
L'Italia – e il Sud in particolare – forma donne qualificate, ma non le mette nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita economica, sociale e politica.
È quanto emerge dall'Osservatorio "Rita Levi-Montalcini SVIMEZ – W20", presentato dalla ricercatrice Serenella Caravella: un nuovo strumento di analisi nato per raccogliere dati, elaborare indicatori e produrre raccomandazioni per politiche pubbliche più eque.
Perché la parità di genere non è un tema di nicchia. È una leva strategica per il futuro del Paese. Cioè, per il nostro futuro. E passa per tante strade – politiche, culturali, economiche. Ecco perché, ogni tanto, conviene fermarsi e fare i conti.
Stando infatti al report, a livello globale, il divario di genere è stato colmato solo per il 68,8%. L'anno scorso era al 68,5%: un progresso di appena +0,3% in dodici mesi. A questo ritmo – e non è un'iperbole – ci vorranno 123 anni per arrivare alla parità totale.
L’indagine, presentata al Museo MAXXI di Roma, consiste in uno strumento di analisi e monitoraggio sulle disuguaglianze di genere promosso da SVIMEZ e dal Women 20 Italia, il gruppo sulla parità di genere del G20 costituito da esponenti della società civile.
L'obiettivo è esplicito: riconoscere la parità di genere come leva strategica per lo sviluppo del Paese e per il futuro delle nuove generazioni.
L'articolo in breve…
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Al Sud, più donne stanno fuori dal mercato del lavoro di quante ne siano dentro.
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Nel G20 le donne si laureano più degli uomini (45,5% vs 37,7%) – eppure il mercato del lavoro sembra non essersene accorto. In Italia siamo al 38,5%, al Sud ci fermiamo al 30,9%.
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1 impresa su 6 in Italia è a maggioranza femminile (16,2%) – meglio di quasi tutti i Paesi G20, e non è poco. Il 36,6% di queste imprese è nel Sud.
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In Parlamento le donne sono il 32% – ottavo posto nel G20, non malissimo ma neanche da festeggiare. Nei consigli regionali il divario è assurdo: si va dal 42% in Umbria al 9% in Valle d'Aosta.
Indice:
- Il quadro globale: quasi parità nell'istruzione, quasi nulla nella politica
- Il lavoro: il punto dove tutto si rompe
- Part-time: spesso non è una scelta
- Contratti a termine: flessibilità o trappola?
- Salari e pensioni: una vita intera di divari
- In-work poverty: lavorare e restare povere
- Un segnale positivo: le donne imprenditrici
- Il paradosso dell'istruzione: più qualificate, meno opportunità
- Politica: informarsi meno, contare meno
Il quadro globale: quasi parità nell'istruzione, quasi nulla nella politica
Nel ranking globale, l'Italia è all'85° posto, molto distante dai Paesi leader come Islanda, Regno Unito, Germania e Australia. Tra i Paesi del G20, si colloca all'11° posto.
Il divario non è uniforme. Ci sono aree dove la parità è quasi raggiunta – istruzione e salute superano entrambe il 95% – e aree dove siamo lontanissimi.
La partecipazione economica è ferma al 61%. Ma è dallo scenario politico che arriva il dato più impietoso: appena il 22,9% dei rappresentanti politici è donna. Meno di un quarto.
Nel Parlamento italiano le donne sono il 32% – ottavo posto nel G20, non malissimo ma neanche da festeggiare. Nei consigli regionali il divario è assurdo: si va dal 42% in Umbria al 9% in Valle d'Aosta.
Il lavoro: il punto dove tutto si rompe
Il lavoro è il termometro principale delle disuguaglianze. E in Italia, quel termometro segna febbre alta - con le differenze tra Nord e Sud del Paese che rendono il quadro ancora più grave.
In cinque regioni del Mezzogiorno – Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania – i tassi di inattività femminile superano quelli di occupazione, anche al netto di chi non lavora per motivi di studio. Il divario nei tassi di occupazione tra uomini e donne in queste regioni supera i 25 punti percentuali.
Tra le donne di 25-34 anni, il motivo principale di inattività non è la mancanza di ambizione: sono i motivi familiari. Nel Mezzogiorno questo vale per il 38,4% delle giovani donne inattive; al Centro-Nord sale addirittura al 49,3%. Per gli uomini della stessa fascia d'età? Il 2,5% al Sud, il 4,1% al Centro-Nord.
Part-time: spesso non è una scelta
Le donne lavorano part-time molto più degli uomini. Il problema è che spesso non lo scelgono. In Italia 1 lavoratrice part-time su 2 lavorerebbe a tempo pieno se potesse – il tasso di part-time involontario più alto tra i principali Paesi del G20.
Nel Mezzogiorno, il part-time involontario riguarda il 63,6% delle lavoratrici. Al Centro-Nord il 40,7%. La media UE27 è al 20,9%.
Questo part-time si concentra nei settori con salari più bassi: turismo e ristorazione (45,6%), servizi alle persone (46,2%), servizi alle imprese (37,2%), commercio (38,6%).
