolo a.C.
Sistema alfabetico o milesio
Il sistema “alfabetico” o “milesio” si basa sulle 26 lettere dell’antico alfabeto milesio cui si aggiunse anche il segno fenicio sampì; in esso ciascuna lettera indica un numero e precisamente: Α=1, Β=2, Γ=3, Δ=4, Ε=5, Ϝ Ι (zeta)=7, Η=8, Θ=9, Κ=20, (digamma)=6, I=10, Λ=30, Μ=40, Ν=50, Ξ=60, Ο=70, Π=80, Ρ=100, Σ=200, Τ=300, Υ=400, (koppa)=90, Φ=500, Χ=600, Ψ=700, Ω=800, Ψ T=900.
Es. = 975 si scriverebbe così: 1000=’A, 2000=’B, 3000=’Γ, 10000=M, 20000=M, 30000=M, dove M sta per μύροι. Questo sistema detto “alfabetico” o “milesio” perché diffuso appunto a Mileto già molto presto, era assai più semplice di quello attico e a partire dall’età ellenistica guadagnò terreno fino a soppiantarlo, in Grecia occasionalmente è usato ancora oggi!
Per la storia del libro antico è importante conoscere entrambi i sistemi, in particolare quello acrofonico in quanto esso ricorre nei papiri per l’indicazione del totale stico metrico.
Anche i numeri romani così come l’alfabeto latino hanno origine etrusca. In etrusco come in latino I=1, X=10; il 5 si otteneva dimezzando la X: gli Etruschi optarono per la metà inferiore (˄) mentre i Latini per quella superiore (˅). Gli Etruschi realizzavano il numero 100 con l’ideogramma ϽIϹ, Ϲ ϽIϹ)X o e successivamente come i Romani con, forse riduzione di di nuovo il 50 si otteneva dimezzando l’ideogramma X: gli Etruschi optarono per la metà inferiore (˄) mentre i Latini per quella superiore (˅).
Quest’ultimo più tardi si scrisse L e infine assunse la forma a noi ben nota. Gli Etruschi indicavano 1000 con ∞ mentre i Romani con, il segno M per indicare 1000 a noi ben noto si diffuse soltanto nella tardo antichità! Il numero romano D (=500) si otteneva appunto dimezzando. I Romani realizzavano i numeri più alti, 5000, 10000 ecc., attraverso il raddoppiamento del cerchio o dell’arco.
Entrambi i sistemi di numerazione, quello romano e quello etrusco, erano sia aggiuntivi, i segni numerici più alti si collocano di volta in volta davanti a quelli più bassi, ad es. XVI=16, che sottrattivi, un segno numerico più basso davanti ad uno più basso è sottratto a questo, ad es. XIV=14. NB = per gli Etruschi l’orientamento retrogrado della scrittura vale anche per i numeri!
II. La conoscenza della scrittura e della lettura
I Greci
Nel IX secolo a.C., la scrittura fenicia fu adottata e modificata dai Greci, ma era praticata da pochi. Anche in Etruria e Lazio, dove l’alfabeto fu adottato un secolo più tardi, sappiamo che esso fu usato dapprima solo dalle ricche e aristocratiche élites.
La più antica iscrizione attica è l’esametro graffito sul piccolo vaso del Dìpylon di Atene (850 a.C.), riferito alla danza e al simposio. In Grecia le prime iscrizioni di carattere pubblico sono leggi e iscrizioni su monumenti sepolcrali, risalenti al VII secolo. Dunque, dal VII secolo, l’utilizzo della scrittura si estese e nacquero le prime forme di insegnamento della scrittura: leggere e scrivere non erano più un privilegio per pochi.
La prima testimonianza letteraria sicura relativa ad una scuola elementare è tramandata da Erodoto (VI, 27): sull’isola di Chio, durante la rivolta degli Ioni (499 a.C.), il crollo del tetto su di un edificio scolastico uccise 119 bambini, mentre apprendevano le lettere dell’alfabeto.
Pausania (II secolo d.C.) narra che il pugile Cleomede, per la rabbia di non aver vinto ai giochi olimpici, abbatté una colonna dell’edificio scolastico della sua nativa Astipalea, provocando la morte di sessanta bambini (496 a.C.).
All’inizio del V secolo, risalgono le prime immagini vascolari con scene di vita scolastica, come la Coppa di Duride, in cui sono rappresentate le tre discipline che secondo Platone, costituiscono la paidèia: gràmmata, insegnamento della lettura e della scrittura, lettura e memorizzazione di prosa e poesia, musikè, lezione di musica e danza, e gymnaststikè, attività sportiva.
Questa coppa, insieme ad altre rappresentazioni del V secolo, dimostra che nella giovane democrazia ateniese, la padronanza e l’uso della scrittura erano diventati essenziali per il cittadino. Ciò emerge anche dalle fonti letterarie coeve:
- In un frammento di Eschilo, Dike, la dea della giustizia, registra su una tavoletta di Zeus le colpe degli uomini.
- In un frammento di Sofocle, un principe acheo controlla su una lista scritta che quanti hanno prestato giuramento, siano al proprio posto.
- Euripide porta sulla scena persino gli analfabeti nel Teseo: un pastore incolto entra in scena e descrive la forma di ciascuna delle lettere che compongono il suo nome; questo intermezzo comico della tragedia sarebbe stato poco efficace, se l’agràmmatos, l’analfabeta, non fosse stato una figura eccezionale, poco comune.
- Aristofane negli Uccelli, ci dice che an
Scuola e lezione
Le lezioni della scuola elementare, il didaskalèion dei Greci e il ludus litterarum dei Romani, incominciavano a 6 o 7 anni (Aristotele, Politica).
1° step: imparare i nomi delle lettere e recitare a memoria l’alfabeto dall’inizio alla fine e viceversa. Erode Attico, nel II d.C., poiché uno dei suoi figli incontrava delle difficoltà già in questa prima fase, poté assegnargli 24 giovani schiavi suoi coetanei, ognuno dei quali aveva il nome di una lettera dell’alfabeto.
2° step: imparare a scrivere le lettere, di rado sul papiro, nella maggior parte dei casi su una tavoletta di legno ricoperta di cera su cui si scriveva con uno stilo; all’inizio, il maestro elementare, il grammatistès, guidava la mano del bambino, o incideva le lettere su una tavoletta non cerata, e poi il bambino le ricalcava.
In seguito, si passava a tutte le possibili combinazioni di sillabe, e poi alle parole e nomi.
3° step: il maestro mostrava come scrivere singole frasi, per lo più sentenze di contenuto moraleggiante in forma metrica, e l’alunno le copiava cercando di non oltrepassare le linee guida che il maestro aveva tracciato.
Per quanto riguarda l’apprendimento della lettura, l’insegnamento seguiva lo stesso programma utilizzato per l’apprendimento culturale dei vinti. Livio Andronico tradusse l’Odissea in latino, e Plauto e Terenzio rielaborarono più o meno liberamente nelle loro commedie, gli originali greci. Per le persone istruite, diventava sempre più ovvio essere bilingui.
-
Riassunto esame di Storia romana A, prof. Roda, libro consigliato Modello della repubblica imperiale romana fra mon…
-
Riassunto esame Storia romana, Prof. Mastrorosa Ida Gilda, libro consigliato La guerra nel mondo antico, Harry Side…
-
Riassunto esame Storia greca, Prof. Coloru Omar, libro consigliato Storia del mondo greco antico, Lefevre
-
Riassunto esame Filologia, prof. Tedeschi, libro consigliato Introduzione alla filologia classica, Scialuga