
Dopo la decisione del Cremlino di accettare pagamenti per il gas esclusivamente in valuta russa, arrivano anche le prime misure contro i Paesi europei che si sono rifiutati di saldare in rubli i pagamenti in scadenza ovvero la Polonia e la Bulgaria a cui il colosso petrolifero russo Gazprom ha interrotto la fornitura di gas ma, quali sono gli scenari futuri per quanto riguarda questi due Paesi e, soprattutto, cosa potrebbe accadere all'Italia? Vediamolo insieme.
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Il caso della Polonia e della Bulgaria
L'interruzione delle forniture di gas ai due Paesi europei che si erano rifiutati di pagare in rubli i contratti in scadenza lo scorso 26 aprile è stato definito dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen come:"L'ennesimo tentativo della Russia di utilizzare il gas come strumento di ricatto, questo è ingiustificato e inaccettabile. E mostra ancora una volta l'inaffidabilità della Russia come fornitore di gas".
Da un lato, secondo la nota della compagnia russa Gazprom, le consegne non riprenderanno fino a quando i pagamenti non avverranno secondo le modalità stabilite da Putin come hanno già fatto quattro Paesi europei e potrebbe anche esserci un'ulteriore riduzione delle forniture di gas all'Europa nel momento in cui i due Paesi che ospitano i gasdotti necessari al trasporto del gas russo useranno le forniture destinate ad altri stati.
Dall'altro lato invece la situazione non è molto grave in Polonia dove gli impianti di stoccaggio sono pieni all’80% e a pochi mesi dal completamento della Baltic Pipe, il gasdotto che trasporterà 10 miliardi di metri cubi di gas dalla Danimarca che, per intenderci, è la stessa cifra acquistata dal Paese dalla Russia. Meno idilliaca è invece la situazione della Bulgaria che dipende quasi interamente dal gas della Russia dove solo il 18% degli impianti di stoccaggio è pieno. A Sofia non resta quindi che a rivolgersi alla Grecia e alla Turchia per avere un aumento delle forniture di gas.
La situazione in Europa
L'Europa, come sottolineato più volte, dipende fortemente dalla Russia per il suo gas: basti pensare che nel 2021 l'Ue ha importato circa il 45% del gas dalla Russia, in media oltre 380 milioni di metri cubi al giorno. Uno dei Paesi che, prima della guerra in Ucraina, dipendeva maggiormente dal gas russo era la Germania che, nel 2020, ne importava circa il 65% ovvero 42,6 miliardi di metri cubi. Quest'ingente importazione è anche frutto dell'incidente nella centrale nucleare giapponese di Fukushima del 2011 dopo il quale Berlino decise di uscire dal nucleare incrementando le sue forniture dalla Russia con il gasdotto Nord Stream 2.
In questo scenario la Germania a fine anno avrebbe dovuto spegnere le ultime tre centrali nucleari in funzione ma il governo sta però valutando di lasciarle accese anche se, come ha recentemente fatto notare il ministro dell’Economia Habeck,la dipendenza tedesca dal gas russo è oggi scesa al 35%. Il secondo Paese europeo che più dipende dal gas russo è l'Italia che ne importa circa il 38% pari a 29 miliardi di metri cubi.
Cosa potrebbe succedere in Italia?
L'Italia per sopperire al gas russo si sta già attrezzando e, in particolare modo, confida nell'aumentare le importazioni da Algeria e Qatar attraverso le navi gasiere mentre rimane più complicato riporre fiducia nei gasdotti che collegano Gela con la Libia data l'instabilità politica del Paese. Ad aggiungersi a quest'aumento delle importazioni, ci sarebbe l'equivalente di 3,5 miliardi di metri cubi annui che deriverebbe dall'uso delle quattro centrali a carbone già ipotizzato dal premier Draghi nel suo discorso di febbraio.
Nonostante questo a mancare sarebbero tra gli 8 e i 10 miliardi di metri cubi di gas l'anno e quindi nel decreto energia preso in considerazione dal governo rimangono comunque dei distacchi programmati: si partirebbe dagli uffici pubblici che dovrebbero ridurre i consumi per finire al distacco delle utenze industriali. Secondo uno studio della Fondazione Eni-Enrico Mattei, in estrema sintesi, l'Italia si ritroverebbe a dover scegliere blackout programmati. L'aumento del prezzo del gas potrebbe anche portare molte aziende energivore alla chiusura: con prezzi superiori ai 100 €/MWh non sarebbe possibile garantire la profittabilità di molte produzioni.
Paolo Di Falco