
La Gen Z ha votato più di tutti. I Millennials confermano la loro disaffezione per la politica, mentre i Boomer restano saldamente ancorati alle loro convinzioni. Il referendum costituzionale sulla giustizia è archiviato, e i dati hanno restituito un'Italia spaccata - non solo geograficamente e politicamente, ma anche dal punto di vista anagrafico.
Perché se c'è una lettura che emerge con chiarezza dall'analisi del voto, è che questo referendum ha avuto una dimensione generazionale importante, capace di delineare tre diverse generazioni.
I giovani non solo hanno votato - e già questo, in un Paese abituato ad accusarli di disinteresse cronico verso la politica, vale la pena sottolinearlo, ma lo hanno fatto in modo compatto e con un'intenzione precisa: dire No.
Al contrario, i Millennials si sono in larga parte sottratti alla consultazione, confermando una disaffezione che non è apatia, ma qualcosa di più difficile da correggere: la convinzione che il voto, per loro, non sposti nulla, unita alla percezione di una classe politica che li ignora sistematicamente.
I Boomer, infine, hanno tenuto il fronte opposto: partecipazione alta, orientamento chiaro, fedeltà a posizioni consolidate. Tre generazioni, tre rapporti diversi con la democrazia, e un risultato finale che si capisce molto meglio guardando le fasce d'età che non le regioni.
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Chi vota, chi non vota (e perché conta)
Prima di parlare di generazioni, serve un contesto. La partecipazione al voto in Italia non è mai stata distribuita in modo uniforme: in genere, vota di più chi ha un titolo di studio alto, chi se la passa economicamente bene, chi lavora come imprenditore o professionista.
Vota meno chi è disoccupato, chi fa la casalinga, chi appartiene ai ceti più fragili. Non è una novità: si tratta di una costante strutturale della democrazia italiana, e probabilmente non solo di quella. Detto questo, i dati di questo referendum hanno riservato qualcosa di inaspettato.
E non solo da un punto di vista dell'affluenza che non si vedeva da anni.
La Gen Z si sveglia
La generazione Z - dai 18 ai 28 anni - ha registrato il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% che ha scelto il No. Per una fascia anagrafica storicamente accusata di disinteresse politico, non è un numero trascurabile.
I dati del consorzio Opinio Italia per la Rai confermano e amplificano il quadro: nella fascia 18-34 anni il No stravince con il 61,1% contro appena il 38,9% di Sì. Un divario netto, quasi una dichiarazione.
Il referendum, per molti giovani, non è stato tanto un voto su un quesito tecnico-giuridico: è stato un voto contro. Contro il governo, contro una classe politica percepita come distante, contro uno status quo che non li rappresenta. Un voto di protesta, sì - ma espresso andando alle urne, il che non è scontato.
La generazione dimenticata: i Millennials
C'è però un'altra storia da raccontare, meno celebrata ma forse più preoccupante. La generazione Y - dai 29 ai 44 anni, i Millennials - ha fatto registrare il massimo livello di astensionismo: 47,5%. Quasi uno su due non si è presentato.
Sono le persone che stanno costruendo carriere precarie, che formano famiglie, che abitano le città più care d'Europa, e che, evidentemente, hanno smesso di credere che il voto cambi qualcosa per loro.
Il No prevale anche in questa fascia (54,8%), ma il dato che resta è la marcata astensione.
I boomer tengono il fronte del Sì
Dall'altra parte dello spettro anagrafico, boomers e silent - gli over 61, per intenderci - hanno mostrato una partecipazione superiore alla media e sono stati l'unico bacino in cui il Sì ha prevalso, seppur di misura: 50,7% contro 49,3%.
È qui che la frattura anagrafica si vede in tutta la sua profondità.