
Un commento di troppo in aula studio. Un'allusione fuori posto. Un messaggio che continua ad arrivare anche dopo un "no" chiaro. Una mano che si allunga durante e che non doveva permettersi di farlo. Sono situazioni che tanti studenti e studentesse vivono senza sapere bene a chi rivolgersi, pensando magari che l'università sia solo lezioni, esami e sessioni da preparare.
Non è così: dentro gli atenei esiste una rete di supporto pensata proprio per chi subisce molestie, stalking o aggressioni e non sa da dove cominciare.
Negli ultimi anni sono cresciuti in tutta Italia gli sportelli antiviolenza e i centri antiviolenza universitari, spazi gratuiti e riservati dove trovare ascolto, informazioni e orientamento.
Non servono per forza a portare avanti una denuncia: il primo passo può essere semplicemente parlare, senza sentirsi soli davanti a qualcosa che fa paura o che non si riesce a inquadrare bene.
Questa guida raccoglie tutto quello che c'è da sapere: cosa fare in caso di molestie all'università, a chi rivolgersi per lo stalking, come funziona un centro antiviolenza universitario e perché la privacy, in questi percorsi, viene sempre garantita.
Indice
- Cosa dicono i dati sulle violenze in università
- Molestie all'università: quali comportamenti si possono segnalare
- Stalking: a chi rivolgersi in ateneo
- Cosa fa uno sportello antiviolenza universitario
- Ascolto, supporto psicologico o denuncia: le differenze
- Privacy e riservatezza: cosa viene garantito
- Come prepararsi a una segnalazione
- Come trovare il centro antiviolenza del tuo ateneo
Cosa dicono i dati sulle violenze in università
Da qualche tempo esiste una fotografia nazionale del fenomeno. Nel 2025 la Rete nazionale degli sportelli e dei Centri antiviolenza universitari, coordinata dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, ha raccolto i primi dati strutturati: 124 donne e persone Lgbtqia+ sono state accolte e supportate dagli sportelli attivi negli atenei italiani. Lasciando anche intendere che, trattandosi di giovani che hanno avuto il coraggio di esporsi, i casi reali potrebbero essere molto più numerosi.
Ma la base di partenza è già interessante per raccogliere alcune evidenze:
- Il 97% delle persone accolte è di genere femminile;
- Quasi una su due è fuorisede, quindi lontana dalla propria rete di supporto abituale;
- L'85% appartiene alla comunità studentesca;
- Gli autori delle violenze sono uomini nel 93% dei casi.
Tra le forme di violenza segnalate, quella psicologica è la più diffusa, con 106 casi. Seguono la violenza sessuale (50 segnalazioni, oltre il 40% del totale), lo stalking (28 casi), la violenza fisica (29) e quella economica (12). E se il totale supera i casi censiti, è perché in molte situazioni forme diverse di violenza vanno a sommarsi tra loro.
Un dato specifico riguarda le molestie avvenute dentro gli atenei: sono 28 i casi registrati, di cui 22 hanno coinvolto studentesse. In 26 episodi su 28 chi ha agito la molestia fa parte della comunità universitaria: tra gli autori risultano, praticamente alla pari, docenti e colleghi di corso o di lavoro.
Un elemento che dice molto: la violenza in ambito universitario nasce spesso dentro relazioni quotidiane, tra banchi, laboratori e uffici, non da sconosciuti incontrati per caso.
Come ha spiegato Giulia Nanni, responsabile del settore Accoglienza della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna e coordinatrice della Rete, è fondamentale che le università si affidino al sapere dei Centri antiviolenza femministi e transfemministi. E aggiunge un concetto netto: non prevedere uno sportello o un centro antiviolenza in ateneo non significa non avere il problema della violenza di genere, significa non volersene occupare.
