
Niente diete iper-calcolate, conteggio maniacale dei macronutrienti e rigide regole della scienza della nutrizione moderna. La storia dello sport ci insegna che, a volte, il carburante per la grandezza sfida ogni logica medica.
Molti dei più grandi atleti di tutti i tempi non hanno costruito le loro carriere su petti di pollo al vapore e riso in bianco, ma su abitudini alimentari folli, fast food, zuccheri e veri e propri rituali psicologici.
Quello che sulla carta sembrerebbe un disastro nutrizionale, sul campo si è trasformato in medaglie d'oro e record imbattibili. Ecco le diete più assurde che hanno fatto la storia.
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Zuccheri, fast food e rituali incomprensibili
Quando si parla di alimentazione sportiva, Wayne Gretzky rappresenta un paradosso vivente. Il più grande giocatore nella storia della NHL aveva un pasto pre-partita che suona letteralmente come uno scherzo: quattro hot dog con cipolle e senape, accompagnati da una Diet Coke. Una routine mantenuta mentre diventava il miglior realizzatore di sempre.
Non meno clamoroso è il caso di Usain Bolt. Alle Olimpiadi di Pechino 2008, non fidandosi del cibo locale, lo sprinter giamaicano ha rivelato di essere sopravvissuto quasi esclusivamente grazie al fast food, divorando circa 1.000 Chicken McNuggets in soli dieci giorni.
Per altri atleti, il cibo spazzatura diventa un vero e proprio rito scaramantico irrinunciabile, come per la leggenda dei Chicago Bears Brian Urlacher, il cui intero rituale pre-partita consisteva nel mangiare religiosamente e rigorosamente due biscotti con gocce di cioccolato.
Dipendenze pericolose e scelte estreme
A volte, l'abitudine si trasforma in un estremo che il puro talento riesce miracolosamente a mascherare.
Dwight Howard ha confessato di aver ingerito l'equivalente di 24 barrette di cioccolato al giorno per quasi un intero decennio, un mix letale di Skittles, Snickers e Reese's che lo ha portato a soffrire di tremori e disfunzioni nervose, costringendo la famiglia a intervenire.
Caron Butler arrivò a consumare due litri di Mountain Dew al giorno, un'abitudine che nascondeva accuratamente dalla vista del maniacale Kobe Bryant durante la stagione 2004-05.
Ancora più oltre i limiti è andato Ron Artest, che ha ammesso candidamente di bere cognac Hennessy durante l'intervallo delle partite, tenendolo nascosto nel suo armadietto e andandolo a comprare direttamente al negozio di liquori.
Oggi, la tendenza di alcune stelle sembra essersi spostata verso la ricerca di cibi più crudi e ancestrali: l'attaccante del Manchester City Erling Haaland non nasconde la sua dieta estrema a base di cuore e fegato di mucca, preferendo la carne di animali nutriti a erba locale a quella dei fast food.
Tutte storie reali che dimostrano come, per dominare nello sport, non esista un'unica formula prestabilita.
E gli italiani?
Tra gli italiani c'era chi "sgarra", come Antonio Cassano. Nel periodo al Real Madrid prese 14 chili: uno degli sponsor del club era la Nutella, e lui ne mangiava a vagonate direttamente dal barattolo ("facevo schifo", ha ammesso anni dopo alla Bobo TV).
E chi riga dritto, come Filippo Inzaghi. SuperPippo era ossessivo: pasta in bianco e bresaola a pranzo, pasta in bianco e bresaola a cena. Ma aveva un vizio segreto: andava pazzo per i biscotti Plasmon, li mangiava a tutte le ore.