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Fonte foto: Harvard University

Prendere il massimo dei voti dovrebbe essere una cosa rara, il segnale che hai fatto qualcosa di davvero eccellente. Ma negli ultimi decenni, in molte università del mondo, i voti più alti sono diventati progressivamente più frequenti – quasi la norma, in certi contesti.

Basti pensare al caso di Harvard: nel 2005 appena il 24% degli studenti arrivava al massimo dei voti. Nel 2025, quella percentuale supera il 60%. Il che porta a chiedersi: cosa succede quando raggiungere il massimo dei voti diventa sempre più comune? 

Una domanda che alcune università americane si fanno da tempo, e che – secondo quanto riportato da Il Post – ha portato Harvard a una decisione molto discussa: dal 2027 ci sarà un tetto al numero di "A",cioè i voti più alti, che i professori potranno assegnare nei corsi undergraduate.

In pratica, non più “A a pioggia: il massimo dovrà tornare a essere un riconoscimento più selettivo.

Indice

  1. Se tutti prendono il massimo, il massimo vale ancora? Harvard prova a cambiare i voti
  2. Perché si parla di “inflazione dei voti”
  3. Il massimo dei voti è diventato troppo comune?
  4. Gli studenti non l’hanno presa benissimo
  5. Non è la prima volta che un’università ci prova

Se tutti prendono il massimo, il massimo vale ancora? Harvard prova a cambiare i voti

La Faculty of Arts and Sciences di Harvard ha approvato una riforma che limiterà le A al 20% degli studenti iscritti a ogni corso, con la possibilità di assegnarne fino a quattro in più per classe. La misura entrerà in vigore dall’autunno 2027.

Tradotto in modo semplice: se in un corso ci sono 100 studenti, non tutti potranno uscire con il voto massimo. La “A” resterà possibile, ma sarà riservata a una quota più ridotta della classe.

La riforma non riguarda le A-, cioè il voto subito sotto la A piena. 

Perché si parla di “inflazione dei voti”

Il problema si chiama grade inflation, cioè “inflazione dei voti”. Succede quando, anno dopo anno, i voti alti diventano sempre più frequenti. Il risultato? Un voto eccellente rischia di non distinguere più davvero chi ha fatto un lavoro fuori dal comune.

Secondo un report interno di Harvard, nel 2005 le A rappresentavano il 24% di tutti i voti assegnati ad Harvard College. Nel 2015 erano salite al 40,3%. Nel 2025 sono arrivate al 60,2%:  più di un voto su due era ormai una A.

Per capirci con un paragone italiano, è un po’ come chiedersi: se il 110 e lode diventasse quasi la normalità, continuerebbe a essere percepito come un vero segnale di eccellenza?

Report Harvard 2025

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Il massimo dei voti è diventato troppo comune?

Secondo chi sostiene la riforma, sì. 

Il report di Harvard parla infatti di una “compressione” verso l’alto: tanti voti si concentrano nella fascia più alta, rendendo più difficile distinguere tra un lavoro buono, molto buono ed eccezionale.

Secondo i docenti favorevoli, il voto dovrebbe tornare a dire qualcosa di chiaro: una A non dovrebbe significare semplicemente “hai fatto bene”, ma “hai fatto qualcosa di davvero fuori scala”.

Gli studenti non l’hanno presa benissimo

La decisione, però, non piace a tutti. Una parte degli studenti teme che il tetto alle A possa aumentare la competizione, rendere i corsi più stressanti e spingere gli iscritti a scegliere le materie in modo strategico, magari evitando quelle più difficili.

Secondo il giornale universitario The Harvard Crimson, in un sondaggio della Harvard Undergraduate Association quasi l’85% degli studenti che hanno risposto si era detto contrario alla proposta.

Non è la prima volta che un’università ci prova

Harvard non è la prima università americana a cercare di frenare l’inflazione dei voti.

Anche Princeton aveva introdotto nel 2004 una politica per limitare i voti nella fascia A, ma l’ha poi abbandonata circa dieci anni dopo, anche per le critiche di chi sosteneva che quel sistema penalizzasse gli studenti rispetto ai candidati di altri atenei.

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