Molestie all'università: quali comportamenti si possono segnalare
Ma non serve aspettare un episodio eclatante per chiedere aiuto. Le molestie possono assumere forme diverse, e riconoscerle immediatamente è già un primo passo importante. Ecco alcuni esempi di comportamenti segnalabili:
- Commenti, allusioni o richieste sessuali non desiderate, ripetute o insistenti;
- Contatti fisici non consensuali, anche apparentemente "leggeri";
- Pressioni o ricatti legati a esami, tesi, tirocini o rapporti di lavoro all'interno dell'ateneo;
- Messaggi, chiamate o contatti social insistenti e non graditi;
- Commenti o comportamenti discriminatori legati al genere o all'orientamento sessuale;
- Atteggiamenti di controllo, intimidazione o svalutazione che limitano la libertà personale.
La violenza, come visto, non è solo fisica: può manifestarsi attraverso il controllo del telefono, degli spostamenti, delle relazioni sociali, o attraverso pressioni psicologiche difficili da inquadrare subito come "qualcosa di grave".
Anche chi vive una di queste situazioni può contattare uno sportello anche senza avere le idee chiarissime su cosa sia successo: capire meglio la situazione fa parte del percorso di supporto, non è un prerequisito per chiedere aiuto.
Stalking: a chi rivolgersi in ateneo
Lo stalking rientra tra le forme di violenza principali monitorate dagli sportelli universitari. Riguarda comportamenti persecutori ripetuti nel tempo: messaggi continui, pedinamenti, controllo ossessivo, presentarsi in luoghi frequentati dalla persona senza il suo consenso.
Chi lo subisce, dentro o fuori l'ateneo, può rivolgersi a:
- Lo sportello antiviolenza della propria università, dove attivo;
- Il Centro antiviolenza (CAV) convenzionato con l'ateneo;
- Le forze dell'ordine, quando la situazione è percepita come pericolosa o urgente;
- La Consigliera di Fiducia dell'ateneo, figura a cui gli sportelli spesso indirizzano chi riferisce episodi di competenza specifica.
Un aspetto importante: rivolgersi allo sportello non significa dover sporgere denuncia in automatico. Il primo contatto serve a valutare insieme la situazione, capire il livello di rischio e ricevere informazioni chiare sui passi possibili, senza nessun obbligo.
Cosa fa uno sportello antiviolenza universitario
Uno sportello antiviolenza universitario è uno spazio di ascolto protetto, gestito da operatrici formate dei Centri antiviolenza convenzionati con l'ateneo. Il servizio è gratuito, spesso anonimo e senza obbligo di denuncia.
Le attività principali offerte sono:
- Ascolto telefonico o in presenza, come primo contatto per esporre la situazione;
- Colloqui individuali con consulenti esperte in violenza e discriminazione di genere;
- Valutazione del rischio, per capire quanto la situazione sia urgente;
- Informazioni sui diritti e sulle possibili tutele legali;
- Orientamento verso altri servizi, universitari o territoriali;
- Attivazione di procedure di protezione, nelle situazioni di emergenza.
Molti sportelli offrono anche colloqui in lingua inglese, pensati per la comunità studentesca internazionale, e in diversi casi è possibile fissare appuntamenti da remoto, utili per chi fatica a recarsi fisicamente in sede o preferisce un primo contatto più discreto.
Il servizio è aperto, a seconda dell'ateneo, non solo a studentesse e studenti ma anche a personale docente, tecnico-amministrativo, assegniste e assegnisti di ricerca, collaboratrici e collaboratori dell'ateneo.
Ascolto, supporto psicologico o denuncia: le differenze
Una delle domande più frequenti su questo tema riguarda proprio quanto detto poco fa: contattare lo sportello significa dover denunciare? La risposta è no. Vale la pena distinguere bene i diversi livelli di intervento, perché spesso è proprio la confusione tra questi passaggi a frenare chi vorrebbe chiedere aiuto.
- Ascolto: è il primo contatto, telefonico o in presenza. Serve a raccontare quello che sta succedendo, senza dover avere già le idee chiare su come definirlo o su cosa fare dopo.
- Supporto psicologico: colloqui con professioniste formate, utili per elaborare quanto vissuto, ridurre l'isolamento e capire l'impatto emotivo della situazione.
- Orientamento: informazioni concrete su diritti, servizi attivi in ateneo e sul territorio, possibili percorsi di tutela.
- Denuncia: è una scelta autonoma della persona, mai un passaggio obbligato. Chi decide di procedere può farlo con il supporto dello sportello, che fornisce indicazioni sulle autorità competenti e, se necessario, un accompagnamento nel percorso.
