se domani non torno

Non un minuto di silenzio, ma fare rumore: così scrive Cristina Torres Cáceres nella sua poesia “Se domani non torno”, lanciando un appello a rompere il silenzio, mantenere viva la memoria e trasformare l’indignazione in un impegno collettivo per contrastare la cultura della violenza di genere.

E allora oggi, raccogliendo questo invito, vogliamo fare rumore anche noi, partendo da una storia che ha segnato profondamente il nostro Paese: quella di Giulia Cecchettin, diventata simbolo di una battaglia che non può esaurirsi nella commozione, ma deve tradursi in un cambiamento culturale concreto.

Perché ogni femminicidio è una vita spezzata, una storia interrotta e il risultato di una violenza che non possiamo più considerare inevitabile. Giulia è stata uccisa da chi diceva di amarla, ma purtroppo non è stata la sola: secondo i dati del Ministero dell'Interno, nel 2025 in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo. E in 62 casi, il responsabile era il partner o l'ex partner della vittima.

Numeri che ci ricordano quanto sia urgente affrontare una battaglia prima di tutto culturale, che richiede l’impegno di tutte e tutti. Perché contrastare la violenza di genere significa anche continuare a parlarne, interrogarsi sulle sue radici e mettere in discussione quei comportamenti e modelli culturali che contribuiscono ad alimentarla. Una sfida collettiva, che richiede consapevolezza, responsabilità e partecipazione per trasformare le parole in un cambiamento concreto.

Per questo oggi, nell’episodio speciale del vodcast di approfondimento di Skuola.net #Sapevatelo, ospitiamo Sabrina Martina e Filippo Timi, che hanno interpretato Giulia e Gino Cecchettin nel film Se domani non torno, in uscita nelle sale il 5 novembre 2026: un'occasione per tornare su questa storia, riflettere su ciò che ci ha insegnato e, soprattutto, su ciò che possiamo ancora fare perché tragedie come questa non si ripetano.

Continua a leggere questo articolo per il riassunto della puntata e guarda l’episodio di #Sapevatelo direttamente su YouTube!

Indice

  1. Oltre la cronaca del femminicidio: Giulia Cecchettin era una ragazza come tante
  2. Non un fatto isolato ma un’emergenza che ha radici profonde nella nostra società
  3. Il ruolo della società e la responsabilità del mondo maschile
  4. Perché il retaggio dei padri non diventi il futuro dei figli: l'importanza del dialogo tra generazioni 
  5. Dalla piazza alle aule: il ruolo della scuola nel creare spazi sicuri, aperti al dialogo e al confronto 

Oltre la cronaca del femminicidio: Giulia Cecchettin era una ragazza come tante

"Un femminicidio non è un atto che succede un giorno all'improvviso, senza nessuna radice alla base: è un percorso. Viviamo in una cultura che ci porta a normalizzare determinati atteggiamenti legati al controllo e all'affettività tossica." 

Come sottolineato durante l'intervista da Filippo Timi, l'errore più grande commesso dal dibattito mediatico è fermarsi agli ultimi minuti di una vita tragicamente spezzata. Ridurre l'esistenza di una giovane donna al momento della sua uccisione significa privarla, per la seconda volta, della sua umanità. 

Per capire davvero cosa accade prima che sia troppo tardi, occorre guardare alla quotidianità, ai sogni, alla complessità delle relazioni e, soprattutto, a quei piccoli segnali di possesso e controllo che la nostra società tende colpevolmente a derubricare come "semplice gelosia" o "troppo amore". 

Quando la cronaca affronta il tema della violenza sulle donne, la narrazione cade frequentemente in due opposti fuorvianti: da un lato l'estetizzazione della vittima, trasformata in un "santino" inarrivabile e privo di tridimensionalità; dall'altro la morbosa anatomia dell'ultimo atto di violenza. Questo schema crea una distanza di sicurezza rassicurante quanto falsa per lo spettatore, portandolo a pensare che si tratti di vicende lontane, eccezionali, confinate a realtà marginali o a dinamiche patologiche strane. 

"Se domani non torno" rifiuta radicalmente questa scorciatoia. Il lavoro svolto dall'attrice Sabrina Martina e dalla regista Paola Randi si è focalizzato sulla restituzione dell'identità completa di Giulia: la sua quotidianità, la passione per l'illustrazione, i suoi dubbi sul futuro, le battute con gli amici e le abitudini ordinarie di una ragazza di vent'anni. 

