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Le corporazioni delle Arti e l’ artigianato

La città risorta del Basso Medioevo presentava un panorama di gran lunga più diversificato, e meno esposto di quello rurale all’ arbitrio e alle prevaricazioni perpetrate dalle aristocrazie feudali. All’interno dei centri urbani, andavano conquistando un peso economico – sociale crescente gli artigiani, che lavoravano le materie prime quali metalli, tessuti e legno, per produrre manufatti come armi, vestiti e mobili, e i mercanti, che commerciavano sia le materie prime, sia i manufatti di produzione artigianale. A mano a mano che gli artigiani e i mercanti medievali presero coscienza del proprio ruolo economico – politico, cominciarono a riunirsi in consorzi corrispondenti ai vari mestieri esercitati. Alcuni storici francesi, allo scopo di definire i vari mestieri presenti, coniarono il termine di corporazioni, che deriva dal francese corporation che significa letteralmente riunione in un corpo associativo. Ma in realtà i termini per indicare i vari mestieri variavano a seconda del luogo in cui si trovavano. Nell’ Italia del centro – nord, ad esempio, il termine arte veniva usato come sinonimo di mestiere, cioè professione esercitata da un certo tipo di lavoratore. Però ben presto il termine arte venne associato alle associazioni corporative di artigiani, mercanti o professionisti che all’ interno dello stesso centro urbano, svolgevano lo stesso identico mestiere. I lavoratori riuniti della stessa “ arte”, si proponevano innanzitutto lo scopo di tutelare gli interessi della propria categoria lavorativa. Ma non solo. Tali gruppi miravano a regolamentare e ridurre al minimo la concorrenza fra i praticanti della stessa attività. Lo statuto dei pellicciai, ad esempio, arrivava persino a fissare il numero dei capi che dovevano essere prodotti da ogni singola bottega e il prezzo dei singoli capi venduti, al fine di limitare la competizione. Proprio per questo stesso motivo nello statuto era definito anche il numero di dipendenti che ogni bottega che svolgeva quel compito doveva avere. Queste corporazioni divennero così inevitabilmente dei veri e propri tribunali civili, che regolavano le norme etiche di comportamento ( deontologia ) di quanti esercitavano la stessa professione. Senza una preliminare iscrizione all’ Arte corrispondente al proprio mestiere, veniva vietato e quindi sanzionato severamente chi praticava quell’ arte. Un mercante che non aveva voluto entrare nella corporazione, non avrebbe ricevuto nessuna forma di aiuto dagli altri membri, ne durante un viaggio, ne se avesse perduto le sue merci e neanche se fosse stato provocato in duello. Lo scopo era quello di garantire agli acquirenti i requisiti minimi di qualità dei prodotti messi in vendita dalle botteghe, nonché di fissare le norme di condotta dei dipendenti all’ interno del proprio posto di lavoro. Le minuziose regole riguardavano tutte e tre le figure impiegate all’ interno della bottega: dal maestro artigiano al socio fino al garzone apprendista. Inoltre, le corporazioni cominciarono a stabilire una serie di accorgimenti di tutela e di solidarietà nei confronti dei loro componenti più anziani o malati, e nel caso della loro morte, tale tutela era riversata sulle mogli vedove e sui figli orfani di questi. Con l’ istituzione di sempre più mercati e fiere, nazionali e poi anche internazionali, le corporazioni di una stessa città arrivarono ad approvare dei provvedimenti di carattere protezionistico, con cui si vietava ai Comuni di importare prodotti da altre città, per evitare ancora una volta la concorrenza. Di solito le botteghe artigiane erano una struttura produttiva che girava attorno a un nucleo familiare il cui perno era costituito dal capo mastro, l’unico vero detentore dei segreti dell’ arte esercitata nella bottega di famiglia. Egli stesso infatti guidava le attività produttive e il commercio dei manufatti che venivano realizzati. Il mastro, grazie a questo grande prestigio che poteva vantare, esercitava un’ indiscussa autorità su tutti i propri sottoposti e inoltre era anche l’ unico vero proprietario delle materie prime che si lavoravano nelle sue botteghe, così come degli attrezzi da lavoro. Ogni maestro artigiano era circondato da una schiera di garzoni di bottega, giovani apprendisti, per lo più suoi figli o comunque parenti, che