
Vestiti a pochi euro, carrelli riempiti in pochi minuti, nuovi prodotti che spuntano ogni giorno sullo schermo. Il modello Shein è diventato uno dei simboli dell’ultra fast fashion, soprattutto tra i più giovani.
Ma dietro la velocità degli acquisti e dei trend, secondo Greenpeace, ci sarebbe un problema molto più serio: la presenza di sostanze chimiche pericolose in diversi prodotti venduti online.
E non è la prima volta che la ONG muove i piedi in questa direzione: già in precedenza, Greenpeace aveva diffuso un report che accusava il colosso cinese di vendere prodotti potenzialmente tossici e di esporre i dati personali degli utenti a rischi legati al governo cinese.
Adesso siamo di fronte al secondo atto: la causa, annunciata dall’Attorney General Ken Paxton, punta il dito contro la sicurezza dei prodotti venduti sulla piattaforma e contro le pratiche di gestione dei dati degli utenti.
Indice
Il nuovo report Greenpeace: Shein nel mirino
Nel nuovo report, Greenpeace sostiene che Shein non avrebbe preso misure sufficienti dopo una precedente indagine del novembre 2025, in cui erano già stati individuati prodotti non conformi alla normativa europea REACH.
A distanza di circa quattro settimane, l’organizzazione ha acquistato dalla piattaforma tedesca di Shein altri 31 articoli, selezionati perché identici, quasi identici o molto simili a quelli già risultati problematici.
Il risultato indicato nel documento è netto: 25 prodotti dei 31 acquistati, pari all’81%, conterrebbero almeno una sostanza chimica in concentrazioni superiori ai limiti europei.
Secondo Greenpeace, questo significa che quegli articoli non dovrebbero essere venduti all’interno dell’Unione Europea. Tra le sostanze rilevate ci sarebbero ftalati, PFAS, piombo, cadmio, formaldeide e altri composti organici volatili.
In alcuni casi, il report parla di valori fino a 3.115 volte oltre la soglia consentita per alcuni PFAS.
L’accusa principale non riguarda solo la presenza delle sostanze, ma anche il modo in cui la piattaforma avrebbe gestito le segnalazioni.
Secondo Greenpeace, Shein avrebbe rimosso alcuni prodotti specifici già indicati nell’indagine precedente, ma non avrebbe controllato in modo efficace le varianti, gli articoli molto simili o le versioni vendute con ID diversi.
In un caso citato dal report, per esempio, un paio di sandali già segnalato non sarebbe più risultato disponibile nello stesso colore, ma sarebbe rimasto acquistabile in altre varianti con la stessa soletta considerata non conforme.
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Cosa c’è davvero nei vestiti di Shein?
Per Greenpeace, quindi, il problema non sarebbe un singolo capo sfuggito ai controlli, ma un meccanismo più ampio. Il report ricorda che già nel 2022 l’organizzazione aveva trovato sostanze oltre i limiti in 7 prodotti su 47, mentre nell’indagine del 2025 il dato era salito a 18 prodotti su 56, cioè il 32% degli articoli testati.
A queste verifiche si sarebbero aggiunti anche test condotti da altri soggetti, tra cui Stiftung Warentest, Global 2000 e le dogane francesi.
Nel documento viene chiamato in causa anche il modello di vendita direct-to-consumer. In pratica, molti prodotti vengono spediti direttamente da Paesi extra-UE al cliente finale, senza passare da un intermediario europeo tradizionale.
Secondo Greenpeace, questo sistema permetterebbe a piattaforme come Shein di sfruttare un vuoto normativo: il consumatore finirebbe formalmente per essere considerato importatore del prodotto, con una parte della responsabilità che si sposterebbe quindi su chi acquista.
Il report collega poi il caso Shein al funzionamento stesso dell’ultra fast fashion: produzione velocissima, prezzi bassi, migliaia di nuovi design e una forte presenza sui social, in particolare su TikTok e Instagram.
Greenpeace cita anche l’uso di meccanismi come sconti aggressivi, avvisi di scorte limitate e countdown, elementi che possono spingere gli utenti ad acquistare in modo più impulsivo.
Alcuni test indipendenti hanno rivelato che molti capi d'abbigliamento contengono sostanze che non vorresti mai vedere vicino alla tua pelle. Ecco i principali dati emersi:
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Ftalati alle stelle: in alcuni accessori sono stati trovati livelli di ftalati fino a 428 volte oltre il limite legale. Queste sostanze servono a rendere morbida la plastica, ma sono sospettate di essere cancerogene e di sballare il sistema ormonale.
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Piombo nei vestiti per bambini: in una giacca per bambini è stata trovata una quantità di piombo 20 volte superiore al limite di sicurezza. Il piombo è pericolosissimo per lo sviluppo del cervello e degli organi dei più piccoli.
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PFAS (Sostanze "per sempre"): molti prodotti contengono agenti chimici persistenti che non si smaltiscono mai e possono causare problemi di fertilità e danni al sistema immunitario.
Greenpeace chiede sanzioni più severe
La richiesta dell’organizzazione è quella di intervenire con regole più severe.
Tra le misure indicate ci sono una legge anti-fast fashion, una tassa sui produttori per compensare i danni dell’eccesso di produzione, limiti alla pubblicità del fast fashion anche sui social e un rafforzamento delle norme europee per rendere le piattaforme legalmente responsabili dei prodotti venduti.
Greenpeace chiede inoltre che le autorità possano imporre sanzioni significative e, nei casi di violazioni ripetute, arrivare anche alla sospensione delle piattaforme.
I rischi per la privacy e il lato oscuro di Shein
Ma il caso Shein si allarga anche sul fronte privacy.
La questione arriva proprio dalla causa del Texas. L’accusa sostiene che Shein non avrebbe informato adeguatamente gli utenti sul fatto che i loro dati personali potrebbero essere accessibili al governo cinese, richiamando le leggi cinesi su intelligence, cybersecurity e dati che possono imporre alle aziende di fornire accesso alle informazioni.
Non si parla tanto di “furto dati” già accertato, quanto di un rischio e presunta mancata trasparenza.
C’è anche un precedente citato nella causa: un data breach del 2018 che avrebbe coinvolto oltre 39 milioni di account, più una multa da quasi 2 milioni di dollari inflitta dal procuratore generale di New York per come la società avrebbe rappresentato la portata della violazione.
La causa cita inoltre una multa francese della CNIL da 150 milioni di euro per violazioni legate ai cookie.
FAQ Rapide
- Posso continuare a comprare su Shein?
La scelta è tua, ma ti consigliamo di lavare sempre i capi prima di indossarli (anche se non elimina tutte le sostanze tossiche) e di limitare i permessi che dai all'app sul tuo smartphone.
- Tutti i prodotti sono pericolosi?
Non tutti, ma i test dimostrano che una percentuale significativa di prodotti (circa la metà di quelli testati a Seul) non rispetta gli standard di sicurezza internazionali.