
I testi delle canzoni di Sanremo 2026 sono stati pubblicati da ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’ a una settimana dall’inizio del Festival, in programma al Teatro Ariston dal 24 al 28 febbraio 2026.
Trenta brani inediti, trenta storie da decifrare prima ancora di ascoltarle dal vivo. Come ogni anno, l’uscita dei testi è accompagnata da polemiche, interpretazioni, retroscena e prime letture a caldo: c’è chi cerca la frase destinata a diventare citazione, chi fiuta il tormentone, chi prova a capire se dietro un verso si nasconda un riferimento personale o politico.
In questa diretta seguiremo tutti gli aggiornamenti legati ai testi delle canzoni in gara, tra indiscrezioni, interviste e prime analisi.
Indice
Testi Sanremo 2026: tutti gli aggiornamenti in tempo reale
In questo spazio seguiremo minuto per minuto la pubblicazione dei testi di Sanremo 2026. Riporteremo le prime dichiarazioni degli artisti, i temi ricorrenti, eventuali curiosità emerse dalle interviste e le reazioni del pubblico.
Il testo alterna ricordi concreti (un vecchio diario, il primo anniversario, graffiti sbiaditi) e dichiarazioni assolute: “Sei nell’anima e lì ti cercherò”. Il mondo fuori è instabile, “vuoto di empatia”, ma la coppia resta un argine, una scelta reiterata nel tempo.
La chiave è tutta nella formula che dà il titolo al brano. Raf racconta che nasce da una promessa di matrimonio riscritta con parole sue: non “finché morte non vi separi”, ma “ora e per sempre”. Una dichiarazione meno solenne e più immediata, quasi fisica. L’arrangiamento, con sfumature elettroniche vintage, accompagna questa idea di amore duraturo ma non museale: vivo, ancora presente.
Il testo si muove tra immagini ampie – deserti, oasi, profezie – e riflessioni quasi aforistiche: santi e peccatori, filosofi del niente, solitari in compagnia. La vita è insieme semplicità e follia, utopia e vanità. C’è una dimensione teatrale evidente, quasi solenne.
L’idea del brano nasce da un sogno, racconta lei: un’immagine scintillante trasformata in canzone. E il messaggio è netto: siamo tutti opere d’arte, anche quando camminiamo nella notte. Non confessione, ma manifesto estetico.
Il cuore del brano sta in una frase che ribalta tutto: “La realtà non si vede finché tu non mi vedi”. L’identità non è autonoma, nasce nello sguardo reciproco. Supportarsi, sopportarsi, riconoscersi: la relazione diventa specchio.
C’è diffidenza (“non credo a chi mi ama”), confusione tra conforto e ostacolo, paura di essere scontato o dimenticato. Il tono è diretto, quasi confessionale.
Nayt ha definito il pezzo intimo e sincero: un tentativo di mostrarsi senza filtri. Non un manifesto generazionale, ma un’esposizione personale. E quel ritornello suona come una richiesta semplice e radicale: vedimi davvero.
Il gesto ossessivo è sempre lo stesso: scorrere le foto all’infinito e ridere da solo. C’è autoironia – “pensa tu che scemo” – ma anche una ferita che non si rimargina. Il momento più forte arriva quando ammette di non ricordare più il nome dell’altra persona, “a forza di chiamarti amore”. Identità dissolta nella relazione.
Bravi ha spiegato che il brano nasce dal tentativo di trasformare l’ironia in musica: la goffaggine, l’essere fuori posto, il non essere sempre performanti. È un inno fragile, disordinato, umano. E quel “prima o poi” suona più come speranza che come certezza.
Il testo alterna ironia e frustrazione: supermodelle impeccabili, popstar sorridenti, ansie da performance. Poi la svolta: se abbiamo fame, sete o siamo soli, non è sempre colpa nostra. Il ritornello diventa dichiarazione programmatica – “ce la prendiamo e basta” – e la “rapina” evocata è una metafora chiara: riprendersi la propria vita senza chiedere permesso.
