Scrittura a penna

Come non detto: la digitalizzazione della scuola non è la via maestra per portare i nostri giovani nel futuro. O, perlomeno, per portare verso delle buone destinazioni andrebbe percorsa con una buona base analogica alle spalle. Tale insegnamento arriva dagli Stati Uniti, dove è in atto una singolare controtendenza, che ha il sapore di un vero e proprio "ritorno al futuro": l’arretramento della scrittura con la tastiera e il graduale ripristino della grafia manuale.

Recentemente, infatti, ben 27 Stati americani hanno approvato leggi che impongono il ritorno della scrittura in corsivo tra i banchi. Questo, dopo che per oltre quindici anni la compilazione al computer aveva dominato incontrastata. Specie nella scuola primaria.

L'America fa, dunque, marcia indietro. Con la penna che, ora, non è più considerata un ferro vecchio, ma uno strumento indispensabile per il corretto sviluppo cognitivo dei ragazzi. Il segnale è chiaro: l'adozione della tecnologia in ambito didattico deve essere un processo misurato, collaborativo e controllato, piuttosto che un'accettazione incondizionata.

Indice

  1. L’addio del corsivo e il ritorno a sorpresa
  2. Perché gli Stati Uniti hanno cambiato idea?
  3. Corsivo e digitale: un confronto che divide
  4. L'approccio italiano
  5. Il parere della pedagogista Maria Cristina Boccacci

L’addio del corsivo e il ritorno a sorpresa

Per capire come si sia arrivati a questo punto, Skuola.net ha ripercorso l’intera vicenda. Tornando indietro nel tempo, grosso modo attorno al 2010. In quel periodo, infatti, vennero introdotti i Common Core State Standards, una sorta di guida nazionale per l'istruzione americana. In quel documento fondamentale, la scrittura a mano venne ufficialmente declassata, perdendo il suo status di requisito obbligatorio. A vantaggio di quella digitale.

All'epoca, le ragioni sembravano indiscutibili e perfettamente allineate con lo spirito del momento. Da un lato c'era l'invasione massiccia di tablet, Chromebook e computer portatili nelle aule: saper digitare velocemente sulla tastiera — il cosiddetto keyboarding — divenne la priorità assoluta per preparare i futuri cittadini del mondo digitale. Dall'altro, premeva la necessità di tagliare i "tempi morti", poiché insegnare il corsivo richiedeva circa venti o trenta minuti di pratica quotidiana.

Molti dirigenti scolastici decisero così di reinvestire quelle ore in lezioni di coding o nella preparazione dei test standardizzati. Il clima culturale, del resto, era tale che molti educatori arrivarono a definire il corsivo come l'uso del calesse nell'era delle auto elettriche.

Il risultato di quella spinta modernizzatrice fu che, nel giro di un triennio, la capacità di scrivere “come una volta” era quasi del tutto sparita dalle scuole medie e superiori statunitensi. E, negli ultimi tempi, la situazione è letteralmente esplosa: moltissimi studenti universitari americani - ovvero i bambini dell’epoca - faticano a tenere in mano una penna e non sanno nemmeno apporre una firma leggibile su un contratto o su un documento d'identità.

Perché gli Stati Uniti hanno cambiato idea?

Il ritorno di fiamma per l'inchiostro e i quaderni a righe, però, ha anche ragioni ben più profonde. Non è una semplice mossa nostalgica, bensì una risposta razionale a dati pedagogici e scientifici preoccupanti.

Sempre più insegnanti stanno testimoniando pubblicamente come l'abbandono della scrittura manuale abbia coinciso negli anni con un calo tangibile della concentrazione e della cura che gli studenti mettono nel proprio lavoro.

Oggi, perciò, legislatori ed esperti d’Oltreoceano spingono per il ripristino delle lezioni di “bella grafia”. Tra i primi Stati a raccogliere l’invito si sono segnalati il New Jersey e la Pennsylvania. Mentre l’avanguardia culturale del movimento è rappresentata dalla neuroscienza, con numerosi studi che dimostrano come il corsivo stimoli la sinergia tra i due emisferi cerebrali, affini la motricità fine (la capacità di coordinazione dei piccoli muscoli di dita, mani e polsi) e migliori la capacità di memorizzazione a lungo termine. In modo molto più incisivo rispetto all'uso di un device elettronico.

Esiste, poi, un delicato tema legato all'accesso alla Storia. Senza la capacità di leggere il corsivo, è stato riscontrato che le nuove generazioni di americani non sono in grado di decifrare i documenti originali su cui si fonda il loro Paese, primo fra tutti la Dichiarazione d'Indipendenza. Certo, di questi testi esistono infinite versioni digitali o in stampatello, ma i sostenitori delle nuove norme sottolineano come l'incapacità di leggere il testo originale crei un distacco culturale ed emotivo pericoloso tra i futuri cittadini e la propria identità storica.