dovevano superare una lunga e pesante fase di tirocinio prima di poter ambire al titolo di maestro e avviare una propria attività. Basti pensare che molte corporazioni delle Arti avevano istituito una specie di esame di ammissione all’esercizio autonomo della professione, che prevedeva la presentazione, da parte del candidato, di un “capolavoro“ a dimostrazione della maestria raggiunta, nonché l’ offerta di un “banchetto” alla commissione esaminatrice. L’eventuale ammissione del richiedente avveniva attraverso una votazione a scrutinio segreto fra i consiglieri della corporazione. Dopo di che, una volta ottenuto il voto favorevole, andavano versate 50 lire a fiorini, per poter finalmente esercitare l’ attività. Il socio, altro protagonista della bottega, invece, corrispondeva al grado conseguito da un garzone al termine di una lunga fase di apprendistato, che durava minimo dieci anni, se non più. Non è facile tracciare una stima definitiva del numero di Arti e mestieri regolarmente esercitati e riconosciuti nelle varie città italiane. Ad esempio nella Firenze del XIV secolo è stato possibile osservare come tutte le varie corporazioni rientrassero, in generale, nelle cosiddette “ Arti maggiori” o nelle “ Arti minori”. Le Arti maggiori erano sette, e comprendevano i giudici e i notai, i medici e gli speziali, i pellicciai e i vaiai ( lavoratori di una pelliccia ricavata da un roditore simile agli scoiattoli ), i lanaioli, i cambiavalute, i mercanti e infine gli artigiani della seta. Alle Arti minori, invece, appartenevano ben quattordici categorie artigiane fra cui i calzolai, i corazzai, i cuoiai, i fabbri, i legnaiuoli e anche bottegai come i beccai, i fornai e i panettieri, i pizzicagnoli, i vinattieri per arrivare infine anche agli albergatori e ai locandieri. Non si può non notare come le varie arti tendessero a determinare relazioni il più possibile equilibrate fra i propri iscritti, impedendo, così facendo, che prevalesse uno spirito troppo competitivo e troppo egoistico. Il fatto che le corporazioni dettassero in modo così rigido le regole, impedì però lo sviluppo di una vera e propria economia di mercato tipica invece della società moderna. Inoltre, le botteghe, pur costituendo in un certo senso il precedente storico più vicino a quello che divenne più tardi la fabbrica moderna, proprio a causa dei vincoli previsti dagli statuti delle varie Arti, non avrebbero mai potuto raggiungere un numero elevato di lavoratori, ossia di operai salariati. Le grandi concentrazioni industriali di manodopera erano infatti ancora un’ eccezione. Le principali attività erano ancora quasi tutte legate ad un nucleo e ad una conduzione degli affari di tipo esclusivamente familiare. Pur se in pieno sviluppo, l’economia mercantile della società comunale degli ultimi secoli del Medioevo era destinata a conservare ancora a lungo il suo carattere pre – industriale. L’ atteggiamento della società del tempo, nei confronti di un mercante era estremamente contraddittorio. Da un lato era difficile farne a meno, ma dall’ altro lato, il prestigio sociale e politico dei mercanti era assai modesto. Essendo ricchi, destavano invidia e malevolenza, la loro onestà ispirava tutt’ intorno seri dubbi. Egli acquistava la merce ad un prezzo e la rivendeva ad uno più alto. Qui secondo i cittadini si celavano le possibilità di un inganno. I teologi inoltre affermavano : “ l’ arte del mercante non è grata a Dio”, poiché secondo i padri della Chiesa, è difficile che nei rapporti di compravendita non si insinui il peccato. Dalle liste stese a quei tempi dai teologi, per indicare gli elenchi delle professioni qualificate come “ disoneste” e “ impure”, quasi sempre figurava anche il commercio, occupazione che perseguiva l’obiettivo del profitto. A detta dei teologi, questi mercanti, pur costituendo una delle componenti più insignificanti della popolazione urbana, detenevano tutto il potere. Da loro dipendono masse di operai salariati, servi, piccoli artigiani e commercianti. Essi riempiono i consigli cittadini, svolgono uno politica tributaria esclusivamente a loro vantaggio, controllano la giustizia e la legislazione locale. Ma in realtà il mercante è un uomo che si è fatto da solo, un uomo che è riuscito ad elevarsi socialmente ed economicamente, basandosi solo sulla propria iniziativa.

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