Neet in Italia Rapporto Ocse

Italia meglio di Francia, Spagna, Grecia e Romania almeno sul fronte dei giovani dispersi nella terra di nessuno dei NEET (Not in Education, Employment, or Training), ovvero quelle ragazze e quei ragazzi che non studiano e non lavorano.

A certificarlo è il recente Rapporto dell'OCSE "Education at a Glance 2026", che lo dice chiaramente: l'Italia ha compiuto progressi significativi nella riduzione della quota di giovani che non hanno un lavoro né seguono un percorso scolastico o formativo (NEET) e della quota di giovani adulti con bassi livelli di istruzione.

Infatti, tra il 2015 e il 2025, i nostri NEET tra i 18 e i 24 anni sono diminuiti dal 30% al 16%, mentre le persone tra i 25 e i 34 anni prive di un diploma di istruzione secondaria di secondo grado sono scese dal 26% al 19%.

L'analisi del Rapporto aiuta a comprendere proprio come sia stato possibile un simile risultato e quanto lavoro resta da fare: spoiler, purtroppo ancora tanto perché partivamo da una situazione drammatica e siamo ancora al di sopra della media UE.

Indice

  1. Il decennio del riscatto: i 18-24enni inattivi passati dal 30% al 16%
  2. Il confronto europeo: un miglioramento costante, ma i volumi restano alti
  3. L'anomalia del divario territoriale e l'equilibrio apparente di genere
  4. L’impegno per migliorare ancora: dal GOL alle Agende Nord e Sud

Il decennio del riscatto: i 18-24enni inattivi passati dal 30% al 16%

Partiamo, però, dalle buone notizie: il dato statistico più rilevante emerso dal report dell'organizzazione di Parigi riguarda la velocità con cui l'Italia ha ridotto la platea dei giovani disimpegnati.

Nel 2015, come detto, la percentuale di NEET tra i ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni qui da noi toccava la soglia critica del 30%: a distanza di dieci anni, nel 2025 (momento preso a riferimento dal rapporto), la quota si è ridotta al 16%: anzi 15,88% per la precisione permettendoci di scavalcare Spagna (16,79%), Francia (17,85%), Grecia (18,58%), Romania (23,04%) e di essere incollati alla Finlandia (15,57%).

Peraltro anche la stessa Spagna ha mostrato un forte recupero come l’Italia, ma partiva comunque da un meno drammatico 24%.

Un taglio di ben 14 punti percentuali che rappresenta uno dei cali più accentuati tra i Paesi membri dell'OCSE.

A titolo di confronto, la media dei Paesi dell'OCSE per la stessa fascia d'età (18-24 anni) è scesa nel medesimo decennio dal 16% al 13% (o 14% nell'area allargata), mentre la media dell'Unione Europea (EU25) è passata dal 17% al 13%.

L'Italia ha, dunque, accorciato in modo consistente le distanze dalla media continentale, pur rimanendo ancora al di sopra del dato medio europeo di circa 3 punti percentuali.

Cosa è cambiato dal 2015 a oggi? Come fa notare il direttore di Skuola.net, Daniele Grassucci “innanzitutto l’impatto della crisi finanziaria del 2008 è stato riassorbito e le nuove crisi geopolitiche non hanno messo in ginocchio il nostro sistema produttivo come invece sta avvenendo in Germania: l’occupazione è ai massimi storici dalle nostre parti.

E poi c’è stata tutta una serie di provvedimenti per favorire l’assunzione di giovani attraverso decontribuzioni, che sono iniziate con il Governo Renzi e sono proseguite fino all’esecutivo targato Meloni.

Senza dimenticare che il sistema formativo italiano si è arricchito di un'alternativa all’università rappresentata dagli ITS Academy che a quel tempo erano praticamente ai primi vagiti e oggi contano oltre 40 mila iscritti”.

Neet in Italia Rapporto Ocse

Il confronto europeo: un miglioramento costante, ma i volumi restano alti

Ma ora è il momento di passare alle brutte notizie: nonostante la traiettoria discendente, il confronto diretto con le altre grandi nazioni europee evidenzia come la strada da percorrere sia ancora lunga.

