
Vivere da pendolari può essere una scelta o è sempre una condanna?
La risposta non è così semplice. Quello che è certo è che, per molti studenti universitari, passare ore su un treno o un autobus è l'unico modo per conciliare il desiderio di frequentare un ateneo prestigioso con l'impossibilità di trasferirsi.
Il dibattito, nato su Reddit, mette in luce come la gestione del tempo sia il vero ago della bilancia tra chi resiste e chi abbandona.
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L'interrogativo dello studente: "Come fate a vivere così?"
Tutto nasce dal dubbio di uno studente che, osservando gli amici viaggiare quattro ore al giorno per raggiungere gli atenei di Milano, ha chiesto alla community: "Come cavolo fate a gestire una routine del genere?".
Il post mette in discussione il valore di "sprecare quattro ore al giorno" solo per rendere il CV più appetibile studiando in un'università che "fa gola", invece di sceglierne una a venti minuti da casa.
La domanda ha innescato la riflessione collettiva. E sono arrivati spunti, dritte e considerazioni sulla cosiddetta “vita da pendolare” da chi, per quella vita, ci è passato o ci sta ancora passando.
Il tempo del viaggio: spreco o opportunità?
Il punto più critico riguarda naturalmente le ore "perse". Tuttavia, molti studenti ribaltano questa prospettiva, trasformando il tragitto in un momento di produttività.
Un utente racconta la sua esperienza sulla tratta Verona-Padova spiegando che "le ore di viaggio non le consideravo sprecate. Leggevo molto e ripassavo la parte di teoria".
E addirittura qualcuno ribalta la questione: "Se non avessi mai fatto il pendolare non mi sarei mai appassionato alla lettura".
Studiare tra vagoni e stazioni
La capacità di concentrarsi sui libri dipende enormemente dalla qualità del trasporto. C'è chi usa il viaggio per portarsi avanti con il lavoro pesante: "Mentre sono sul treno, ricopio gli appunti della giornata o riscrivo quelli del giorno prima, così tornando a casa è un lavoro già fatto".
Altri, invece, sfruttano il tragitto per ricaricare le pile: "All'andata dormivo e al ritorno studiavo o dormivo per aver la forza di studiare a casa".
Il segreto sembra essere l'assenza di cambi; come sottolinea un commentatore, "se sei seduto e tranquillo puoi leggere, se sei in piedi e ogni 15 minuti devi cambiare mezzo non puoi fare davvero nulla".
Il sacrificio della vita sociale
Se lo studio può essere salvato, è la socialità a subire i danni maggiori. E su questo, purtroppo, c’è poco da fare.
Sono infatti tanti gli studenti che confessano che il vero limite non è la fatica, ma la mancanza di tempo per le attività extra. "Se devi prendere il treno e finisci alle 18 di studiare, sei comunque a casa alle 20", osserva un utente. Viene da sé, quindi, che diventa difficile (se non impossibile) concedersi un aperitivo o fare sport.
Per ovviare alla pigrizia del ritorno, alcuni si impongono una disciplina ferrea: "Mi obbligo a rimanere nella città universitaria fino a sera perché altrimenti so che una volta tornato a casa sono troppo pigro per rimettermi a studiare".
Ne vale davvero la pena per il CV?
Resta il dubbio amletico: vale la pena affrontare quattro ore di viaggio solo per il nome di un'università sul curriculum?
Per alcuni la risposta è legata all'ambizione. C'è chi si dice disposto a "muovere mari e monti" per l'occasione giusta che faccia avanzare la carriera, convinto che sia un "migliore compromesso di prendere un'opportunità che non ti interessa sotto casa".
In fondo, come ricorda uno studente, "l'università ha un inizio e ha una fine; si possono sopportare grandi disagi per un periodo definito se ne vale la pena".
Ma non sono pochi quelli che ricordano che nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta certo di una scelta, quanto piuttosto della “sola alternativa possibile”. Non tutti, infatti, possono permettersi di affittare una stanza.