
Non episodi isolati, ma ormai una situazione ben strutturata: il 53% degli studenti delle scuole secondarie non percepisce più la propria scuola come un luogo sicuro.
Di contro, per il 47% degli intervistati, l'aggressione, pur grave, si inserisce in una serie di avvenimenti limite che però non intaccano la percezione di sicurezza all'interno del proprio istituto.
A rivelarlo è un instant poll svolto da noi di Skuola.net all’indomani dell’accoltellamento di una docente nella Bergamasca. Che spiega anche perché, visto ciò che pensa la maggioranza, gli studenti siano tendenzialmente favorevoli alla stretta varata recentemente dal Governo sia dentro che fuori le scuole.
Sebbene per molti la vera cura a questa malattia dovrebbe partire dalla prevenzione più che dalla repressione.
Indice
La stretta del Governo: ok a metal detector e controlli negli istituti
La recente direttiva congiunta del Ministero dell’Interno e del Ministero dell'Istruzione e del Merito - emanata all’indomani dell’uccisione, a La Spezia, del 18enne ‘Aba’ per opera di un coetaneo proprio in classe - apre le porte a controlli rafforzati negli istituti.
Nei contesti più a rischio e delicati, segnalati per episodi di spaccio o comportamenti violenti, i presidi potranno richiedere l'intervento delle Forze dell'Ordine, le quali avranno la facoltà di effettuare controlli agli ingressi, utilizzando scanner manuali e metal detector: una barriera fisica per impedire che le armi varchino i cancelli scolastici che, non a caso, trova il pieno appoggio dei diretti interessati.
Secondo un nostro precedente sondaggio, per ben 2 studenti su 3 l'uso di tali dispositivi a volte diventa una misura necessaria: il 28% degli intervistati si è dichiarato "molto favorevole" al provvedimento, ritenendo che l’incolumità fisica debba avere la "priorità assoluta"; a cui si affianca un ulteriore 40% "abbastanza favorevole", considerando i controlli un deterrente utile, ma solo nelle aree a rischio o in situazioni specifiche.
Perquisizioni sugli studenti: molti (ma non tutti) sono favorevoli
A un’ulteriore domanda sui limiti eventuali delle perquisizioni, poi, il gruppo più numeroso di rispondenti (37%) darebbe “carta bianca” alle Forze dell’ordine, accettando controlli immediati e approfonditi in caso di pericolo concreto.
Il 32%, invece, apre alle perquisizioni ma al tempo stesso chiede che queste avvengano con tutele specifiche, ad esempio alla presenza dei genitori o di personale scolastico specializzato. Mentre il restante 31% non accetterebbe perquisizioni corporali ma, al massimo, quelle su zaini o altri oggetti.
La richiesta alla scuola: più educazione, meno repressione
Le misure previste, in ogni caso, sono viste come un tampone, non come la cura.
Infatti, se potessero decidere loro come investire sulla sicurezza, i ragazzi farebbero soprattutto altro: il 47% punterebbe tutto su educazione e prevenzione, chiedendo corsi obbligatori su gestione della rabbia, legalità e affettività; il 25% vorrebbe un supporto psicologico costante, tramite sportelli d'ascolto negli istituti o psicologi facilmente raggiungibili all’occorrenza.
Solo il 23% pensa che la soluzione possa passare proprio attraverso strumenti tecnologici e di controllo, come metal detector, telecamere e vigilanza privata. Per il 5%, infine, servirebbe un patto educativo più forte, con il coinvolgimento attivo delle famiglie e con sanzioni disciplinari certe ma rieducative.
Il Decreto Sicurezza e il consenso della GenZ
Alle misure d'emergenza si sono affiancate, successivamente, le norme del Decreto Sicurezza, rivolte anche al contrasto della devianza giovanile.
Il pacchetto legislativo inasprisce, infatti, le pene per chi gira armato di coltelli o armi da taglio, estende il cosiddetto "Daspo urbano" ai minori di quattordici anni e introduce un forte contrasto al fenomeno delle baby gang, colpendo anche la vita digitale dei ragazzi violenti.
Si potrebbe pensare che i giovani vivano questa stretta come un'imposizione autoritaria, ma i dati raccontano una storia diametralmente opposta.
Interpellati sempre da noi su questo specifico provvedimento, ben l'84% degli studenti ne ha promosso a pieni voti le norme. Essendo molto spesso le prime vittime dei loro stessi coetanei, i ragazzi appoggiano dunque la linea del rigore, domandando a gran voce regole certe e punizioni severe per chi sbaglia.
La voce dei social: "Vogliamo studiare in pace"
Questo bisogno disperato di tutele trova ulteriore conferma in queste ore anche sui social network, diventati una vera e propria cassa di risonanza per le paure dei più giovani.
Scorrendo i tantissimi commenti lasciati sotto al nostro post Instagram dedicato alla notizia di Bergamo, emerge infatti un coro unanime. C'è chi confessa il proprio malessere scrivendo: "Non è possibile avere l'ansia di andare a scuola per colpa di qualcuno fuori controllo".
Una sensazione di vulnerabilità che spinge molti a invocare misure repentine: "Metal detector subito all'ingresso, senza sicurezza non si può studiare in pace", sentenzia un altro utente.
Il dibattito si allarga, però, anche alla condizione generale di chi vive la scuola ogni giorno, accomunando alunni e docenti nella stessa percezione di rischio.
Moltissimi colgono l'occasione per far sentire la propria voce: "Piena solidarietà alla prof, gli insegnanti non sono tutelati e noi studenti nemmeno".
Un senso di abbandono che culmina in una richiesta di assoluto rigore di fronte a fatti di tale gravità, perché, come riassume perfettamente un ragazzo, "Se porti un'arma in classe a 13 anni non ci sono scuse, servono punizioni esemplari".
Alla fine il messaggio è inequivocabile: per la Generazione Z, di fronte all'esplosione della violenza, la priorità assoluta è far tornare la scuola un porto sicuro.