4 battaglie navali epiche come non te le hanno mai raccontate

Marina Militare
In collaborazione con Marina Militare

 foto di Marinai Accademia Navale

Spesso, sfogliando il libro di Storia, ci appassioniamo alle storie di grandi condottieri e comandanti: ci sembrano eroi lontani, quasi i personaggi di un film, e ci dimentichiamo che in realtà erano persone come noi, con le loro speranze e le loro paure, ma con coraggio da vendere. Avete mai immaginato le sensazioni che il capitano di una nave, nel bel mezzo di una battaglia, deve aver provato cercando di portare in salvo il proprio equipaggio? O pensato a quante volte le incredibili abilità dimostrate da veri lupi di mare hanno cambiato il nostro destino? Noi di Skuola.net vi vogliamo presentare 4 battaglie navali epiche da vivere come se foste voi stessi i protagonisti. Forse vi serviranno ad amare ancora di più la Storia e, magari, vi piacerà parlarne nella vostra tesina di Maturità.

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LA BATTAGLIA DI KUNFIDA - È il 16 dicembre 1911, l’incrociatore Piemonte naviga nel Mar Rosso dove la base italiana in Eritrea, Massaua, è poco difesa e teme l’attacco delle forze dell’Impero Ottomano, assai più numerose. In operazione di perlustrazione, intercetta e cattura la nave ausiliaria Kayseri; i turchi l’avevano camuffata da nave ospedale e con questo stratagemma cercato di forzare il blocco. L’unità nemica è stracarica di carbone e, nella documentazione ritrovata a bordo, il nome di un porto desta l’attenzione degli uomini del Servizio Informazioni della Marina: Kunfida.
Bisogna perlustrare. All’incrociatore si uniscono due cacciatorpediniere Garibaldino e l’Artigliere, e il mattino del 7 gennaio 1912, muovendosi con perizia tra i bassi fondali, le tre navi iniziano l’avvicinamento a Kunfida. Giungono a portata ottica poco dopo mezzogiorno, e distinguono chiaramente la presenza degli alberi e dei fumaioli di unità navali. Ma sono essi stessi scoperti e fatti segno dal fuoco nemico: è la squadra navale ottomana del Mar Rosso, in tutto otto navi appoggiate dalle batterie campali della difesa costiera.
I due piccoli cacciatorpediniere, supportati dal Piemonte che è costretto alla distanza per i fondali bassi, decidono di non arretrare e di affrontare il nemico. La battaglia prosegue fino a sera, quando due cannoniere turche si arenano crivellate di colpi, due si incendiano, altre tre vengono affondate. Neppure ha scampo una nave cisterna.

L’unica unità sopravvissuta al fuoco italiano, lo yacht armato Shipka, è catturato la mattina successiva da una squadra d’arrembaggio dell’incrociatore Piemonte e portato a Massaua. Sul suo albero, dove stava qualche ora prima il vessillo ottomano, sventola la bandiera della Marina italiana. Lo Shipka, ribattezzato Kunfida in ricordo della grande vittoria, sarà incorporato nelle forze italiane e diventerà il monumento della perizia marittima e cristallina della Regia Marina.

OPERAZIONE DAFFODIL - Settembre 1942, El Alamein. Le forze britanniche sono in difficoltà e pianificano un’operazione anfibia alla base italiana di Tobruch, porto strategico per assicurare i rifornimenti al fronte egiziano. L’incursione prevede l’occupazione della città e del porto per un giorno pieno, l’affondamento o la cattura delle unità navali presenti e la distruzione dei depositi e delle infrastrutture. Il presupposto dell’azione, come scritto nelle carte inglesi, è la presunta debolezza delle difese che testualmente sono definite “truppe di terz’ordine”.
È la notte del 13 settembre, una notte senza luna. I primi ad agire, vestiti con divise e armi tedesche, sono gli incursori il cui compito è quello di eliminare due batterie costiere. Ma qualcosa va storto. La prima postazione italiana dà l’allarme, ferma i britannici, e allerta l’ammiraglio Giuseppe Lombardi, che assume la direzione delle operazioni e dispone l’invio di un nucleo di marinai del 3° Battaglione San Marco, che annienta i Commandos inglesi. Erano loro quei “soldati italiani di terz’ordine”.

Ma l’attacco nemico non è concluso e anzi prosegue altrove. La motozattera MZ 733 individua i soldati nemici nel tentativo di forzare le ostruzioni, manda l’allarme poi annuncia: «Vado all’attacco». I Royal Marines sbarcano sulle spiagge, coperti da due caccia navali britannici, il Sikh e lo Zulu, avvicinatisi alla costa camuffati da navi italiane e battendo falsa bandiera. Il rapporto inglese dello scontro dirà che allora si scatenò l’inferno: i marines sono bloccati dagli artiglieri della Regia Marina, e i cannoni delle batterie Dandolo e Tordo inquadrano il bersaglio colpendo e affondando il Sikh e incendiando lo Zulu. Altri inglesi, a terra, subiscono il letale contrattacco di una compagnia improvvisata di marinai e Carabinieri. È la resa.
Si contano 625 prigionieri, la maggioranza di questi salvati dalle motozattere. La bandiera dei Royal Marines, caduta in mano italiana, è tuttora tra i trofei della Marina.