La canzone, raccontano, è nata in cucina dopo un karaoke, lontano da qualsiasi calcolo festivaliero. Il messaggio è netto: la felicità non è una gara. È un diritto. E se serve, si va a prendersela.
Il centro del brano è la confidenza: dirsi di notte ciò che di giorno resta nascosto. L’amore diventa cura concreta – “la voce tua nei giorni tristi guarisce il mio disordine” – e possibilità di restare anche quando arrivano le paure.
C’è l’idea di fuga (“domani ce ne andiamo via”), ma più forte è la scelta di restare e costruire. Non un amore idealizzato, piuttosto un equilibrio che si trova parlando, ascoltando, condividendo fragilità.
Mara Sattei ha raccontato che il pezzo nasce dall’inizio della storia con il compagno, che firma anche tra gli autori. Lo definisce sincero e accogliente. E in effetti la cifra è quella: dolcezza senza artifici, sentimento dichiarato, futuro che si intravede.
L’immagine chiave è potente: “puntiamo alla luna come animali notturni”. Non creature feroci, ma istintive, capaci di orientarsi nel buio. La relazione è descritta come uno spazio dove ci si sceglie ogni giorno, anche quando fuori “nessuno ci capirà mai”.
Il testo alterna desiderio concreto – svegliarsi insieme, addormentarsi davanti a un film – e bisogno fisico dell’altro (“manca ossigeno” quando vai via). L’amore qui è maturo, non ingenuo: non promette eternità, ma chiede di ignorare la parola fine.
Malika lo ha spiegato così: un brano dinamico, da ascoltare in movimento, che parla della bellezza di scegliersi. Non idealizzazione, ma decisione.
Luchè alterna confessione sentimentale e autoritratto. Da una parte la perdita – “non dormirò più tra le braccia tue” – dall’altra l’identità pubblica, le crisi, l’ambizione, il bisogno di distinguersi. C’è il peso dell’ego, ma anche la consapevolezza che si compete prima di tutto con sé stessi.
Il ritornello insiste su un’immagine potente: lei “bella come una bugia detta per non piangere”. Fascino e illusione insieme. E poi quel dettaglio finale, le chiavi dell’uscita consegnate all’altra persona: come se liberarsi dipendesse ancora da lei.
Luchè ha spiegato che il brano parla di sentirsi intrappolati, soprattutto quando si ha un’anima sensibile. E che lui stesso sta ancora cercando la sua via d’uscita.
Il testo è essenziale, costruito su immagini sensoriali e su una domanda implicita: come si spiega l’amore quando coincide con una persona? La risposta arriva nel verso chiave: “Se l’amore sei tu”. Non una definizione astratta, ma un’identificazione totale.
C’è vulnerabilità – “mostrarsi anche nelle miserie” – e c’è stupore, quello che farebbe “lacrimare” chi potesse vedere con gli stessi occhi. La forza del brano sta proprio nella nudità espressiva: pochi artifici, tono delicato, intensità concentrata. È un pezzo che non urla, ma vibra.
Roma d’agosto, motorini, felpe macchiate di eyeliner: il brano è pieno di dettagli concreti che rendono l’amore meno idealizzato e più vissuto. C’è attrazione, c’è conflitto, c’è quella sensazione di essersi fatti male “così, senza volerlo”.
Il punto non è la rottura, ma l’arrivederci. L’idea che tra vent’anni ci sia ancora qualcosa da dirsi, magari da ricominciare. Gassmann insiste su un sentimento che attraversa molte sue canzoni: la speranza. Anche quando ci si perde, fare pace – o tornare – può essere la cosa più naturale di tutte.
Il ritornello insiste su un’idea chiave: “solo così ci sentiamo a casa”. La relazione è descritta come una metropoli solitaria, piena di “ma” e di “se”, ma anche come un luogo necessario, quasi vitale. L’inserto in dialetto (“Ossaje che è una tarantella…”) rafforza l’identità partenopea e il legame con le radici.
I due artisti sottolineano che il punto di forza è la loro unione artistica: due mondi diversi che danno vita a un pezzo ballabile, fresco, aperto a più interpretazioni. Può essere dedicato a una persona, a una città, a un’amicizia. L’ambiguità è voluta: ognuno può trovarci la propria storia.
