
Ventidue anni, romana, una voce graffiante che attraversa il dolore senza edulcorarlo. Angelica Bove è la finalista delle Nuove Proposte di Sanremo 2026.
Dopo aver superato Mazzariello, si gioca la finalissima contro Niccolò Filippucci con “Mattone”, il brano che le ha consegnato la vittoria a Sanremo Giovani.
La sua presenza all’Ariston è l’esito di un percorso personale segnato da una perdita devastante e da una scelta precisa: trasformare quel peso in materia artistica.
Sul palco porta una ballata introspettiva, essenziale negli arrangiamenti e diretta nelle parole. Dietro c’è una storia che parte da lontano, da una stanza di Roma e da video caricati sui social, molto prima dei riflettori.
Chi è Angelica Bove
Ventidue anni, romana, Angelica Bove comincia pubblicando cover sui social. Nel 2019 la sua vita cambia radicalmente: perde entrambi i genitori a soli 15 anni e resta insieme ai suoi cinque fratelli. Una frattura che segna la sua scrittura e la sua voce.
Il grande pubblico la conosce nel 2023 a X Factor, dove arriva fino alla semifinale classificandosi sesta con “Inverno”, brano scritto per lei da Tananai e Davide Simonetta.
Nel 2025 vince Sanremo Giovani con “Mattone”, prodotto da Federico Nardelli e scritto insieme a Matteo Alieno. Una canzone che, inizialmente, non voleva nemmeno presentare. “Stavolta non volevo partecipare, è stato il mio staff a convincermi dopo aver sentito la canzone. Abbiamo fatto tutto in fretta, l’abbiamo inviata pochi minuti prima della scadenza”, ha raccontato.
All’inizio del 2026 pubblica il primo album, “Tana”: nove tracce essenziali negli arrangiamenti, attraversate da una scrittura pulita e da un’ironia sottile anche nei passaggi più scuri.
A sostenerla, da casa, ci sono i suoi fratelli. “Oltre a tre gemelli, ho anche un fratello più grande, di 27 anni, e uno più piccolo, di 21, abbiamo condiviso il più grande dolore della nostra vita. Parlare con loro è come parlare con me stessa”.
Il testo di “Mattone”
Dicono che per amare serve stare bene da soli
di non accontentarsi pur di rimanere insieme
da fuori noi ci somigliamo come i cani coi padroni
ma non ci capiamo come figli e genitori
mi prendo un alto po’
troppe informazioni
che mi confondo
Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà
lo ha detto il dottore che mi devo abituare
a stare male in modo normale
come tutte le altre persone
a stare male in modo normale
come tutti gli altri
e ritornare a vivere
Dicono che per odiare serve litigare
servono parole dette bene
io che mi ritrovo sempre a dire cattiverie
fino a tre non riesco mai a contare
perdo la pazienza come perdo le occasioni
sono treni così, lontani
aspetto ancora un po’
troppe direzioni
possibili
Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà
lo ha detto il dottore che mi devo abituare
a stare male in modo normale
come tutte le altre persone
a stare male in modo normale
come tutti gli altri
e ritornare a vivere
Dicono che porto un peso
che per me è un mattone
ma un mattone serve a costruire
Il significato di “Mattone”
“Mattone” nasce dal lutto e dalla ricostruzione. È una canzone che mette al centro la sofferenza, ma la osserva senza vittimismo. Il “mattone” è il peso che tutti vedono, la tragedia che definisce dall’esterno. Nel testo, però, quel peso cambia funzione: diventa materiale per costruire.
Angelica ha spiegato sui social l’origine del brano: “Tre anni fa c'è stato un momento in cui stava per diventare troppo facile scegliere di non combattere più e dare la colpa al peso insopportabile di una tragedia più grande di me, per giustificare quella scelta. Poi ho guardato le stesse ferite negli occhi dei miei fratelli e, sperando che trovassero loro la forza di affrontare quel dolore, ho capito che dovevo darmi la possibilità di farlo anch'io”.
La canzone traduce quel passaggio: dall’idea di soccombere alla decisione di restare. La pioggia che cade, l’abitudine a “stare male in modo normale”, la terapia evocata nel ritornello, sono tasselli di un percorso di consapevolezza. Il dolore non scompare, cambia forma. E diventa struttura.