MISSIONE D’ALESSANDRIA - Quella d’assalto è forse l’impresa più difficile da compiere, perché il nemico viene sfidato nella propria base, ben protetta e munita. E nella storia della Seconda Guerra Mondiale l’audace missione di Alessandria ha un posto di assoluto prestigio. Winston Churchill, prima protagonista nella scena del conflitto e poi grande cronista nel raccontarne ogni intrigo, definì epica l’impresa e straordinaria la vittoria, e tanto più formidabile perché il nemico era allora la flotta più imponente al mondo. Siamo nel dicembre del 1941.
Il conto alla rovescia per l’attacco ha avvio quando il sommergibile Sciré parte da La Spezia alle 23:00 del giorno 3 dicembre, diretto alla base italiana di Lero nel Dodecaneso. Nel tragitto, un brivido: un aereo britannico lo scorge e gli chiede il riconoscimento del giorno; ma il segnale di risposta trasmesso dagli italiani, ottenuto grazie all’opera del Servizio Informazioni Segrete della Marina, è quello corretto. La missione può proseguire.

Al mattino del 14 dicembre, imbarcati gli operatori, il battello lascia gli ormeggi e inizia la navigazione occulta verso Alessandria, dove arriva la sera del 17 dicembre. Lo Sciré riceve dal Comando Centrale della Marina il testuale messaggio: «Accertata presenza in porto due navi da battaglia. Probabile portaerei: attaccate». Ricevuto. Il sommergibile comincia la sua incredibile corsa sempre al di sotto dei sessanti metri, attraverso gli sbarramenti minati e su fondali rapidamente decrescenti; emerge finalmente, in posizione perfetta, a 1.3 miglia nautiche dal fanale di Alessandria.
Assegnati i bersagli, tre coppie d’assalto procedono verso la base a bordo di tre mezzi d’assalto subacquei denominati colloquialmente “maiali”, e tecnicamente siluri a lenta corsa. Per tutti c’è la consapevolezza del pericolo, ma più forte è il senso del dovere. Applicano le testate esplosive agli obiettivi e affondano le navi da battaglia britanniche Queen Elizabeth e Valiant, danneggiano la petroliera Sagona e il cacciatorpediniere Jervis. L’intera flotta da battaglia inglese nel Mediterraneo orientale è annientata.
L’azione costò agli inglesi quanto una battaglia navale perduta e per questo fu tenuta per lungo tempo nascosta da Churchill. Il quale, conclusa la guerra, riconobbe che «sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse».

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BATTAGLIA DEL MEZZO GIUGNO - È il giugno 1942, da mesi lo scontro fra italiani e inglesi impegna le forze belliche intorno a Malta, base strategica britannica nel centro del Mar Mediterraneo. L’isola è ormai allo stremo, necessita di un’operazione di rifornimento e due sono i convogli che provano a convergervi: il primo da Gibilterra, il secondo da Alessandria d’Egitto. Ma le navi partite da quest’ultimo porto sono ben presto costrette al rientro, perché l’11 giugno e la notte tra il 14 e il 15 un duplice attacco aereo e navale cola a picco la flotta di difesa, e a ulteriore avversità giunge agli inglesi la notizia che da Taranto sta muovendo la flotta italiana per tagliare loro la rotta. La ritirata è inevitabile.
Il convoglio partente da Gibilterra è meno numeroso ma ha la protezione di un incrociatore antiaereo e di nove cacciatorpediniere; ad attenderlo, in agguato tra la Sardegna e Capo Bon, stanno sommergibili e motosiluranti della Regia Marina allertati dagli agenti del Servizio Informazioni Segrete della Marina. Le prime azioni prendono avvio il 14 giugno, quando le navi britanniche sono oggetto dei primi attacchi delle forze aeree dell’Asse. Poi, in quello stesso giorno, salpa da Palermo la VII Divisione Navale agli ordini dell'ammiraglio Alberto Da Zara, che ha nel destino di operare direttamente contro le forze di superficie nemiche.
Il mattino seguente alle 5:30, nelle acque a sud di Pantelleria, gli increduli inglesi sono intercettati dagli italiani, che otto minuti dopo aprono il fuoco con le navi Montecuccoli ed Eugenio di Savoia. Ancora in fase di riorganizzazione, la flotta britannica subisce anche gli attacchi aerei dei velivoli dell’Asse. Si prova a contenere la furia, e a copertura delle unità vengono stese delle cortine fumogene; ma Da Zara si destreggia pur nella concitazione delle manovre, e attacca i mercantili appena ha campo di tiro libero, e lo scontro per i britannici è devastante.
La vittoria italiana, passata alla storia come la “battaglia di mezzo giugno”, resterà una delle azioni più note della storia della Marina italiana, e l’azione bellica diurna nella quale è avvenuto il maggior scambio di colpi tra inglesi ed italiani.

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