Per questo motivo, interpretare Giulia Cecchettin ha significato per Sabrina Martina confrontarsi con una responsabilità particolare: restituire sullo schermo l'identità di una ragazza che il pubblico ha conosciuto soprattutto attraverso il racconto del suo femminicidio.

Per prepararsi al ruolo, l'attrice ha letto “Cara Giulia”, il libro di Gino Cecchettin, e ha lavorato su materiali audio e video, anche privati, messi a disposizione della produzione. Ma soprattutto ha cercato di andare oltre la rappresentazione di Giulia come vittima, restituendole la complessità e l'ordinarietà dei suoi 22 anni di vita.

“Una persona è multidimensionale e questo è un aspetto fondamentale. Quindi ha una storia, un'infanzia, un'adolescenza, dei sogni, la pasta preferita, che ne so, il libro preferito”, ha spiegato Sabrina, ricordando quanto spesso il racconto mediatico abbia finito per concentrarsi quasi esclusivamente sugli ultimi momenti della sua esistenza.

Non un fatto isolato ma un’emergenza che ha radici profonde nella nostra società

Soltanto restituendo la vita vera sul grande schermo è possibile far comprendere come Giulia fosse del tutto simile alle nostre compagne di banco, alle nostre sorelle, alle nostre amiche. 

Da qui il confronto si è spostato sulle dinamiche che possono precedere la violenza nelle relazioni.

Secondo Sabrina Martina, uno dei rischi più grandi è considerare il femminicidio come un episodio improvviso, senza riconoscere i comportamenti e i modelli culturali che possono contribuire a creare le condizioni perché si verifichi.

“Il femminicidio non è un atto che avviene un giorno senza nessuna radice alla base, cioè, è tutto un percorso. Noi tutti viviamo in una cultura e in una società che ci porta a normalizzare determinati atteggiamenti, ad avere determinati pensieri riguardo a un'affettività, a una relazione, al controllo”, ha osservato l'attrice.

Un percorso che può avere origine anche in atteggiamenti spesso scambiati per manifestazioni d'amore, come la gelosia eccessiva, la possessività o il bisogno di controllare il partner. Sono comportamenti che, proprio perché diffusi e talvolta accettati senza essere messi in discussione, rischiano di passare inosservati.

A questo proposito, Sabrina ha ricordato un'espressione molto comune nelle relazioni adolescenziali: “Sei mio, sei mia”. Parole che un tempo anche lei interpretava come una normale manifestazione d'amore e che oggi guarda con occhi diversi.

Volersi bene, però, non significa appartenersi, e una relazione non può giustificare il controllo sulla libertà dell'altro.

Il ruolo della società e la responsabilità del mondo maschile

Se Sabrina Martina ha cercato di ricostruire la vita e la personalità di Giulia, Filippo Timi si è confrontato con il dolore di suo padre, Gino Cecchettin, e con la scelta di trasformare una tragedia personale in un impegno pubblico contro la violenza di genere.

L'attore ha incontrato Gino prima delle riprese, cercando di avvicinarsi alla sua esperienza senza pretendere di comprenderne fino in fondo il dolore.

“Era solo un cercare di empatizzare, abbracciarlo intimamente in ogni modo, come dire: ‘Guarda, eccomi, non posso far niente, ma eccomi’" ha spiegato l’attore.

Nella riflessione di Timi emerge soprattutto il valore della reazione di Gino Cecchettin, che ha scelto di rispondere alla violenza attraverso la cultura, la sensibilizzazione e il confronto, perché “il potere sta in come si reagisce”, ha sottolineato l'attore.

Da qui è emerso uno spaccato del mondo maschile che si lega a doppio filo al tema del patriarcato. Spesso gli uomini tendono ad assumere un atteggiamento difensivo o di rifiuto – portando a reazioni quali la chiusura o l'irritazione – perché scambiano la critica a un sistema culturale oppressivo per una colpevolizzazione personale immediata.

Riconoscere l'esistenza del patriarcato non significa affermare che ogni individuo di sesso maschile sia un criminale, ma prendere atto di una serie di privilegi impliciti, radicati ed ereditarie condotte sociali che influenzano la percezione delle relazioni e del potere tra i generi. 