Il tono è sarcastico ma affettuoso, un autoritratto senza filtri in cui convivono difetti, abitudini e piccoli compromessi. Il ritornello volutamente “brutto” e ripetitivo diventa parte del gioco: una canzone semplice che serve a rendere memorabile il messaggio.
J-Ax spiega che l’idea nasce proprio osservando i meme online e chiedendosi quale sarebbe il pacchetto base per essere italiani. La vera novità, però, è sonora: il brano si muove verso il country, segnando per lui un cambio di territorio musicale.
Fulminacci costruisce il brano per immagini: una foto sott’acqua, un cinema all’aperto, la metro che soffia tra piastrelle e rovine, manifesti tra la folla che passa. Tutto scorre – “classifiche e Sanremi”, “taxi treni aerei” – mentre il protagonista resta fermo, con più pensieri e meno fiducia.
Il ritornello insiste su due presenze: sfortuna e paura, entrambe ripetute come un mantra. C’è smarrimento concreto (“continuo a perdere le chiavi di casa”), ma anche uno più profondo: l’infinito che spaventa come il cielo o il mare aperto.
Nelle parole rilasciate a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, Fulminacci parla di solitudine malinconica, lasciando al pubblico il compito di completare il quadro. Il risultato è una canzone che non spiega, ma evoca.
L’immagine è concreta – “lascialo in macchina” – come se il lato oscuro potesse restare fuori dalla relazione. Al centro c’è l’idea che l’altro rappresenti la parte migliore di sé, quella che salva e orienta quando le parole bruciano in gola.
Il brano alterna vulnerabilità e desiderio di crescita: ridere, cambiare, guarire, imparare dagli errori. Renga parla apertamente di fragilità maschile e della tendenza a nascondere ciò che non funziona, accumulando tensioni che poi esplodono. Il messaggio è chiaro: prima si affrontano i propri nodi, poi si può costruire un rapporto sano.
Fedez inserisce versi diretti, quasi autobiografici, tra giudizio pubblico e identità mediatica (“che brutta gente che frequenta Fedez”), mentre il ritornello insiste sull’idea che il dolore attraversato abbia una funzione. Il male come passaggio obbligato, non come condanna definitiva.
Nelle parole rilasciate, Masini parla di coraggio e speranza nei periodi di sopportazione. Il testo non addolcisce la crisi: la attraversa. E arriva a una conclusione amara ma lucida – ringraziare persino ciò che ha ferito, perché parte del percorso.
Le immagini sono delicate e durissime insieme: la bambola ritrovata, i fiori in un cortile, una nuvola che risale dalla casa. Il ritornello ripete la formula della ninna nanna, ma la trasfigura: la notte si avvicina e la preghiera non basta più.
Nelle parole rilasciate a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, Meta spiega che l’ispirazione nasce dalla figlia che canticchiava “Stella stellina”. Da lì l’urgenza di raccontare l’impotenza di fronte alla brutalità della guerra. La collina che attende primavera diventa simbolo di rinascita, ma senza retorica: è una speranza fragile, che convive con la rabbia.
Nel testo compaiono frammenti di vita – il primo amore a quindici anni, l’ingenuità, il cambiamento – alternati a una consapevolezza più adulta: il tempo ruba il posto, sorpassa, non torna indietro. Intanto fuori “scoppia un altro inferno”, segno di un mondo instabile che fa da sfondo alla riflessione personale.
Il cuore del brano sta nella caduta: i “mostri dentro”, la pressione di dover andare sempre bene, il bisogno di chi resta accanto quando si tocca il fondo. Nelle parole rilasciate a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, Nigiotti parla di una fotografia nata nel periodo Covid, ma che riguarda tutti: cadere come passaggio necessario per tornare a volare.
Il testo mette in scena una relazione fatta di alti e bassi continui: “un po’ ti odio un po’ I love you”, porte che sbattono, rabbia che esplode e poi si scioglie in pista da ballo. L’amore non è idealizzato, ma vissuto come impulso, istinto, desiderio che ritorna anche quando sembra finito.
