angelo polimeno bottai

Non sempre le alleanze nascono dalla fiducia. A volte nascono dalla paura, dall’isolamento, dalla convenienza. E il rapporto tra Mussolini e Hitler, che spesso immaginiamo come un’intesa granitica tra due dittatori, fu proprio questo: una vicinanza costruita più sul calcolo politico che sulla reale stima reciproca.

Tutto l’opposto dell’idillio politico raccontato da molti libri di storia. Anzi, il rapporto tra i due dittatori fu segnato fin dall’inizio dalla diffidenza. E le cose, come ben sappiamo, non fecero altro che peggiorare. 

In questa puntata speciale di #Sapevatelo, il format di Skuola.net che prova a rendere semplici anche i passaggi più complessi della storia, il direttore Daniele Grassucci ha ospitato Angelo Polimeno Bottai, giornalista Rai e autore del libro “Il Traditore: la vera storia dei due dittatori e di un patto costruito sull'inganno”, per ricostruire il ruolo dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale - dall’ingresso nel conflitto al Patto d’Acciaio, dal 25 luglio alla Repubblica Sociale Italiana, fino alla caduta del fascismo - e il rapporto travagliato tra il Duce e il Führer. 

Un ripasso utile soprattutto per chi si sta preparando alla Maturità 2026, ma anche per chi vuole capire meglio perché quella intesa è stata un disastro politico, militare e - soprattutto - umano.

Indice

  1. L'inizio della fine: perché l'Italia è entrata in guerra?
  2. Mussolini e Hitler, “quasi amici”: un rapporto fatto di ghosting e rancore
  3. Il Patto d’Acciaio e l’illusione della guerra lampo
  4. Russia, Africa, Grecia: il disastro militare italiano
  5. Il 25 luglio 1943: i 19 “traditori” e la caduta del fascismo
  6. L’8 settembre e l’Italia divisa in due
  7. Repubblica di Salò: perché si chiama così?
  8. I lavoratori italiani in Germania e la trappola di Mussolini
  9. Le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei
  10. Chi è il vero “traditore”?
  11. Perché studiare questa storia oggi?

L'inizio della fine: perché l'Italia è entrata in guerra?

All’inizio della guerra, l’Italia non entra subito nel conflitto. Quando Hitler invade la Polonia il 1° settembre 1939, Mussolini sceglie la linea della “non belligeranza”: ufficialmente l’Italia è alleata della Germania, ma non è pronta a combattere.

Come ricorda Bottai, il problema nasce prima, già a metà degli anni Trenta, con la guerra d’Etiopia. L’operazione coloniale isola l’Italia sul piano internazionale: Londra, Parigi, Washington e la Società delle Nazioni prendono le distanze dal regime fascista, fino all’imposizione delle sanzioni.

È in quel momento che Hitler capisce di poter avvicinare Mussolini: “Hitler capisce che è il momento di approfittarne”, spiega Bottai. “Dice a Mussolini: ‘Non ti preoccupare, ti do io il gasolio che ti serve, ti do io le altre cose che la Società delle Nazioni non ti dà’. Lì comincia un po’ alla volta la dipendenza di Mussolini da Hitler”.

Non nasce quindi un’alleanza tra pari. Nasce una dipendenza progressiva, alimentata dall’isolamento internazionale dell’Italia e dalla capacità di Hitler di presentarsi come l’unico alleato possibile.

Mussolini e Hitler, “quasi amici”: un rapporto fatto di ghosting e rancore

Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda il rapporto personale e politico tra Mussolini e Hitler. L’immagine più diffusa è quella di due dittatori uniti dallo stesso progetto. 

Ma, almeno all’inizio, le cose non andarono così. Hitler vedeva Mussolini come un modello: il fascismo era arrivato al potere in Italia nel 1922, mentre il nazismo conquista il governo in Germania solo nel 1933. Mussolini, però, non aveva grande stima di Hitler.

Il loro primo incontro, racconta il giornalista Rai, fu tutt’altro che positivo. Mussolini non volle nemmeno ricevere Hitler a Roma, scegliendo Venezia, una sede meno solenne.

E il risultato fu pessimo: “L’incontro va malissimo. Mussolini torna a casa infuriato e dice alla moglie: ‘Questo è un pazzo, questo è pericoloso, rischia di portarci tutti nel baratro’”.

Eppure, pochi anni dopo, Mussolini finirà per seguire Hitler nella guerra. Non perché si fidasse davvero di lui, ma perché temeva di restare fuori dalla spartizione del potere europeo.

Il Patto d’Acciaio e l’illusione della guerra lampo

Il Patto d’Acciaio, firmato nel 1939, avrebbe dovuto legare Italia e Germania in un’alleanza militare. Ma, secondo Bottai, Hitler lo violò più volte, mettendo Mussolini davanti al fatto compiuto.