Infine, c'è l'aspetto legato alla salute mentale: scrivere a mano è visto sempre più come una forma di digital detox, un modo vitale per disconnettere i ragazzi dagli schermi, obbligandoli a rallentare il flusso frenetico dei pensieri, per lasciare spazio alla riflessione.

Corsivo e digitale: un confronto che divide

Le differenze cognitive tra l'uso della penna e quello dei polpastrelli su uno schermo sono, del resto, profonde. La scrittura a mano garantisce un apprendimento molto più radicato, poiché costringe il cervello a sintetizzare e rielaborare i concetti prima di metterli su carta, sviluppando complessi circuiti neurali e un'elevata coordinazione oculo-manuale.

Inoltre, il tratto grafico restituisce una leggibilità unica e personale, che fa emergere l'identità dell'individuo in continua evoluzione. Al contrario, la composizione digitale favorisce un apprendimento più superficiale, in cui si tende a trascrivere letteralmente e in modo passivo ciò che si ascolta, con una coordinazione motoria limitata e un font grafico standardizzato e asettico, più impersonale.

Nonostante gli evidenti benefici e l'ondata legislativa che sta attraversando il Paese “a stelle e strisce”, una parte del mondo accademico resta però scettica, sollevando soprattutto questioni organizzative.

Ad esempio, Morgan Polikoff, professore alla University of Southern California, ha fatto notare che introdurre nuovamente l’apprendimento del corsivo significa inevitabilmente sottrarre tempo prezioso ad altre discipline, in programmi scolastici già saturi.

L'approccio italiano

E in Italia, com’è la situazione? Da noi, a differenza degli States, a fare da solido argine a questo scetticismo utilitaristico è una prospettiva pedagogica e neuroscientifica che nel nostro Paese è ben radicata e chiara.

Le Nuove Indicazioni Nazionali - i rinnovati programmi scolastici recentemente varati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, in partenza dal prossimo anno scolastico - parlano del corsivo in maniera quasi poetica, definendolo, sin dalla scuola dell'infanzia, come una "modalità in cui si struttura il pensiero in un orizzonte di senso che è anche introspezione e cura del sé".

Il parere della pedagogista Maria Cristina Boccacci

A inquadrare in modo ancora più puntuale questo assioma è la pedagogista Maria Cristina Boccacci, divulgatrice conosciuta sui social come Maestra ho perso la scheda. Interpellata da Skuola.net, l'esperta sottolinea soprattutto come le riflessioni umanistiche trovino un riscontro diretto nei nuovi studi neuroscientifici: il saper scrivere in corsivo non è affatto un esercizio superato ma uno strumento strategico cruciale.

Questa pratica consente, infatti, di ampliare la concentrazione e il "flow" cognitivo, sviluppando abilità grafo-motorie in grado di potenziare la connettività cerebrale, la sedimentazione dei processi mnestici profondi e la costruzione del pensiero astratto.

Nello specifico, osserva la dottoressa Boccacci, scrivere in corsivo mette in comunicazione aree cerebrali determinanti come la corteccia senso-motoria, il lobo frontale e l'area di Broca, oltre ad alcune aree parietali. Questa sinergia consente di ampliare le categorie riguardanti il movimento e le associazioni linguistiche, garantendo un maggiore controllo motorio (globale e fine) e permettendo di aumentare il volume e la qualità lessicale sin dalla primissima infanzia. Risultati e benefici che, evidenzia la pedagogista, non sono in alcun modo raggiungibili attraverso la semplice digitazione su tastiera.

Il ritorno al corsivo, dunque, assume un significato che va ben oltre la bella grafia. Come conclude Boccacci, si tratta di un esercizio fondamentale che "riduce i rischi dell'iperconnessione tecnologica, che abitua bambini e adulti a una velocità di processazione delle informazioni che non consente una costruzione adeguata degli apprendimenti, delle conoscenze e della concentrazione".

Alla fine, il monito è di quelli potenti: delegare tutto agli schermi significa rinunciare a un pezzo fondamentale di noi stessi.

Skuola | TV
#Sapevatelo: Maschio Alfa o Bad Girl? Come “disinnescare” gli stereotipi di genere e i consigli pratici per superarli

"Maschio Alfa" e "Bad Girl" sembrano etichette vuote, eppure continuano a condizionarci più di quanto pensiamo. Ne parliamo nel nuovo episodio di #Sapevatelo con Diana Alessandrini, giornalista e voce storica di Formato Famiglia su Rai Radio 1

Segui la diretta