Come fatto notare da Timi durante il vodcast, fin dalla prima infanzia i modelli educativi tendono a segregare i comportamenti ammessi in base al sesso, soprattutto rispetto alla possibilità di esprimere liberamente le emozioni: il pianto o l'espressione delle fragilità vengono repressi nei ragazzi ("i maschi non piangono"), mentre il controllo sul corpo e sulle scelte delle ragazze viene normalizzato fin dai primi legami affettivi. 

Interrogato su come spiegherebbe a un ragazzo il modo di vivere una relazione rispettosa, l’attore ha ammesso con grande sincerità di avvertire lui stesso alcune difficoltà.

“Dovrei avere un'educazione io sentimentale per riuscire a parlarne. Io forse non sarei in grado perché per i miei genitori i sentimenti erano davvero un tabù”, ha raccontato, ricordando un contesto familiare in cui esprimere le emozioni non era semplice.

Per l'attore, riconoscere le proprie difficoltà rappresenta già un primo passo per affrontarle. E il cinema può diventare uno strumento per aprire conversazioni che, in famiglia, spesso non trovano spazio.

“Il primo passo per affrontarli è assumersi l'incapacità. Dire a mio figlio: ‘Senti, andiamo a vedere il film insieme’. E poi magari ne parliamo”.

L’idea di fondo è che per superare questi schemi, secondo l'attore, è necessario mettere in discussione anche i modelli tradizionali di mascolinità, che possono rendere difficile riconoscere e comunicare le proprie fragilità. 

Perché il retaggio dei padri non diventi il futuro dei figli: l'importanza del dialogo tra generazioni 

Certo, se ci fosse meno difficoltà di comunicazione tra adulti e giovani riguardo all'affettività e alle emozioni… Spesso i padri e i genitori in generale soffrono essi stessi di un'analfabetizzazione emotiva derivante dai modelli culturali rigidi con cui sono stati cresciuti. Ammettere questa fragilità non rappresenta un segno di debolezza, ma il primo passo necessario per stabilire un canale di comunicazione reale con i figli.

Filippo Timi ha richiamato l'importanza dell'assunzione di una responsabilità genitoriale ed educativa estesa, che vada oltre i soli genitori biologici per coinvolgere zii, insegnanti, educatori e l'intera comunità. Parlare di rispetto e di affettività non richiede la perfezione o l'avere risposte per ogni dubbio, ma la disponibilità ad ascoltare e ad accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita.

L’impegno sociale portato avanti da Gino Cecchettin attraverso la costituzione della Fondazione Giulia Cecchettin si inserisce proprio in questo percorso. Un progetto che punta a contrastare la violenza di genere attraverso strumenti di prevenzione, supporto psicologico, borse di studio e percorsi di formazione, portando la sensibilizzazione anche nelle scuole, con progetti educativi dedicati agli studenti delle scuole primarie e secondarie per promuovere il rispetto, l’empatia e relazioni affettive sane. 

L’obiettivo è incidere concretamente sul tessuto culturale italiano, a partire dalle nuove generazioni. Anche la visione e la diffusione del film contribuiscono a sostenere le attività della Fondazione e un impegno di lungo periodo per la prevenzione della violenza di genere.

Dalla piazza alle aule: il ruolo della scuola nel creare spazi sicuri, aperti al dialogo e al confronto 

Questa necessità di creare spazi di confronto è stata al centro anche dell'intervento di Sabrina Martina, che oltre alla recitazione ha intrapreso un percorso di studi in psicologia clinica.

L'attrice ha raccontato quanto, durante la propria adolescenza, fosse difficile confrontarsi apertamente su sentimenti, gelosia, controllo e situazioni di disagio all'interno delle relazioni.

“Anche se mi sentivo a disagio per qualcosa che mi era stato detto, non è che pensavo che altre persone la pensassero ugualmente o mi avrebbero capita. No, pensavo: ‘vabbè, me lo tengo per me, tanto non è niente di che’”.

Soltanto condividendo le proprie esperienze con altre persone, ha spiegato, diventa possibile comprendere che determinati comportamenti non devono essere necessariamente accettati come normali.

E proprio la scuola potrebbe svolgere un ruolo decisivo.