Succede con l’invasione della Polonia. Succede poi con l’attacco all’Unione Sovietica. L’Italia, teoricamente alleata, viene informata solo a cose fatte.

Quando però la Germania conquista rapidamente la Francia, Mussolini si convince che la guerra stia per finire e che l’Italia debba entrare subito per sedersi al tavolo dei vincitori. È il 10 giugno 1940.

La logica è spietata: “Mussolini comincia a ingolosirsi, perché si illude di poter partecipare a una guerra lampo. Dice: perdo qualche migliaio di soldati, occupo un pezzo della Francia e poi mi siedo al tavolo dei vincitori”.

Ma quella previsione si rivela completamente sbagliata. L’Italia entra in guerra impreparata e il conflitto, invece di chiudersi in fretta, si trasforma in una catastrofe.

Russia, Africa, Grecia: il disastro militare italiano

Dopo il 1940, le difficoltà italiane diventano sempre più evidenti. La guerra in Grecia va male, tanto che devono intervenire i tedeschi. In Africa la situazione precipita. E poi c’è la campagna di Russia, uno dei capitoli più drammatici.

Quando Hitler attacca l’Unione Sovietica, Mussolini viene informato all’alba, a operazione iniziata. In teoria è furioso, perché ancora una volta la Germania ha deciso senza consultare l’Italia. Ma dopo pochissimo cambia posizione e sceglie di mandare soldati italiani sul fronte orientale.

Secondo Bottai, è un altro momento decisivo: “Mussolini viene avvertito la mattina che Hitler ha attaccato l’Unione Sovietica e va su tutte le furie. Ma dopo un’ora ha già cambiato opinione e vuole mandare i suoi soldati in Russia, perché ha paura di perdere l’occasione di vincere su quel fronte”.

Il risultato è tragico. I soldati italiani vengono mandati in un fronte durissimo, con mezzi e preparazione insufficienti: “I nostri soldati vengono mandati lì con gli scarponi di cartone, con equipaggiamento inadeguato. Le temperature arrivano a sfiorare i -50 gradi, racconta l’autore.

La guerra lampo immaginata da Mussolini si trasforma così in una lunghissima sequenza di sconfitte.

Il 25 luglio 1943: i 19 “traditori” e la caduta del fascismo

Nel 1943 l’Italia è ormai allo stremo. Gli Alleati sbarcano in Sicilia, Roma viene bombardata, il malcontento cresce anche dentro il regime. Mussolini non convocava il Gran Consiglio del Fascismo da oltre tre anni, ma alla fine viene spinto a farlo.

La riunione si tiene il 24 luglio 1943 e si conclude nella notte. Il giorno dopo, il 25 luglio, Mussolini viene fatto arrestare dal re. È la fine del regime fascista

Tra i protagonisti di quella svolta ci sono i 19 firmatari dell’ordine del giorno Grandi (che chiedeva la sfiducia a Benito Mussolini e il ripristino delle funzioni costituzionali), tra cui Giuseppe Bottai, nonno di Angelo Polimeno Bottai.

L’autore non cancella le responsabilità storiche dei gerarchi, ma sottolinea il significato politico di quel gesto.

“Questi 19 hanno la loro quota di responsabilità nel regime, perché comunque hanno convissuto nel regime”, dice Bottai. “Però c’è una cosa importante: quando si sbaglia, in buona o in mala fede, c’è sempre una possibilità di riscattarsi. E questi 19 si sono riscattati”.

Per l’autore, il 25 luglio rappresenta anche qualcosa di più ampio: “A mio avviso, il 25 luglio è il primo atto politico che infonde coraggio alla popolazione”. È un passaggio fondamentale: il fascismo cade dall’interno, ma la guerra non finisce. Anzi, per l’Italia comincia una fase ancora più drammatica.

L’8 settembre e l’Italia divisa in due

Dopo il 25 luglio, Mussolini viene arrestato e portato sul Gran Sasso. L’8 settembre 1943 viene annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati. Il Paese si ritrova spaccato: al Sud avanzano gli anglo-americani, mentre il Centro-Nord resta sotto occupazione tedesca.

Hitler libera Mussolini con un blitz e lo porta in Germania. Qui, secondo il racconto di Polimeno Bottai, il dittatore italiano è stanco, malato, depresso e non vorrebbe tornare al potere. Ma Hitler lo costringe.

Il ricatto è durissimo: “Hitler gli dice: se tu ora mi dici di no, io sono costretto a far fare all’Italia del Nord la fine della Polonia”. Mussolini accetta. Nasce così la Repubblica Sociale Italiana.

Repubblica di Salò: perché si chiama così?

La Repubblica Sociale Italiana, spesso chiamata Repubblica di Salò, non è uno Stato davvero libero e autonomo. È un’entità controllata dai nazisti, nata sotto pressione tedesca.