In pratica, lo sportello si adatta ai bisogni di chi lo contatta: c'è chi ha bisogno solo di essere ascoltato una volta, chi avvia un percorso psicologico più lungo, chi arriva già con l'intenzione di denunciare. Nessun passaggio è automatico rispetto all'altro.
Privacy e riservatezza: cosa viene garantito
Uno dei timori più comuni riguarda, poi, la riservatezza: chi contatta uno sportello antiviolenza vuole sapere se quello che racconta resterà davvero privato. La risposta, in questi servizi, è strutturale: le informazioni condivise durante i colloqui sono trattate con la massima riservatezza e non vengono comunicate ad altre persone o strutture senza il consenso esplicito di chi le ha fornite.
Alcuni punti fermi su questo fronte sono che:
- Il colloquio avviene in uno spazio protetto, pensato per garantire tranquillità e discrezione;
- La persona può scegliere liberamente quanto raccontare, senza dover fornire dettagli che non si sente pronta a condividere;
- Si può decidere in autonomia se e come proseguire dopo il primo contatto, senza pressioni;
- L'anonimato, dove previsto, resta una possibilità concreta, non solo teorica.
Ciò significa una cosa semplice ma importante: contattare uno sportello non espone automaticamente la propria situazione a docenti, colleghi di corso o altre figure dell'ateneo. La gestione delle informazioni resta nelle mani di chi ha subito la violenza.
Come prepararsi a una segnalazione
Quando si decide di fare un passo concreto così importante, avere qualche punto di riferimento aiuta ad affrontare il primo contatto con più sicurezza. Ecco alcune indicazioni utili:
- Annotare date e circostanze degli episodi vissuti, anche solo per sé stessi, senza la pretesa di ricostruire tutto nei minimi dettagli.
- Conservare eventuali messaggi, email o comunicazioni ricevute, che potrebbero essere utili in un secondo momento.
- Scegliere un momento e un luogo tranquilli per il primo contatto, così da poter parlare con calma.
- Portare con sé, se serve, una persona di fiducia: un'amica, un familiare, qualcuno con cui ci si sente al sicuro.
- Non sentirsi obbligati a definire subito la gravità di quanto accaduto: valutarlo insieme fa parte del percorso di ascolto.
- Chiedere informazioni sulle modalità del servizio prima di raccontare i dettagli, se questo aiuta a sentirsi più a proprio agio.
Tenendo ben presente che, non esiste un episodio "troppo piccolo" per chiedere un confronto. Molte persone arrivano allo sportello proprio con il dubbio se quello che hanno vissuto sia "abbastanza grave" da meritare attenzione: parlarne con chi è formato per ascoltare aiuta a fare chiarezza, non il contrario.
Come trovare il centro antiviolenza del tuo ateneo
Il numero di sportelli e centri antiviolenza universitari è in crescita in tutta Italia, ma le modalità di accesso variano da ateneo ad ateneo.
Ecco, perciò, anche alcuni suggerimenti pratici per orientarsi:
- Consulta il sito ufficiale della tua università, cercando le sezioni dedicate a benessere studentesco, pari opportunità o Comitato Unico di Garanzia.
- Verifica se esiste una convenzione con un Centro antiviolenza (CAV) del territorio: molti sportelli universitari nascono proprio da collaborazioni con questi centri.
- Controlla gli orari e le sedi, spesso diverse a seconda dei campus o dei dipartimenti.
- Valuta i canali di contatto disponibili: numero di telefono, WhatsApp, email dedicata, possibilità di colloqui da remoto.
- Chiedi alla Consigliera di Fiducia dell'ateneo, se prevista, un punto di riferimento ulteriore per episodi che riguardano il contesto universitario.
Se il proprio ateneo non ha ancora attivato un servizio specifico, resta comunque possibile rivolgersi a un Centro antiviolenza del territorio: tutti garantiscono ascolto, gratuità e, dove richiesto, anonimato. In alternativa, un primo orientamento arriva anche contattando il numero nazionale antiviolenza attivo su tutto il territorio.