
La prima cosa da sapere su Pino Insegno è che, se provi a imitarlo, lui ti corregge. Non per spocchia o cattiveria, ma perché lui, che con la voce ci lavora da una vita, sa che è una cosa seria.
La seconda è che il re del doppiaggio italiano sa essere parecchio ingegnoso. Durante il suo esame di Maturità, infatti, mise in piedi una strategia di copiaggio così elaborata da sembrare uscita dalla mente del Professore de La Casa di Carta.
Ospite del format #Wannabe di Skuola.net, l’attore, doppiatore e conduttore si è raccontato al Direttore Daniele Grassucci passando dal tono epico di Aragorn alla voce stralunata di Borat, dagli anni del liceo al primo grande “no” ricevuto nel doppiaggio, fino a un progetto che usa l’intelligenza artificiale per aiutare chi ha perso la voce a ritrovarne una.
Vieni con noi in questo viaggio dentro la carriera di uno dei volti e delle voci più riconoscibili dello spettacolo italiano: continua a leggere l’articolo e guarda la puntata di #Wannabe direttamente su YouTube!
Indice
- “La voce non è un trucco”: la mini masterclass di doppiaggio
- La Maturità e la “pesca miracolosa”
- Le “batoste” ti aiutano a crescere (e a diventare chi sei)
- La paura prima del palco? Serve
- Il giorno in cui ha incontrato Sean Connery
- Voice for Purpose: quando l’IA ha uno scopo nobile
- La famiglia, la riconoscenza e il desiderio più grande
- Glossario: i termini del mestiere
- 3 consigli pratici da Pino Insegno
“La voce non è un trucco”: la mini masterclass di doppiaggio
La voce non serve solo a parlare. Serve a convincere, rassicurare, emozionare, far ridere, far credere a chi ascolta che quello che stai dicendo sia vero: durante l’intervista, Pino Insegno ha trasformato lo studio in una piccola masterclass.
Non basta avere una voce profonda o riconoscibile. Anzi, secondo lui il segreto è proprio non restare bloccati in un solo modo di parlare. La voce va “liberata”, non deve restare ingolata, e deve cambiare a seconda del personaggio, della scena, dell’intenzione.
Per questo un eroe come Aragorn può avere una voce più profonda, più solenne. Borat, invece, vive di tutt’altro ritmo, tutt’altra energia, tutt’altra postura vocale. E un personaggio come Tony Lip in Green Book richiede una sfumatura ancora diversa, più sporca, più umana, più vicina alla verità del personaggio.
"La voce è lo strumento di comunicazione più importante che c'è, ma non è la bella voce, sono le giuste intenzioni che utilizza la voce. Se parli in una certa maniera puoi tranquillizzare, se utilizzi altro, la devi movimentare. È un muscolo che parte dal diaframma e arriva dritto al cuore (o alla pancia) di chi ascolta ."
La Maturità e la “pesca miracolosa”
Tra i momenti più divertenti dell’intervista c’è sicuramente il racconto degli anni al Liceo Kennedy di Roma, dove Pino Insegno studiava insieme a quella che poi sarebbe diventata una colonna fondamentale della sua vita artistica e personale: Roberto Ciufoli.
L’amicizia tra i due - colleghi inseparabili fin dai tempi della Premiata Ditta -, nasce infatti proprio tra i banchi della scuola di Monteverde.
A questo si lega a doppio filo il ricordo che Insegno ha del suo esame di Maturità. Anche se, come lui stesso dice senza troppi giri: “Non è un buon messaggio da dare ai ragazzi”. Ma lì è nato uno degli aneddoti più assurdi della puntata: la famosa “pesca miracolosa” durante la prova di matematica alla Maturità.
Lo schema, raccontato con tono da rapina in stile La casa di carta, era più o meno questo: un filo da pesca con un peso calato dalla finestra del bagno, i quesiti fatti uscire dal liceo, due amici già diplomati pronti a recuperarli in moto, la soluzione riportata dopo qualche ora e tirata su dalla finestra.
Risultato: un 42 alla Maturità e un ricordo diventato leggenda, ma non certo un tutorial da seguire.
Le “batoste” ti aiutano a crescere (e a diventare chi sei)
Dopo gli studi, il cammino è iniziato in salita. All’inizio della carriera alcune direttrici di doppiaggio furono durissime con lui. La frase era più o meno: “Tu non lo farai mai questo mestiere”. Un colpo che avrebbe potuto fermarlo. Invece, anni dopo, Insegno lo racconta come una tappa necessaria.
Per lui i “no” fanno bene. Non perché siano piacevoli, ovviamente. Ma perché ti obbligano a capire quanto vuoi davvero qualcosa, quanto sei disposto a lavorare e quanto sei disposto a non mollare.
E non è stato l’unico no importante. Prima dello spettacolo, infatti, c’era il calcio. Insegno racconta di essere arrivato fino alla Serie C, convinto che quella potesse essere la sua strada. Poi lo svincolo, la fine improvvisa di un sogno e la paura di tornare a casa dai genitori senza sapere cosa sarebbe successo dopo.
Quella ferita, però, ha cambiato tutto.
"Quel no mi ha aperto le porte del paradiso. Se non mi avessero svincolato, avrei giocato a pallone e non avrei mai fatto questo lavoro. I no fanno bene, ti aiutano a diventare quello che sei."