Il riferimento a Raffaella Carrà e l’invito costante al ballo chiariscono l’intenzione: trasformare il caos emotivo in festa collettiva. Baci “come ciliegie”, televisione accesa, alba che arriva senza accorgersene: immagini semplici, immediate, pop.
Nelle dichiarazioni a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, Elettra spiega che il pezzo se lo sente cucito addosso e che il suo obiettivo è uno solo: far ballare l’Ariston e mostrare un’evoluzione rispetto al passato. Un brano che punta sull’energia più che sulla riflessione.
Il testo ruota attorno a un meccanismo che si ripete: lei sceglie uomini che la feriscono, poi torna da chi la raccoglie quando tutto crolla. E lui osserva, consola, asciuga il mascara, mentre dentro si consuma. La frase chiave è durissima: “È più facile per te farti spogliare che spogliarti il cuore”.
Il titolo diventa metafora evidente: gli altri uomini girano intorno “come avvoltoi”, pronti ad approfittarsi della fragilità. Ma anche il narratore, in fondo, è intrappolato in un ruolo che lo fa soffrire.
Una ballata amara su dipendenza emotiva, autosabotaggio e amore trattenuto, senza romanticizzazioni.
Moda, snobismi, feste vuote, foto obbligate, networking forzato, spiritualità da tutorial, spam, F24: il testo accumula dettagli quotidiani fino a creare una sensazione di vertigine. Il fastidio diventa ritmo, quasi mantra, mentre sotto la superficie c’è un senso di disorientamento – è il mondo a essere fuori asse o sono io?
Nelle dichiarazioni a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’ l’artista racconta che il brano nasce da un momento di crisi personale, e lo definisce provocatorio ma anche autoironico: nel mirino finiscono pure le proprie abitudini. Musicalmente coerente con il suo stile, alterna ironia e tensione. E mentre tutto infastidisce, l’unica certezza resta la voce: per lei, il riscaldamento vocale è una forma di meditazione.
Il testo è un flusso di immagini pop, estive, italiane – l’Autostrada Adriatica, il “Bel Paese”, l’olio d’oliva – mescolate a riferimenti alla rete, alle password, ai limiti dell’AI. L’amore che va e viene (“mi dici vieni qui e poi te ne vai”) convive con la domanda più ampia: chi controlla davvero la creatività oggi?
Musicalmente richiama anni ’70 e ’80, l’alba dell’elettronica, mentre il ritornello martellante “AI AI” diventa tormentone e avvertimento insieme. Nelle dichiarazioni a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, Dargen parla di un dolore che rischia di cronicizzarsi se ignorato. Sotto il tono leggero e ironico, c’è una provocazione: vogliamo che l’immaginazione diventi territorio delle macchine?
Il testo è diretto, quasi brutale. Un letto che non sembra più fatto per due, promesse in cui si è “quasi” creduto, il bisogno di andare sotto casa senza trovare il coraggio di parlare. Rimane una “scheggia”, qualcosa che punge e non si toglie.
Il ritornello insiste sulla ripetizione del pensiero, trasformando il ricordo in loop emotivo. E poi la domanda centrale: a cosa serve amarsi se si finisce per odiarsi?
Come spiegato a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, è una storia in cui chiunque può riconoscersi. Il ritmo è sostenuto, ma la materia è cruda: disillusione, rabbia, dipendenza affettiva. Non c’è consolazione, solo l’agonia di un sentimento che tarda a spegnersi.
Il ritornello – “In questi tempi di odio tu resta con me” – è la frase chiave: un appello diretto, quasi collettivo, in un presente percepito come fragile e conflittuale. Crescita, errori, amori finiti, resistenza emotiva si intrecciano in un racconto che alterna vulnerabilità e forza.
Tra gli autori c’è anche Nesli, collaborazione dichiarata apertamente dal gruppo. E la scelta sonora è precisa: più chitarre, più rock, senza smussare l’identità. Sanremo diventa così una vetrina per un’attitudine che non vuole addolcirsi.
