william galimberti

Il mondo del marketing sportivo è il sogno di tantissimi appassionati, ma come si finisce concretamente a gestire le sponsorizzazioni di uno dei brand più famosi e rivoluzionari del pianeta?

La risposta non sta necessariamente in un percorso fuori dal comune, ma nel modo in cui si affrontano le opportunità. William Galimberti, oggi Responsabile Marketing Sportivo per Red Bull, ha tracciato una strada che unisce una solida preparazione accademica italiana a una straordinaria dose di intuito, empatia e un pizzico di sana follia. Oggi condivide le tappe del suo viaggio e le lezioni apprese sul campo.

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Come si finisce a gestire il marketing sportivo di uno dei brand più famosi del pianeta?  La storia di William Galimberti, Responsabile marketing sportivo Red Bull, è quella di un ragazzo come tanti che si laurea in una università statale italiana ma che (come pochI) scala i vertici dei posti in cui lavora grazie alla passione (e a un po' di sana pazzia). Oggi è il nostro Pro(f) per un giorno per condividere alcuni dei suoi segreti. Ecco i 3 punti che ti dovresti ricordare: 1 L'empatia batte il CV: farsi notare per la propria attitudine e creatività durante il percorso di studi può aprirti porte inaspettate 2 Il budget ridotto aguzza l'ingegno: all'inizio fare sponsorizzazioni costava meno della pubblicità classica a Red Bull, per cui segliere sport estremi e di nicchia è stata la mossa di business perfetta per farsi notare senza spendere cifre astronomiche 3 Credere nell'underdog: supportare discipline che i media tradizionali ignoravano ha permesso a Red Bull di costruire una credibilità che oggi è indistruttibile. likeaprof redbull MarketingSportivo Lavoro cercolavoro

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L’inizio del viaggio: quando l'empatia supera il curriculum

Contrariamente a quanto si possa pensare, il percorso di Galimberti inizia in modo lineare: una laurea in un'università statale e, a seguire, un master specialistico. È proprio durante questo percorso di studi che avviene la svolta, dimostrando che le relazioni umane e l'attitudine contano più di una lista di competenze su un foglio.

"Durante il master ho conosciuto il mio primo capo. La nostra interazione è stata immediatamente spontanea, naturale e creativa. Il giorno dopo mi ha chiesto il CV e tre giorni dopo ho iniziato a lavorare."

Questo primo passo lo porta nel 2007 in Fiat, per la precisione in Lancia, come stagista nella comunicazione internazionale. Una scuola durata ben dieci anni, un periodo intenso che Galimberti definisce fondamentale per comprendere la politica aziendale, imparare a gestire le persone e, soprattutto, a superare quelle "difficoltà incredibili spesso auto-create" tipiche delle grandi multinazionali.

Dopo una successiva esperienza di due anni in Oakley (Gruppo Luxottica), nel finire del 2017 si aprono le porte di Red Bull, dove da quasi nove anni continua a muoversi all'insegna del puro divertimento professionale.

La filosofia Red Bull: il budget ridotto che aguzza l'ingegno

Oggi vediamo Red Bull ovunque, dalla Formula 1 alle imprese estreme globali, ma la sua egemonia nel marketing sportivo affonda le radici in una strategia iniziale legata a una necessità molto pragmatica: il risparmio economico.

All'inizio della sua storia, Red Bull ha scelto la strada delle sponsorizzazioni sportive semplicemente perché costavano meno della pubblicità tradizionale. Anche l'estetica del brand ha seguito questa filosofia "low cost": i primi iconici tori venivano disegnati a mano da un grafico amico del fondatore, una soluzione economica che ha gettato le basi per un'identità visiva intramontabile.

Invece di competere immediatamente sui palcoscenici tradizionali e costosi (come la stessa Formula 1, dove comunque oggi il brand domina), Red Bull ha deciso di investire sugli sport estremi e di nicchia.

Credere nell'underdog per costruire una credibilità indistruttibile

La vera intuizione della scuderia Red Bull è stata quella di dare fiducia e supporto a discipline che i media tradizionali tendevano a ignorare, come Sci alpinismo, Arrampicata e Snowboard.

Sponsorizzare atleti di sport considerati "minori" ha permesso al brand di muoversi in territori quasi inesplorati. Questa scelta non solo ha evitato investimenti astronomici all'inizio, ma ha permesso a Red Bull di fare un lavoro di semina straordinario.

Nel corso degli anni, quegli stessi sport e quegli atleti sono progressivamente saliti alla ribalta della cronaca e dell'interesse pubblico, portando con sé il brand che per primo aveva creduto in loro. È così che si costruisce una credibilità di marca indistruttibile: diventando parte integrante della crescita di una community, prima ancora che una semplice scritta sulla maglietta.

Da quella scommessa sugli "underdog" si è arrivati a ridefinire i confini del marketing moderno, firmando imprese storiche come il leggendario tuffo dalla stratosfera, il punto più alto – in tutti i sensi – di una visione che continua a fare scuola.

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