Anche il nome “Salò” nasce quasi per caso. Mussolini non viveva a Salò, ma a Gargnano, sul Lago di Garda. I ministeri erano sparsi in diverse città del Nord. A Salò, però, c’erano gli uffici stampa da cui partivano i comunicati dei giornalisti.

“Si chiama Repubblica di Salò perché vicino a Gargnano c’era Salò, dove c’era l’ufficio di corrispondenza dei giornalisti”, spiega Bottai. “I dispacci venivano datati Salò, e così è diventato uso comune chiamarla Repubblica di Salò”.

I lavoratori italiani in Germania e la trappola di Mussolini

Uno dei passaggi più forti dell’intervista riguarda gli italiani mandati a lavorare nelle fabbriche tedesche durante la Repubblica Sociale. Hitler chiedeva uomini perché le fabbriche tedesche erano state svuotate per mandare soldati al fronte. Mussolini li forniva, ma poi scopriva dai diplomatici che venivano trattati in modo disumano.

“Questi italiani venivano trattati da schiavi”, racconta Bottai. “Venivano picchiati, affamati, costretti a lavorare venti ore al giorno. Se crollavano, li mettevano in stanze dove venivano morsi dai cani”.

Mussolini si rende conto della situazione, ma non riesce più a reagire: “Diceva: ‘Questo me la pagherà’. Però non aveva la forza politica per reagire. Era un uomo isolato e capiva di essere finito in una trappola”.

È qui che la parabola del dittatore arriva al suo punto più basso, assumendo una traiettoria quasi tragicomica: l’uomo che aveva fondato il fascismo in nome della grandezza nazionale si ritrova subordinato al capo di un’altra nazione.

Le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei

L’intervista affronta anche un tema centrale: il rapporto tra fascismo, nazismo e antisemitismo. Polimeno Bottai distingue tra il fascismo delle origini e la svolta razzista del regime, senza attenuare la gravità delle responsabilità italiane.

All’inizio, spiega, Mussolini non condivideva l’antisemitismo radicale di Hitler. Ma con l’avvicinamento alla Germania nazista, anche l’Italia vara le leggi razziali del 1938.

“Mussolini a un certo punto vara queste maledette, infami leggi razziali anche in Italia. Sono stati espulsi dalle scuole gli insegnanti, i ragazzi e gli scienziati dai loro posti di lavoro. È una cosa orribile”.

Poi, dopo il 25 luglio e con la Repubblica Sociale Italiana, la persecuzione diventa ancora più feroce: rastrellamenti, deportazioni, collaborazione con i nazisti.

Chi è il vero “traditore”?

Il libro di Angelo Polimeno Bottai si intitola Il Traditore. Ma chi tradisce davvero?

La risposta dell’autore è doppia. Da una parte c’è Hitler, che inganna Mussolini e viola il Patto d’Acciaio. Dall’altra c’è Mussolini stesso, che tradisce il principio fondativo del suo stesso movimento: mettere l’interesse nazionale al primo posto.

“Il traditore del titolo è Hitler, perché inganna Mussolini sul Patto d’Acciaio.Però Mussolini si fa ingannare, perché tutti l’hanno avvertito, hanno cercato di aprirgli gli occhi. Quindi lui si è voluto fare ingannare”.

E poi aggiunge: “È anche Mussolini il traditore, perché Mussolini è il fondatore del fascismo, un movimento ultranazionalista, che deve tenere l’interesse nazionale sopra tutto”.

Il punto è questo: nel programma del Partito Fascista del 1921, ricorda l’autore, c’era scritto che “il Partito Fascista subordina il suo atteggiamento agli interessi morali e materiali della nazione”. 

Ma nel 1943, l’interesse nazionale era uno solo: salvare l’Italia dalla guerra disastrosa.

“Quale interesse morale e materiale della nazione, il 25 luglio 1943, era più grande di quello di salvare l’Italia, la sua unità e il popolo italiano dalla guerra?”, si chiede l’autore. Mussolini tradisce quel principio per affidarsi al capo dittatore di un’altra nazione”.

Perché studiare questa storia oggi?

“La democrazia è come una bellissima macchina: ogni tanto la devi portare dal meccanico. Costa, va tenuta con cura, richiede pazienza, dice l’autore.

Il rischio, oggi come allora, è pensare che davanti ai problemi serva “l’uomo forte”. Ma la storia del Novecento mostra dove può portare quella scorciatoia.

“Negli anni Venti molti dicevano: forse ci vuole l’uomo forte. È arrivato, e abbiamo visto che è successo”, conclude Bottai.

Ecco perché studiare la Seconda Guerra Mondiale non significa solo memorizzare date per un’interrogazione o per la Maturità. Significa capire come si arriva a una catastrofe, quali segnali vengono ignorati e perché la democrazia, anche quando sembra imperfetta, resta qualcosa da conoscere, difendere e non dare mai per scontata.

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