Il ritornello – “C’era una volta l’oceano” – ha il tono della fiaba, ma il racconto è concreto: nostalgia del padre, bisogno di tornare tra le braccia della madre, il tentativo di ricomporre le fratture interiori. L’arcobaleno che sostituisce il bianco e nero diventa immagine chiave: superare la visione polarizzata dell’amore.
Nelle parole rilasciate a ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’, Arisa spiega che il brano segna un cambio di sguardo: meno struggimento per relazioni sbagliate, più apertura a un’idea universale e plurale dell’amore. La canzone è pensata come un abbraccio a sé stessa e al pubblico, una riconciliazione tra la bambina di ieri e la donna di oggi.
Vediamo ora di cosa parlano e se ci sono informazioni dell'ultimo minuto attorno alla pubblicazione.
A presentare l'evento Jody Cecchetto, che svelerà i testi in anteprima solo ad alcuni influencer, ma con una notizia: da mezzanotte i testi saranno disponibili a tutti, online sul sito di Tv Sorrisi e Canzoni
Lo definisce un “finto brano scemo”: leggero in superficie, ma in realtà centrato su profondità, relazioni scelte consapevolmente e libertà dal giudizio altrui. Musicalmente guarda al funk soul anni ’70, con chitarre e ritmi pieni, lontani da qualsiasi rincorsa al suono “giovanile”.
L’amore raccontato non è quello fugace, ma quello che si sceglie ogni giorno, che si coltiva e si rinnova. Un’evoluzione tematica evidente. E l’ombra di Ornella Vanoni, evocata come spirito guida, suggerisce un’eleganza interpretativa che potrebbe pesare molto in classifica.
Dalle prime anticipazioni, la canzone si presenta come un pezzo sfacciato e impertinente, capace di mescolare sonorità pop ed elettroniche con un testo che è una vera e propria dichiarazione d’intenti contro le ipocrisie quotidiane.
L'artista ha rivelato una parola chiave che attraversa ossessivamente la canzone: “Matta”, termine che usa per rivendicare una libertà espressiva fuori dagli schemi e un’identità artistica al cento per cento autentica.
“Stupida sfortuna” non è solo un pezzo pop, ma una camminata notturna nei propri ricordi, pronta a convincere il pubblico grazie a quell'equilibrio perfetto tra ironia e malinconia che è ormai il suo marchio di fabbrica.
Il debutto a Sanremo 2026 con “Avvoltoi” segna il passaggio definitivo dallo schermo di uno smartphone al grande pubblico, portando con sé un’urgenza comunicativa che non teme il confronto con la tradizione.
Il brano è un’analisi cruda di un amore che scava solchi profondi, un sentimento "carnivoro" che obbliga a una nuda introspezione. Attraverso la parola chiave “spogliare”, Brock descrive la necessità di privarsi di ogni difesa e sovrastruttura per guardarsi dentro davvero, accettando che il dolore sia l'unico specchio fedele per ritrovarsi.
J-Ax prende in prestito un’espressione nata sui social – lo “starter pack”, il pacchetto base che definisce un’identità – e la trasforma in una lista di istruzioni per l’uso del Paese: furbizie quotidiane, compromessi, piccole illegalità normalizzate, cinismo diffuso, abitudini collettive raccontate con tono affettuosamente caustico.
Il ritornello, volutamente pop e ripetitivo, funziona come un tormentone costruito per restare in testa, mentre sotto l’ironia affiora un discorso più amaro sulla sopravvivenza e sull’adattamento.
Anche le influenze country richiamate nei primi racconti rafforzano l’idea di un brano “on the road”, diretto, popolare. Per J-Ax è il ritorno all’Ariston, ma da solista: un debutto che punta sull’autoironia per parlare di identità nazionale senza filtri.
Per leggerli basterà andare sul sito di ‘Tv, sorrisi e canzoni’ o comprare la rivista in edicola.
Noi intanto monitoriamo la situazione per andare alla ricerca di dettagli nascosti che possono dare nuovi spunti interpretativi ai brani in gara.
Dalle anticipazioni emerse a ‘RaiNews’, il testo si muove nella direzione di una fiaba contemporanea fatta di gesti minimi, relazioni quotidiane, fragilità condivise.
