
L’Europa lavora sempre di più, ma non tutti i Paesi corrono alla stessa velocità.
Anzi, guardando gli ultimi dati Eurostat sull’occupazione, aggiornati ad aprile 2026 e riferiti al 2025, emerge un quadro abbastanza chiaro: l’Unione europea si sta avvicinando al suo obiettivo per il 2030, mentre l’Italia resta ancora nella parte bassa della classifica.
Nel 2025, il tasso di occupazione nell’UE tra le persone dai 20 ai 64 anni è arrivato al 76,1%. L’obiettivo fissato a livello europeo è raggiungere almeno il 78% entro il 2030: quindi il traguardo non è lontanissimo.
Ma se la media europea cresce, l’Italia rimane indietro: con un tasso di occupazione del 67,6%, è il Paese UE con il dato più basso, sotto anche alla Romania, ferma al 69,0%. In cima alla classifica ci sono invece Malta, con l’83,6%, Paesi Bassi, con l’83,4%, e Repubblica Ceca, con l’82,9%.
Tradotto: in Italia lavora una quota più bassa di popolazione in età lavorativa rispetto a tutti gli altri Paesi dell’Unione europea. E questo dato diventa ancora più preoccupante, se lo si guarda dal punto di vista dei giovani.

Indice
Giovani italiani, il dato più basso d’Europa
Eurostat ha pubblicato anche un focus sui giovani tra i 20 e i 29 anni. Nel 2025, nell’Unione europea il tasso di occupazione in questa fascia d’età è stato del 65,6%, in aumento di 6,3 punti percentuali rispetto al 2015.
Ma l’Italia è ultima tra i Paesi UE, con appena il 47,6% dei 20-29enni occupati. Peggio di noi, tra gli Stati membri, non c’è nessuno: dopo l’Italia arrivano Romania, con il 52%, e Bulgaria, con il 52,7%.
Questo significa che, tra i giovani italiani dai 20 ai 29 anni, meno di uno su due risulta occupato. Qui va fatta una doverosa precisazione: tasso di occupazione non vuol dire tasso di disoccupazione.
Dentro quella fascia d’età ci sono anche studenti universitari, giovani ancora in formazione, persone che non stanno cercando lavoro o che si trovano in una fase di transizione.
Però il confronto con il resto d’Europa resta significativo: altrove, l’ingresso nel mondo del lavoro sembra avvenire prima e con maggiore continuità.
Basta guardare i Paesi in cima alla classifica: nei Paesi Bassi lavora l’84% dei giovani tra i 20 e i 29 anni, a Malta l’82,1%, in Germania il 77%. Numeri molto lontani dal 47,6% italiano.
Il problema non è solo “trovare lavoro”
Il dato sull’occupazione racconta solo una parte della storia. Perché il tema non è soltanto quanti giovani lavorano, ma anche come entrano nel mercato del lavoro, con quali contratti, con quali prospettive e con quale coerenza rispetto al percorso di studi.
Eurostat ricorda infatti che il tasso di occupazione è il rapporto tra le persone occupate e la popolazione in età lavorativa. Serve quindi a capire quanto un Paese riesca davvero a includere le persone nel mercato del lavoro, tenendo conto anche dei cambiamenti demografici.
E per l’Italia questo è un nodo centrale: se tanti giovani arrivano tardi al lavoro, oppure fanno fatica a trasformare studio e competenze in un’occupazione stabile, il problema non riguarda solo i singoli ragazzi, ma tutto il sistema Paese.
Il peso del titolo di studio
Un altro dato importante riguarda l’istruzione. In Europa, più alto è il livello di studio, più cresce la probabilità di essere occupati. Nel 2025, tra le persone dai 20 ai 64 anni, il tasso di occupazione UE è stato dell’86,8% per chi ha un titolo di studio terziario, quindi università o percorsi equivalenti.
Per chi ha un livello medio di istruzione il dato scende al 75,1%, mentre per chi ha al massimo un livello basso di istruzione si ferma al 58,2%.
Il messaggio, quindi, è abbastanza chiaro: studiare continua a contare. Non è una garanzia automatica di lavoro, ma resta uno degli strumenti più forti per aumentare le possibilità di occupazione.
Allo stesso tempo, però, l’Italia mostra anche un altro limite: tra gli occupati dai 20 ai 64 anni, solo il 26% ha un livello di istruzione alto. È una delle percentuali più basse dell’Unione europea, davanti soltanto alla Romania, ferma al 24,1%, e vicino alla Repubblica Ceca, al 28,6%.
Troppo qualificati per il lavoro che fanno
C’è poi un altro fenomeno da non sottovalutare: la sovraqualificazione. In pratica, riguarda chi ha un titolo di studio elevato ma svolge un lavoro che, almeno sulla carta, non richiederebbe quel livello di istruzione.
Nel 2025, nell’Unione europea, il tasso di sovraqualificazione tra gli occupati con istruzione terziaria è stato del 21,4%. Questo significa che più di un lavoratore laureato su cinque svolge un’attività non pienamente coerente con il proprio livello di formazione.
Anche qui l’Italia compare tra i Paesi dove il divario di genere è più marcato: secondo Eurostat, il tasso di sovraqualificazione delle donne è più alto di quello degli uomini di 6,8 punti percentuali, uno degli scarti maggiori registrati nell’UE.
Il divario tra uomini e donne resta enorme
Restando in tema, il lavoro in Italia continua ad avere anche un forte problema di genere. Nel 2025, nell’UE il tasso di occupazione maschile tra i 20 e i 64 anni è stato dell’80,9%, contro il 71,3% femminile: una differenza di 9,6 punti percentuali.
Ma in Italia il divario è il più alto dell’Unione europea: 19,1 punti percentuali.
Eurostat sottolinea che in Italia meno del 60% delle donne risulta occupato, mentre tra gli uomini il dato supera il 77%.
E questo riguarda anche le nuove generazioni: perché se un Paese fatica a includere le donne nel lavoro, a sostenere la conciliazione tra vita privata e professionale, a ridurre gli ostacoli all’ingresso e alla crescita, il problema rischia di ripetersi anche per chi oggi sta studiando o sta iniziando a lavorare.

I punti salienti dell'indagine Eurostat
I dati Eurostat servono soprattutto a capire dove si trovano le fragilità.
La prima è l’accesso al lavoro: l’Italia ha il tasso di occupazione più basso dell’UE tra i 20 e i 64 anni. La seconda riguarda i giovani: tra i 20 e i 29 anni, meno della metà risulta occupata, contro una media europea molto più alta.
La terza è il divario di genere, ancora troppo ampio. La quarta è il rapporto tra studio e lavoro: da una parte l’istruzione aumenta le possibilità di occupazione, dall’altra molti lavoratori qualificati rischiano di non trovare un impiego all’altezza delle proprie competenze.