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“Mi italiano: credevo libero” di Nelson Mandela

La traduzione italiana dell'autobiografia di Nelson Mandela,

l'uomo-simbolo per eccellenza della resistenza all'apartheid, esce a un anno esatto dalle elezioni che, nell'aprile 1994, hanno portato al

primo governo democratico e non razziale della storia sudafricana e all'insediamento dello stesso Mandela alla presidenza. I quattro

brevi anni intercorsi tra la scarcerazione di un uomo e di un leader politico di cui il regime bianco aveva cercato di cancellare anche il

ricordo e la memoria e la sua elezione a presidente testimoniano già da soli l'accelerazione dei tempi della politica sudafricana. Ancor

più, il testo autobiografico appare mentre si dipana una delicata e difficile transizione politica sotto la direzione di un governo di unità

nazionale guidato dall'African National Congress (ANC), da quel movimento cioè considerato "terrorista" dal potere bianco e costretto

all'illegalità fino a cinque anni fa. Il Mandela che scrive della propria vita e si racconta è quindi, primariamente e necessariamente, il

leader politico che in prima persona, come massima autorità istituzionale del Sudafrica, sta pilotando il passaggio dal vecchio al nuovo;

l'incarnazione stessa o, ancora, il simbolo della possibilità di concretizzare finalmente l'aspirazione a una liberazione nella convivenza

sistematicamente negata da tre secoli di oppressione razziale.

Certamente, l'autobiografia di Mandela può prestarsi ad altre chiavi di lettura. Essa è anche il racconto dell'"uomo Mandela", della sua

crescita, delle sue emozioni e dei suoi sentimenti. È, ancora, il racconto di una formazione politica, dalla prima presa di coscienza

dell'ingiustizia delle relazioni tra bianchi e neri nel Transkei rurale al contatto con la realtà del lavoro minerario e industriale con la fuga

del giovane "provinciale" a Johannesburg, dall'attività di avvocato alla scelta della militanza attiva. È anche, in parte, una storia dell'ANC:

dalle grandi campagne non violente degli anni cinquanta contro l'instaurazione dell'apartheid alla svolta verso strategie di mobilitazione

di massa e la creazione delle prime strutture armate clandestine, a cui Mandela contribuisce in modo determinante, quando

l'irrigidimento della repressione nei primi anni sessanta chiude qualsiasi spazio all'attività politica legale.

È, inoltre, la storia di una lunga prigionia, della resistenza umana e politica a un universo carcerario spesso gratuitamente feroce, della

lotta per mantenere intatta la propria dignità negata di uomo e cittadino e insieme la coerenza del militante, isolato da un mondo esterno

che intanto cambia e ribolle. Le pagine in cui Mandela racconta l'infiltrazione del mondo nel carcere (l'indipendenza delle vicine colonie

portoghesi di Mozambico e Angola nel 1975; la rivolta dei giovani di Soweto e delle altre città nere nel 1976; il suo incontro, in prigione,

con le nuove leve di militanti uscite da quelle lotte; e, infine, l'esplosione del grande movimento di massa degli anni Ottanta) sono forse

tra le più interessanti e rivelatrici del pensiero politico di Mandela e del suo modo di concepire la politica e di farla.

Malgrado l'isolamento della condizione carceraria, il leader dell'ANC percepisce, con straordinaria lucidità politica, sia le trasformazioni

profonde che stanno avvenendo nella società sudafricana sia la crescita di nuove forze e strategie di lotta, di modalità innovative

dell'azione politica, di nuove leve di dirigenti, in parte al di fuori dell'orbita di un ANC costretto all'esilio e alla clandestinità. E, nello stesso

tempo, coglie, assieme alla rinnovata vitalità del movimento sociale di resistenza, i sintomi della crisi incombente, con le sue potenzialità

ma anche con tutti i suoi rischi di deflagrazione. Ed è esattamente qui, sul bordo di un punto di rottura verticale, che Mandela riprende a

intrecciare il filo rosso del suo ragionamento politico e della sua strategia di azione, interrotto dalla repressione dei primi anni sessanta,

e che oggi possiamo vedere riannodato nella politica del presidente Mandela.

Il racconto del passato diventa un'indicazione politica per il presente; le necessità del governo dell'oggi informano la lettura delle scelte

politiche di ieri, quelle degli anni ottanta, della crisi sudafricana delle rivolte, dello stato d'emergenza, della repressione più brutale, dello

scivolamento verso la guerra civile (tra bianchi e neri, ma anche tra neri e neri, con lo scontro violento tra il partito zulu di Buthelezi e i

movimenti che fanno riferimento all'ANC). Da questo punto di vista, l'autobiografia di Mandela è innanzitutto un testo politico per il

presente, se non addirittura una "pedagogia politica", che è facile intuire rivolta soprattutto a quella "generazione perduta" dei giovani

militanti delle rivolte dei ghetti degli anni ottanta ai quali, non casualmente, Mandela si rivolgerà per primi appena uscito dal carcere

invitandoli a "tornare a scuola".