La paura prima del palco? Serve
Un’altra cosa che colpisce è il modo in cui Insegno parla della paura. Alla domanda sull’ansia da prestazione, la risposta non è quella del professionista che finge di essere sempre sicuro di sé.
No, la paura c’è. C’è prima di andare in scena, c’è prima di esporsi, c’è ogni volta che si ricomincia. E per lui è un segnale positivo: il giorno in cui quella paura e quell’emozione dovessero sparire, smetterebbe di salire sul palco.
Il motivo è semplice: non dà niente per scontato. Non il successo, non il fatto che il pubblico lo riconosca, non l’applauso, non l’affetto. Ogni volta è come se fosse la prima. E infatti racconta di trattare anche la millesima persona che lo ferma per strada come se fosse la prima, perché per quella persona l’incontro avviene una volta sola.
È forse uno dei passaggi meno “urlati” dell’intervista, ma dove si intravede - dietro al personaggio ironico - la gratitudine di un professionista.
Il giorno in cui ha incontrato Sean Connery
Tra i momenti più iconici della puntata c’è anche l’aneddoto su Sean Connery. Insegno racconta di essere in sala di doppiaggio per lavorare a L’esercito delle 12 scimmie, quando gli viene chiesto di uscire perché dovevano finire di doppiare La casa Russia.
Lui pensa a un collega che stava doppiando Connery. Invece no: era proprio Sean Connery che doveva finire di doppiarsi.
A quel punto Insegno lo ferma, gli chiede un autografo per la madre e, preso dall’emozione, gli dice la cosa più assurda possibile: “Ah, non sei Roger Moore”. Una battuta uscita malissimo, che ancora oggi racconta con un misto di vergogna e comicità.
Connery, invece di prendersela, firmò l’autografo scrivendo “Roger Moore”.
Voice for Purpose: quando l’IA ha uno scopo nobile
Il momento più profondo arriva quando si parla di Voice for Purpose, il progetto che permette di donare la propria voce a chi l’ha persa o rischia di perderla a causa di malattie come la SLA o di problemi alle corde vocali.
Insegno racconta che tutto è nato anni fa, dopo un incontro legato al Centro Nemo e ai pazienti con SLA. L’idea iniziale era far donare una parola per sensibilizzare sul fatto che perdere la voce significa perdere anche una parte della propria dignità.
Ma lui si è chiesto: perché fermarsi a una parola? Perché non provare a donare tutta la voce?
Da lì è iniziato un percorso con scienziati e ricercatori, fino alla possibilità di creare una library di voci donate. Chi sa di poter perdere la voce può registrare la propria. Chi invece l’ha già persa può scegliere una voce vicina alla propria identità.
Per Insegno, questo è uno degli usi più importanti dell’intelligenza artificiale. Non quello che sostituisce, copia, svuota. Ma quello che restituisce qualcosa. Lui usa un paragone forte: "L'IA è come la bomba atomica: può distruggere o dare energia elettrica. Noi la usiamo per dare dignità".
La famiglia, la riconoscenza e il desiderio più grande
Verso la fine, la nostra intervista si fa più intima e personale. Quando gli viene chiesto di mostrare lo sfondo del telefono, Pino Insegno mostra la famiglia: i quattro figli maschi, la moglie, il pezzo più intimo della sua vita.
Ci scherza sopra, come sempre. Racconta il desiderio di avere anche una figlia femmina, prende in giro se stesso, parla del figlio più piccolo e delle persone che a volte lo scambiano per suo nipote. Ma anche qui, dietro la battuta, si vede il lato più tenero.
Poi arriva la domanda #Wannabe: chi vorresti essere? La risposta è una di quelle che sembrano leggere, ma restano: il genio della lampada, per realizzare i desideri della gente. Senza limiti.
Glossario: i termini del mestiere
Ti sei perso qualche termine per strada? Niente panico, ecco un rapido recap:
-
Anello: la breve sequenza di pellicola (o file video) che il doppiatore deve incidere ripetutamente finché l'interpretazione non è perfetta.
-
Riga: l'unità di misura del lavoro del doppiatore. Si viene pagati "a riga" (circa 3€ l'una).
-
Turno di brusio: quando un gruppo di doppiatori registra le voci di sottofondo (la folla, il ristorante) senza dialoghi distinti.
-
Diaframma: muscolo fondamentale per la respirazione corretta. Usarlo permette di proiettare la voce senza sforzare le corde vocali.
3 consigli pratici da Pino Insegno
Il tuo sogno è fare doppiatore? Allora ecco tre pratici consigli da uno che ne sa qualcosina:
-
Non aver paura dell'emozione: Pino confessa di provare ancora "ansia da prestazione" ogni volta che sale sul palco. Se smettessi di averla, smetterei di fare questo lavoro. Usatela come benzina!
-
La voce è intenzione: se devi convincere qualcuno, non concentrarti sul suono, ma sul "perché" lo stai dicendo. Abbassa il tono e "appoggia" le parole per risultare più autorevole.
- Gestisci il fallimento: un "no" a un provino o un brutto voto non definiscono chi sei. Spesso sono la deviazione necessaria per trovare la tua vera strada.