Ma chi sono i romantici? “Sono io, sei tu, siamo noi”: così ha sintetizzato il senso della canzone, lasciando intendere un racconto collettivo più che individuale.
Il momento personale – la nascita della figlia Anna nel 2025 – sembra aver inciso sulla sua scrittura recente, rendendola più intima e diretta. Dopo l’esperienza con i Thegiornalisti e gli anni da autore per altri artisti, Paradiso porta al Festival un testo che punta sull’identificazione emotiva e su un romanticismo dichiarato, senza ironia di protezione.
Il brano nasce da una domanda radicale: cosa resta di noi quando cadono ruoli, abitudini e sovrastrutture sociali. Al centro c’è il tentativo di stare insieme agli altri senza perdersi, la difficoltà di riconoscere l’altro in un tempo segnato da divisioni – affettive, sociali, professionali.
Associato spesso al rap “conscious”, Nayt rivendica un approccio che rifiuta semplificazioni e cliché da rapper ostentato. L’obiettivo sembra essere uno: usare il palco più popolare d’Italia per proporre un testo che chieda ascolto e approfondimento, più che consenso immediato.[/liveupdate]
[liveupdate titolo="Serena Brancale e “Qui con me”: lutto, verità e ritorno all’essenziale
Il brano si configura come confessione e ringraziamento insieme: il racconto di un legame che continua oltre l’assenza e che ha accompagnato i primi passi tra provini e concerti jazz. Nessuna maschera, nessuna sovrastruttura scenica: solo la voce, al centro, per restituire al pubblico una verità nuda e una memoria che diventa presenza.
Arisa ripercorre la propria traiettoria – dagli esordi di “Sincerità” alla maturità di oggi – mettendo al centro una conquista precisa: la sicurezza in sé stessa. Nel brano canta dei trent’anni segnati dall’etichetta della “bella voce”, dei quaranta vissuti come ricerca di pace, dei cinquanta immaginati davanti al mare di Pantelleria.
Il filo rosso sembra proprio l’autodeterminazione: l’idea che il compimento femminile non passi per forza da una relazione o dalla maternità, ma da una centratura interiore. Un testo che promette confessione, memoria e presa di posizione insieme.
Con un annuncio pubblicato su Instagram, ‘Tv, Sorrisi e Canzoni’ ha comunicato che, per la prima volta nella sua storia, i testi delle canzoni di Sanremo 2026 verranno pubblicati in anteprima sui propri canali social, prima ancora dell’uscita del numero in edicola.
In particolare, si tratterà di una serata evento digitale con il coinvolgimento di alcuni creator molto seguiti online. In programma spoiler, quiz, giochi interattivi e anticipazioni sui ritornelli più attesi, oltre a curiosità sui significati nascosti dei brani in gara.
Sanremo 2026: tutti i titoli delle canzoni in gara
Ecco la lista completa delle canzoni di Sanremo 2026.
- Arisa – Magica favola
- Bambole di Pezza – Resta con me
- Chiello – Ti penso sempre
- Dargen D'Amico – Ai ai
- Ditonellapiaga – Che fastidio!
- Eddie Brock – Avvoltoi
- Elettra Lamborghini – Voilà
- Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
- Ermal Meta – Stella stellina
- Fedez & Masini – Male necessario
- Francesco Renga – Il meglio di me
- Fulminacci – Stupida sfortuna
- J-Ax – Italia starter pack
- LDA & Aka 7even – Poesie clandestine
- Leo Gassmann – Naturale
- Levante – Sei tu
- Luchè – Labirinto
- Malika Ayane – Animali notturni
- Mara Sattei – Le cose che non sai di me
- Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
- Michele Bravi – Prima o poi
- Nayt – Prima che
- Patty Pravo – Opera
- Raf – Ora e per sempre
- Sal Da Vinci – Per sempre sì
- Samurai Jay – Ossessione
- Sayf – Tu mi piaci tanto
- Serena Brancale – Qui con me
- Tommaso Paradiso – I romantici
- Tredici Pietro – Uomo che cade