
"Il nostro è uno Stato laico, il Parlamento è sempre libero di discutere e di legiferare". Queste le parole del premier Mario Draghi sulla nota diplomatica inviata nei giorni scorsi dal Vaticano all’interno della quale si chiedeva di modificare il disegno di legge contro l’omotransfobia fermo al Senato dopo l’approvazione della Camera dei Deputati dello scorso 4 novembre.
Nello specifico, all’interno della nota verbale inviata il 17 giugno, viene richiesta la modifica di alcuni articoli del DDL Zan che inciderebbero “negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa e ai suoi fedeli” violando il cosiddetto Concordato, cioè il documento ufficiale che regola il rapporto fra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica. Proprio su quest’ultimo si è concentrata la polemica sui social ma, prima, andiamo a vedere meglio le motivazioni della posizione assunta dal Vaticano, gli articoli “incriminati” e cosa prevede lo stesso Concordato.
Le richieste del Vaticano
I malumori di una parte consistente della Curia romana nei confronti della proposta di legge del deputato Alessandro Zan non sono di certo una novità. Ad essere però nuovo è un intervento formale del Vaticano attraverso “una nota verbale” così diretto e anche un po’ inusuale su una legge in discussione dal Parlamento. Ma, innanzitutto, cos’è una nota verbale? In campo diplomatico quest’ultima è un testo scritto in terza persona, non firmato da un diplomatico e utilizzata per comunicare tra le ambasciate.
In quella del 17 giugno, consegnata all’ambasciata italiana dal segretario per i Rapporti con gli stati monsignor Paul Richard Gallagher, viene ribadito che la proposta di legge violerebbe “la libertà garantita alla Chiesa dall’articolo 2 del Concordato”. In sintesi potremmo dire che la Chiesa è preoccupata per la libertà di pensiero, se così può essere definita. Se qualcuno si esprimesse in pubblico con posizioni "ferme" sulla sessualità delle persone (e non solo), potrebbe commettere un reato con l’entrata in vigore della legge. Anche se il DDL cita esplicitamente in quali casi si attuerebbe, chiarendo che scatterebbe in casi ben gravi.
Oltre a questa presunta violazione della liberà d’espressione, la nota contesta l’articolo 7 del DDL Zan che prevede l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia, la bifobia, la lesbofobia e la transfobia da celebrare, sempre secondo quanto afferma la nota, in tutte le scuole di ogni ordine e grado (quindi anche quelle cattoliche).
Alcuni vaticanisti sostengono che questo atto sia frutto di un contrasto di un rapporto complicato tra il Papa e il clero italiano. Dall’altro lato sembra cresce il senso di insoddisfazione e di inadeguatezza degli ecclesiastici nei confronti del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, accusato di eccessiva timidezza nel difendere le posizioni della Chiesa. Il
Pontefice, in un documentario dello scorso ottobre, aveva aperto alle unioni civili dicendo che: "Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge di convivenza civile. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo."
Cosa prevede il Concordato?
Il testo a cui tutti fanno riferimento nelle ultime ore - il Concordato - fu invece redatto in prima battuta nel 1929 per regolare i rapporti tra il Regno d’Italia e la Chiesa Cattolica, fa parte dei Patti Lateranensi che includevano anche un trattato con una relativa convenzione finanziaria e, inoltre, risolveva la famosa questione romana. L’attuale testo del Concordato risale però alla revisione fatta nel 1984.
Per quanto riguarda il DDL Zan, come abbiamo già precedentemente sottolineato, quest’ultimo interviene su due articoli del codice penale ampliando la legge Mancino (la legge principale del nostro ordinamento per punire i crimini derivati dall’odio) attraverso l’inserimento di un'aggravante per le discriminazioni legate a sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità accanto a quelle, già previste, per razza, etnia e religione.
In sintesi, potremmo dire che il testo non limita la libertà d’espressione: se la Chiesa si preoccupa dei suoi sostenitori più 'ortodossi' va detto che, approvata la legge, quest’ultimi potranno continuare a pensarla come vogliono in merito alle coppie omosessuali. Il reato, infatti, scatterebbe solo in casi di evidente odio e discriminazione.
La replica del premier e la bagarre sui social
Considerato tutto questo, il premier Mario Draghi si è limitato a replicare che "il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per rispettare gli impegni internazionali, tra cui il Concordato. Ci sono controlli preventivi nelle commissioni parlamentari. Ci sono controlli successivi della Corte costituzionale".
Alle parole del presidente del Consiglio si sono aggiunte anche quelle di diversi artisti, dalla cantante Elodie che ha ringraziato i genitori "per non averla battezzata" al rapper Fedez, che ha accusato il Vaticano di non aver pagato le tasse arretrate sugli immobili.
Bisogna sottolineare, però, come ha replicato l’amministratore del patrimonio della Santa Sede, monsignor Nunzio Galatino, che nel 2020 l’Apsa (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica) ha pagato allo Stato italiano 5,95 milioni di euro di IMU (per i suoi immobili) e 2,88 milioni di euro di IRES (per le sue attività). Sfatato dunque il mito “della Chiesa che non paga le tasse”. Ma forse Fedez faceva riferimento alla sentenza emessa il 6 novembre del 2018 dalla Corte di Giustizia Europea che, annullando la decisione della Commissione del 2012 e la sentenza del Tribunale Ue del 2016, chiedeva il recupero di una cifra che, secondo le stime dell'Associazione dei Comuni, si aggira intorno ai 4-5 miliardi nel periodo tra il 2006 e il 2011.
Durante questi anni, infatti, era consentito al Vaticano di non pagare l’imposta patrimoniale sulle attività commerciali (ICI) negli edifici che contenevano una cappella.
Ma, a distanza di tutto questo tempo, sapete perché la Chiesa non ha ancora pagato l’ICI arretrata? Semplicemente perché la cifra esatta non è stata ancora quantificata e proprio l’incapacità di stimare il debito esatto (maggiore di 4 miliardi di euro secondo l’Unione Europea, sui 5 miliardi per l’ANCI) è l’impedimento principale che non permette di chiudere il caso ICI.
Paolo Di Falco