La ricostruzione dell'apertura del dialogo con il governo alla metà degli anni ottanta, del "primo passo" che Mandela deciderà di

compiere, non fornisce rivelazioni o retroscene. Il suo interesse sta semmai nel legame che Mandela stabilisce tra la sua decisione di

tentare di aprire un canale di dialogo con il potere bianco e l'esplosione del movimento di massa nelle 'town ship' nere, l'imposizione

dello stato d'emergenza, la pesante repressione che ne segue: "Ero giunto alla conclusione che fosse arrivato il momento in cui i

negoziati potevano far progredire la lotta, e se non fossero iniziati immediatamente entrambe le parti sarebbero precipitate nelle tenebre

dell'oppressione, della violenza e della guerra civile... Noi avevamo la ragione dalla nostra parte, ma non ancora la forza, e mi rendevo

conto che una nostra vittoria militare era un sogno lontano, se non impossibile. Semplicemente non aveva senso che entrambe le parti

sacrificassero migliaia, se non milioni di vite umane in un inutile conflitto, e anche il governo doveva averlo capito. Era giunto il momento

di parlare". È una decisione personale, condotta in isolamento, nell'impossibilità di comunicare con la dirigenza dell'ANC in esilio a

Lusaka. È un tentativo di cui Mandela si assume anche tutti i rischi politici, che proprio perché personale può essere sconfessato dai

vertici del suo movimento, ma che è mosso da un'urgenza fondata su un'analisi politica che, sia pure in filigrana, appare difforme da

quella espressa ufficialmente negli stessi anni dall'ANC e da ampi settori del movimento interno di resistenza. Mandela coglie

immediatamente, nell'ingovernabilità crescente della società sudafricana e nella risposta puramente repressiva del regime bianco, i

rischi di una deriva verso uno scontro frontale che avrebbe tolto qualsiasi spazio alla politica e, di conseguenza, alla possibilità stessa di

una trasformazione in senso democratico del Sudafrica. Il suo "primo passo" verso il "nemico" è quindi, nel suo significato profondo, un

tentativo di ridare voce e respiro alla politica.

Senza cedere nulla nel merito delle rivendicazioni del movimento anti-apartheid, sottolineando sempre la sua appartenenza e la sua

fedeltà all'ANC da semplice militante incarcerato, Mandela propone un percorso politico di costruzione - assieme alla controparte - di un

nuovo Sudafrica. È sintomatico, in proposito, che fin dalle sue prime mosse Mandela insista sul punto cruciale della "normalizzazione"

della politica sudafricana, della necessità che si esca dalla fase dell'emergenza, che il governo riconosca la legittimità dei suoi

oppositori in quanto interlocutori politici a pieno titolo, che si producano, insomma, i presupposti per la creazione di una normale

dialettica politica come precondizione dell'apertura di un negoziato e di un'eventuale rinuncia da parte dell'ANC all'utilizzo di metodi

violenti di lotta. Come è significativo, d'altra parte, che sarà proprio questo il percorso che l'allora presidente sudafricano de Klerk finirà

per accettare con il famoso discorso del 2 febbraio 1990, che porterà non solo alla liberazione di Mandela e di altri prigionieri politici, ma

anche alla rilegalizzazione dei movimenti di opposizione e all'apertura di un vero e proprio negoziato.

Se oggi il Sudafrica del post-apartheid sta conducendo con relativo successo una transizione pacifica e regolata a un sistema

democratico, in controtendenza con il proliferare di sanguinose guerre civili in altre parti dell'Africa e smentendo le più pessimistiche

previsioni di pochi anni fa, è anche grazie a quel "primo passo" di Nelson Mandela nel 1985, a quella sua ostinata volontà di privilegiare

la "politica" come metodo di soluzione dei problemi e dei conflitti, come l'unica traiettoria percorribile per spezzare le rigidità di

un'oppressione razziale secolare, come il solo terreno della costruzione, infine, di una nazione sudafricana. Insomma, il Mandela del

1985, che retrospettivamente possiamo oggi ricostruire attraverso la sua stessa testimonianza diretta, è già lo statista di oggi, è già il

presidente di tutti i sudafricani.

Geografia: il Sudafrica

Territorio

Il Sudafrica si estende all'estremità meridionale del continente africano, affacciandosi a sud e ad est

sull'Oceano Indiano, a ovest sull'Atlantico. Il territorio (che ingloba i piccoli Stati del Lesotho e dello

Swaziland) è occupato per circa due terzi da un antichissimo altopiano (Veld), il cui basamento

geologico presenta un'eccezionale ricchezza di depositi minerari. L'altopiano è orlato a est dai monti dei

Draghi (Injasuthi, 3.446 m) e a sud dalla Grande Scarpata, che lo dividono dalla limitata fascia

pianeggiante lungo l'Oceano Indiano; a ovest esso digrada invece, dolcemente, verso la pianura

costiera atlantica, relativamente più ampia; la sua sezione settentrionale, infine, termina verso ovest nel

deserto del Kalahari, verso est nella valle del Limpopo (bacino del Transvaal).