Se l'Italia registra il 16% di NEET tra i 18 e i 24 anni, i Paesi Bassi segnano un tasso di appena il 6%, l'Irlanda è all'8%, la Germania si attesta al 10%.

Altro aspetto sul quale bisogna impegnarsi a fondo negli anni a venire è quello di riuscire a recuperare i NEET di lunga data: infatti se si allarga la finestra di osservazione del fenomeno, ovvero la fascia di popolazione compresa tra i 15 e i 29 anni, dobbiamo constatare una “risalita” sul podio dei peggiori con il 15,58% che si traduce in oltre 1,2 milioni di giovani.

Anche qui c'è da dire che partivamo molto male, ovvero da una percentuale monstre del 25,7%, che corrispondeva a 2,3 milioni di unità.  
Inoltre, considerando la fascia d'età allargata (15-29 o 18-29 anni) e il volume complessivo di popolazione, l'Italia conta ancora oltre 1,2 milioni di giovani NEET, posizionandosi al secondo posto in Europa dopo la Romania per incidenza relativa e al vertice tra i Paesi dell'Europa occidentale per numero assoluto.

La transizione dalla scuola al lavoro si conferma, dunque, un passaggio delicato, in cui l'assenza di un collegamento immediato tra formazione e impresa rischia di prolungare i tempi di inattività.

Neet in Italia Rapporto Ocse

L'anomalia del divario territoriale e l'equilibrio apparente di genere

A tal proposito, uno degli elementi più critici sottolineati dal report dell'OCSE riguarda la profonda spaccatura geografica che caratterizza l'Italia. Il nostro Paese figura, infatti, in una ristrettissima cerchia di nazioni (assieme a Canada, Messico e Turchia) che registrano un divario regionale superiore ai 20 punti percentuali tra le aree a più alta e più bassa concentrazione di NEET. 

I tassi di occupazione e di inserimento lavorativo risentono fortemente della frattura, nel nostro caos, tra Nord e Sud. Basti pensare che presentiamo lo scarto territoriale regionale più marcato nell'area OCSE per i tassi di occupazione tra le regioni al vertice e quelle in coda.

Una forbice che, in più, raggiunge i 38 punti percentuali tra gli adulti con bassi titoli di studio e si riduce a 18 punti percentuali tra chi possiede una laurea.

Mentre sul fronte del genere, i dati OCSE 2026 relativi alla fascia 18-24 anni mostrano in Italia una sostanziale parità nelle percentuali di NEET: sia tra i giovani uomini sia tra le giovani donne il tasso si attesta al 16% (nel 2015 si registrava il 30% per entrambi i generi).

Tuttavia, man mano che si sale nelle fasce d'età (25-29 e 30-34 anni), la quota di giovani donne inattive che escono dalla forza lavoro tende ad aumentare, risentendo del carico di cura familiare e delle persistenti difficoltà di conciliazione vita-lavoro.

L’impegno per migliorare ancora: dal GOL alle Agende Nord e Sud

Va detto, però, che per prevenire e contrastare l'isolamento dei giovani dal circuito formativo e occupazionale, l'Italia ha messo in campo una serie di politiche pubbliche che hanno ricevuto il plauso dell’OCSE.

Tra queste, l’organizzazione internazionale menziona misure di riattivazione e inserimento come Garanzia Giovani (EU Youth Guarantee), il Programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) e il programma Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, finalizzati a offrire percorsi di orientamento e tirocinio personalizzati.

Così come vengono citate, sul fronte della prevenzione scolastica e dell’equità territoriale, l'avvio dell'iniziativa Agenda Sud (nel 2023) e la sua estensione con Agenda Nord (nel 2024), mirate a potenziare l'offerta didattica nelle scuole primarie e secondarie situate in contesti socio-economici fragili, per ridurre l’abbandono precoce e offrire pari opportunità di successo formativo a tutti.

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