“Avrei sinceramente voluto che anche a scuola [...] qualcuno fosse stato molto più attento a queste dinamiche o che comunque aprisse questo argomento in maniera giusta”, ha osservato Sabrina, ricordando di non aver avuto, durante il proprio percorso scolastico, occasioni sufficienti per affrontare questi temi in un ambiente protetto e di fiducia.

La scuola rappresenta il luogo primario in cui si strutturano le relazioni sociali e le categorie concettuali delle nuove generazioni. Troppo spesso, le dinamiche di prevenzione o discussione vengono delegate alla sola buona volontà di singoli docenti o all'estemporaneità dei progetti esterni. 

Portare opere come "Se domani non torno" all'interno delle classi durante le ore di Educazione Civica significa offrire un catalizzatore immediato per il confronto. Il film funziona anche come strumento di empatia, in grado di sollevare interrogativi e avviare discussioni su temi altrimenti trattati come tabù.

"Gli adolescenti hanno un bisogno enorme di parlare di questi argomenti. La scuola deve essere in grado di costruire spazi sicuri in cui le ragazze e i ragazzi possano condividere i propri dubbi e le proprie insicurezze senza la paura di essere giudicati." spiega Sabrina Martina. 

Anche perché, troppo spesso, il confronto su questi temi fatica a trovare spazio: in famiglia il dialogo può essere difficile, tra amici il timore del giudizio rischia di trasformare certe questioni in tabù, mentre i social, pur rappresentando una fonte inesauribile di informazioni, non sempre offrono gli strumenti necessari per distinguere una relazione sana da una dinamica di possesso e controllo.

Secondo un'indagine dell'ISTAT, pubblicata nel luglio 2025, il 36% dei giovani tra i 14 e i 19 anni considera ancora accettabile, almeno in alcune circostanze, che un ragazzo controlli abitualmente il cellulare o i social della propria fidanzata. E per il 29,1% la gelosia rappresenta una dimostrazione d'amore.

Ma se questi numeri raccontano quanto alcuni comportamenti possessivi siano ancora tollerati, l'altra faccia della medaglia emerge dalle esperienze di chi il controllo lo subisce direttamente.

In un'indagine condotta da Skuola.net su 2.500 ragazze tra gli 11 e i 25 anni impegnate in una relazione, una su due ha dichiarato che il proprio partner pretendeva aggiornamenti continui sui suoi spostamenti e sulle persone frequentate. Al 17% era capitato che il fidanzato chiedesse di leggere chat e messaggi privati, mentre oltre una ragazza su quattro (26%) ammetteva di limitare i propri comportamenti per evitare reazioni negative del partner.

Ciò che dovrebbe rappresentare un campanello d'allarme rischia, in alcuni casi, di essere scambiato per una normale manifestazione di affetto. Nonostante la maggiore accessibilità alle informazioni su web e social, quindi, gli stereotipi di genere legati al possesso e al controllo continuano a persistere in percentuali rilevanti tra le fasce più giovani della popolazione. 

Del resto, avere accesso alle informazioni non significa necessariamente possedere gli strumenti per comprenderle e interpretarle in modo critico. L'esposizione passiva ai contenuti digitali, da sola, non basta a costruire una reale consapevolezza delle dinamiche affettive, né può sostituire un percorso di educazione sentimentale.

Senza occasioni di confronto, ascolto e riflessione, molti giovani rischiano di affrontare da soli modelli relazionali tossici, spesso normalizzati dai social network o dall'ambiente circostante.

È arrivato il momento di invertire questa tendenza, creando spazi in cui riconoscere e mettere in discussione questi comportamenti, imparando a costruire relazioni fondate sul rispetto, sulla libertà e sulla reciprocità.

Anche il cinema può contribuire a questo cambiamento. Per questo ti invitiamo a vedere “Se domani non torno”, nelle sale dal 5 novembre, oppure a proporne la visione ai tuoi professori durante le ore di educazione civica. 

Un'occasione per conoscere Giulia oltre il racconto della cronaca, riflettere su una storia che riguarda tutti e continuare a parlarne, a scuola, in famiglia e con gli amici. Perché fare rumore significa anche continuare a interrogarci, ascoltarci e fare la nostra parte affinché storie come quella di Giulia non si ripetano.

Continuiamo a fare rumore

Il cambiamento comincia dalla consapevolezza

Guarda “Se domani non torno”: dal 5 novembre al cinema

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