Le coste, generalmente piuttosto lineari, si movimentano nella sezione sud-orientale e nella punta

meridionale (penisola del Capo), a causa di modesti rilievi che scendono direttamente sull'Oceano

Indiano e che, nel versante interno, racchiudono le valli del Gran e Piccolo Karroo.

I fiumi sudafricani sono caratterizzati da una portata assai irregolare e in molti casi restano asciutti per

vari mesi dell'anno. Difficilmente navigabili, spesso interrotti da rapide e cascate, essi vengono utilizzati

soprattutto per l'irrigazione dei terreni. I maggiori sono l'Orange (1.860 km), che nasce nei monti dei

Draghi, attraversa tutto il paese, entra in Namibia e si getta nell'Oceano Atlantico; il Vaal, che

dell'Orange è il principale affluente; il Limpopo, che sfocia nell'Oceano Indiano, ma appartiene al

Sudafrica solo nell'alto e medio corso.

Clima

Dal punto di vista climatico, il Sudafrica è influenzato dalle correnti oceaniche (quella calda del

Mozambico nell'Oceano Indiano, quella fredda del Benguela nell'Atlantico), che determinano le

variazioni regionali.

Temperato e subtropicale arido sull'altopiano, con frequenti periodi di siccità, il clima diviene

subtropicale sulla costa e nell'entroterra orientale, e addirittura mediterraneo nella penisola del Capo.

Le precipitazioni si concentrano nelle aree orientali e centrali, diminuendo progressivamente verso

ovest.

Stato

Originariamente abitata da varie popolazioni indigene, dal XVII secolo l'Africa meridionale vide l'arrivo,

nella regione del Capo, di coloni olandesi (Boeri), che si dedicarono all'agricoltura impiegando

manodopera locale ridotta in schiavitù. Alla fine del Settecento, della regione si impadronirono gli

Inglesi: essa divenne colonia britannica e i Boeri si spostarono verso l'interno, istituendovi le

repubbliche dell'Orange e del Transvaal.

In seguito alla vittoria britannica nella guerra anglo-boera (1899-1902), nacque (1910) l'Unione

Sudafricana. Nel 1931 questa ottenne l'indipendenza nell'ambito del Commonwealth, ma nel 1961 se

ne staccò e divenne la Repubblica Sudafricana. In essa deteneva il potere la minoranza discendente

dai Boeri (Afrikaner), che applicava la politica razziale dell'apartheid: una sorta di moderna schiavitù, di

totale segregazione ed esclusione della maggioranza nera dallo sviluppo economico e dalla vita politica

(compreso il diritto di voto), sociale e culturale del paese. Chi si opponeva o si ribellava, bianco o nero

che fosse, lo faceva a rischio della libertà e persino della vita.

Nel 1990, la lotta dei Neri per i propri diritti e il boicottaggio internazionale del governo razzista di

Pretoria portarono all'abolizione dell'apartheid: le prime elezioni libere (1994) furono vinte dai Neri e

divenne presidente il loro leader Nelson Mandela, liberato dopo una prigionia di 27 anni.

Nonostante il permanere di profonde disuguaglianze fra Bianchi e Neri, di tensioni etniche, sociali e

politiche, il Sudafrica è oggi un paese democratico, con l'ordinamento di repubblica presidenziale: la

sua Costituzione garantisce la convivenza multietnica, imponendo che i cittadini, di qualunque colore

siano, vivano pacificamente insieme. Amministrativamente è suddiviso in 9 Province. Il territorio

sudafricano può essere inoltre ripartito nelle tre macroregioni del Capo, dell'Orange e Natal e del

Transvaal, che presentano alcune caratteristiche comuni (geografiche, storiche, economiche, culturali).

Popolazione

Quarto nel continente per popolazione, costellato di città e cittadine, il Sudafrica vede addensarsi i suoi

abitanti nelle aree industriali e minerarie piuttosto che in quelle rurali; pressoché spopolata è la regione

al limite del Kalahari. I Bianchi (10%, tra Afrikaner e Inglesi) vivono in genere nelle moderne "città

bianche" (downship); i Neri (Bantù, 79%) e le altre etnie (coloureds — cioè meticci — e asiatici, 11%)

vivono invece nelle "riserve" (bantustan), nei villaggi rurali e minerari, nei grandi ghetti delle periferie

urbane (township). Cuore del paese sono le conurbazioni dell'area nordorientale (Transvaal), i cui poli

sono tre delle cinque metropoli milionarie sudafricane: Pretoria, capitale amministrativa e sede del

governo, Johannesburg, capitale degli affari e centro aurifero mondiale, Soweto, township della

manodopera di colore. La più popolosa è comunque Città del Capo.

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Sintesi

Italiano

"Mi credevo libero" di Nelson Mandela.

Geografia

Il Sudafrica.

Storia

L’imperialismo.

Scienze

Le leggi di Mendel.

Scienze motorie

Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936 a Berlino.

Tecnologia

Il petrolio.

Arte

"I mangiatori di patate" di Vincent van Gogh.

Francese

Victor Hugo e Melancholia.

Musica

Il jazz.

Inglese

Gandhi.

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