
Spente le luci sullo storico concerto di Ultimo a Tor Vergata restano aperti gli interrogativi sul perché 250.000 persone, per lo più giovani, abbiano deciso di prendere parte ad un evento che ha richiesto loro non solo un investimento economico ma anche un impegno fisico non indifferente fatto di ore se non giorni di attesa, caldo estenuante, chilometri a piedi dai punti di accesso più vicini, nottate passate ad aspettare i mezzi pubblici.
A dare una risposta ci abbiamo provato noi di Skuola.net, interpellando due voci differenti: la nostra community - circa 1.300 partecipanti all’instant poll del giorno dopo - e la pedagogista Maria Cristina Boccacci.
Sarebb,e infatti, riduttivo classificare questo appuntamento nella categoria degli eventi di intrattenimento: troppi i riferimenti - tra cui quello evangelico - ad una storia personale di un artista che diventa un emblema generazionale.
Come conferma la pedagogista: “Ultimo racconta la vita di ogni singolo ragazzo/ragazza di periferia che, coltivando i suoi talenti e le sue passioni, può farcela”.
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Il sondaggio di Skuola.net: il sacrificio in nome dell'idolo
Partiamo dai dati: focalizzandoci su chi ha effettivamente partecipato all’evento, il 68% dei presenti ha dichiarato che ripeterebbe l'esperienza. Il restante 32% chiaramente la pensa diversamente e, col senno di poi, non sarebbe più disposto a fare il bis.
I commenti riflettono perfettamente la spaccatura. C'è chi non nasconde la frustrazione: "Organizzazione pessima, non si possono lasciare migliaia di persone per strada senza navette. È stato un incubo".
Ma, a ribadire come la soddisfazione prevalga, a dominare sono i messaggi di sostegno incondizionato: "Ci sono stato e lo rifarei altre mille volte. L'emozione di cantare con 250.000 persone ripaga tutto il caos del ritorno", o ancora, "I disagi si dimenticano, quello che ha trasmesso lui sul palco resta per sempre".
A confermare che sia proprio il peso dell’artista a spostare (e di parecchio) il giudizio, ci sono le risposte date da chi non era presente: l'86% dice chiaramente "no" a questo tipo di manifestazioni con folle oceaniche, considerate troppo scomode.
Eppure, anche qui, c'è un 14% che farebbe volentieri un simile sforzo logistico, ma a una sola condizione: che sul palco ci sia il proprio cantante preferito.
Ecco, perciò, che di fronte alla “forza” del protagonista e dei messaggi che incarna anche un piccolo, grande sacrificio si può fare.
Una generazione in cerca di guide: il parere della pedagogista
Forse perché, dietro a questa spinta alla partecipazione di fronte al proprio idolo, c’è una motivazione che va oltre il semplice intrattenimento. Ed è legata, soprattutto, alla capacità aggregativa di questi eventi, che permettono a migliaia di ragazzi di sentirsi parte di un "tutto".
A offrire una preziosa chiave di lettura su questo fenomeno sociologico è Maria Cristina Boccacci, pedagogista e nota divulgatrice sui social con il profilo "Maestra ho perso la Scheda". Interpellata da Skuola.net, l’esperta ha sottolineato proprio come "mentre tutti si stanno chiedendo come mai Ultimo ha riscontrato così tanto successo, 250.000 mila ragazzi di ogni età, anche piccolissimi, ieri hanno dato un segno profondo, di un cambiamento epocale".
Un segnale che, secondo la pedagogista, nasconde una profonda necessità di trovare punti di riferimento solidi: "Mai come adesso questa generazione ha bisogno di una guida, di qualcuno che dica che anche 'gli ultimi saranno i primi', che nonostante le difficoltà si può superare ogni cosa. Ultimo racconta la vita di ogni singolo ragazzo/ragazza di periferia che coltivando i suoi talenti e le sue passioni può farcela. Da ogni situazione ci si può riscattare".
Un'analisi che, dunque, va oltre l'identificazione con le canzoni dell'artista e si trasforma in un appello diretto al mondo dei grandi: "La generazione di oggi ci sta dicendo che ha bisogno di adulti che credano in loro, che li sostengano. Hanno bisogno di guide non di amici adulti che gli risolvano i problemi. L’altra sera ci hanno urlato proprio che hanno bisogno di essere amati e ascoltati".
Un grido d'aiuto collettivo, a cui l’esperta risponde con un'amara e toccante presa di coscienza finale: "Ragazzi, scusateci se noi adulti siamo troppo presi da altro e ci stiamo perdendo la parte più bella della vita... Quella di accompagnarvi nella crescita”.
Il messaggio è potente e chiaro: la resistenza mostrata da questi giovani non è fanatismo cieco, ma fame di rappresentanza. Cantare le canzoni di un ragazzo di borgata che ce l'ha fatta significa cantare la speranza del proprio riscatto.
E sopportare metropolitane bloccate e chilometri a piedi nel cuore della notte è il prezzo che i ragazzi sono disposti a pagare per trovare quella voce e quella guida che faticano a trovare nel mondo adulto.