Settori storicamente femminilizzati e storicamente sottopagati. Un cerchio che si chiude su se stesso, consolidando modelli in cui i carichi familiari ricadono quasi interamente sulle donne.
Contratti a termine: flessibilità o trappola?
Quasi una donna su cinque ha un contratto a tempo determinato, con incidenze particolarmente elevate in Australia, Corea del Sud, India e nel Mezzogiorno italiano. Il lavoro a termine è spesso discontinuo, part-time, con retribuzioni discontinue.
Il risultato è che le donne vengono segregate nelle fasce reddituali più basse: oltre il 60% dei lavoratori a termine con meno di 10.000 euro annui sono donne. La quota femminile scende progressivamente nelle fasce retributive più alte.
Salari e pensioni: una vita intera di divari
I differenziali retributivi penalizzano le donne in ogni area del Paese e in ogni tipo di contratto. Nei contratti a termine il divario è del -16% al Nord e del -20% al Sud. Nei contratti a tempo indeterminato il gap è stabile al -28%, ovunque.
Le retribuzioni giornaliere mostrano differenze nette: al Centro-Nord gli uomini percepiscono in media 120 euro al giorno, le donne 88 euro. Al Sud e nelle Isole, circa 90 euro gli uomini contro 65 euro le donne.
Il divario si allarga ulteriormente per le qualifiche professionali più basse: -40% per le operaie al Nord, -45% al Sud.
Tutto questo si accumula nel tempo. Secondo il Rendiconto di Genere INPS 2025, l'assegno pensionistico delle donne è inferiore del 44% rispetto a quello degli uomini. Non è un numero astratto: è la somma di anni di part-time involontario, contratti a termine e carriere interrotte per i carichi familiari.
In-work poverty: lavorare e restare povere
Esiste un fenomeno chiamato "in-work poverty": essere a rischio di povertà pur avendo un lavoro, cioè avere un reddito netto annuo inferiore al 60% del valore mediano nazionale. Nel Mezzogiorno, questo riguarda il 22,7% degli occupati uomini e il 13,8% delle occupate donne.
Il dato femminile appare più basso solo perché l'indicatore è calcolato sul reddito familiare, dove spesso è già presente un primo reddito maschile. Si cristallizza così il modello della donna "second earner", su cui poi gravano tutti i carichi di cura.
Un segnale positivo: le donne imprenditrici
Ma non è tutto grigio. Nell'imprenditoria femminile ci sono segnali concreti di dinamismo. In Italia le imprese a maggioranza femminile sono 1.307.116, pari al 22,2% dell'universo imprenditoriale complessivo.
Secondo la World Bank Enterprise Survey, considerando le imprese con più di 5 addetti, la quota scende al 16,2%, ma rimane superiore alla maggior parte dei Paesi G20 (fanno eccezione Indonesia con il 53% e Brasile con il 19%).
Nelle imprese femminili, il 54,8% dei dipendenti sono donne (contro il 38,7% nelle imprese non femminili), e le imprenditrici under 30 rappresentano il 19,6% (17,4% in quelle non femminili).
Nei settori ICT e nelle professioni tecniche, le imprese femminili sono cresciute del +27% dal 2014 al 2024, contro il +19% di quelle non femminili. Il 36,6% delle imprese femminili si trova al Sud, con aumenti rilevanti in Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna e Puglia.
Il paradosso dell'istruzione: più qualificate, meno opportunità
Nei Paesi del G20, il 45,5% delle donne tra i 25 e i 34 anni è laureato, contro il 37,7% degli uomini. Le donne sono mediamente più istruite. In Italia, la quota scende al 38,5% (uomini: 25,5%), e nel Mezzogiorno al 30,9%.
Il capitale umano femminile è più qualificato. Ma questo non si traduce automaticamente in opportunità. Le donne restano sottorappresentate nei settori STEM e ICT, quelli con le migliori prospettive di crescita nei prossimi anni.
Forti stereotipi di genere orientano precocemente le scelte formative. E c'è una beffa ulteriore: l'automazione non è neutrale. I settori a forte presenza femminile subiscono una digitalizzazione più radicale, orientata ad automatizzare le mansioni amministrative e di supporto - cioè esattamente quelle dove le donne sono più concentrate.
Politica: informarsi meno, contare meno
Nel 2024, si informa di politica almeno settimanalmente il 54,1% degli uomini e il 42,5% delle donne. Il divario si allarga nell'informazione quotidiana: 27,6% gli uomini, 19% le donne.
Nel Mezzogiorno, il 37,3% delle donne non si informa mai di politica, contro circa il 25% nel Nord. La condizione lavorativa è determinante: chi ha un lavoro partecipa di più, perché il lavoro genera reti sociali. Chi non lavora si isola. È un effetto domino.
La quota di donne elette nel Parlamento italiano è il 32%, che vale l'8° posto tra i Paesi G20. Meglio fanno Messico e Sudafrica (intorno al 50%), Francia e Germania. Nei consigli regionali, la quota più alta è in Umbria (42%); le più basse in Calabria (14%), Puglia (12%) e Valle d'Aosta (9%).