
Un gesto - durato al massimo tre secondi - valso oltre un milione di dollari. Tutti parlano di Jutta Leerdam e non solo per il tempo record nei 1000 metri di pattinaggio di velocità (1:12.31).
Nei secondi immediatamente successivi alla prodezza che le ha fruttato un oro olimpico a Milano-Cortina 2026, l'atleta olandese fa una cosa semplicissima: abbassa la zip della tuta arancione, lasciando in vista il reggiseno sportivo bianco firmato Nike.
Una scena normale, come tante altre nello sport. E invece no: quel reggiseno in diretta ha fatto un giro del mondo che nessuna campagna pubblicitaria tradizionale avrebbe potuto comprare.
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L'operazione è matematica, non magia
Nike non è lo sponsor ufficiale della squadra olandese (quello è Fila), ma è il brand personale di Leerdam. Per questo motivo, il brand del "baffo" ha rilanciato la foto dell'atleta olandese - nell'esatto momento in cui sfoggia il capo firmato - sul suo profilo da quasi 300 milioni di follower.
Secondo Frederique de Laat, fondatrice di Branthlete - agenzia specializzata in marketing per atlete - Nike potrebbe versarle circa 850mila euro solo per questa esposizione mediatica. Aggiungi che con 6,2 milioni di follower su Instagram, ogni suo post sponsorizzato Nike vale circa 62mila euro. Fai tu i conti.
Ma non è finita qui. Le lacrime sul podio? Anche quelle perfette per il brand olandese Hema, che ha trasformato il mascara colato di Leerdam in una campagna per il suo eyeliner waterproof. È la logica dell'ecosistema in cui ogni frame è monetizzabile, ogni emozione è storytelling e ogni storytelling è fatturato.
Perché fa così arrabbiare la gente?
Johan Derksen, ex calciatore olandese e opinionista tv, ha detto che Leerdam "non ha umiltà" e che l'Olanda intera si sta stancando di lei. Il punto non è il reggiseno, ovviamente.
Il punto è che Leerdam ha reso visibile qualcosa che il mondo dello sport tradizionale preferisce tenere implicito: che l'immagine vale quanto - se non più - la performance. E questo disturba, perché smonta il mito dell'atleta puro che parla solo con i risultati.
Ma - chiariamo - nel caso di Leerdam i risultati ci sono eccome. Oro e record olimpico nei 1000 metri. Argento nei 500. Nessuno le sta regalando niente.
Lei stessa ha già risposto alle critiche prima ancora che arrivassero: "Creare contenuti mi aiuta a proteggere la mia salute mentale e a non essere consumata solo dal pattinaggio."
Il vero punto della questione
Jutta Leerdam non è un'atleta che fa anche l'influencer. È un personal brand che compete ad alto livello. Sa esattamente dove sono le telecamere, quando girarsi e cosa mostrare. E lo fa meglio di chiunque altro sul pianeta in questo momento.
Che le lacrime siano state spontanee? Quasi certamente sì. Che il gesto della zip fosse calcolato? Con ogni probabilità, anche. È la nuova "grammatica" dello sport, e lei la parla correntemente.