giulia pastorella

Da una parte la santificazione pietistica del ricercatore “costretto all’esilio”, dall’altra l’accusa velata di tradimento rivolta a chi sceglie di costruirsi un futuro altrove invece di immolarsi sull’altare del precariato italiano. 

In mezzo a queste due narrazioni opposte e ugualmente tossiche, come spesso accade, c’è la realtà, che è tanto brutale quanto poco raccontata: la fotografano numeri impietosi e testimonianze dirette, e ne emerge una frattura strutturale che il Belpaese continua ostinatamente a ignorare.

Studiare o lavorare all’estero è un’opportunità, su questo non ci sono dubbi, ma la questione cambia quando partire smette di essere una scelta e diventa l’unica alternativa possibile. Ed è qui che emerge la domanda più scomoda di tutte: perché tanti giovani italiani, una volta varcato il confine, non hanno alcuna intenzione di tornare? 

Tra stipendi poco competitivi, scarsa meritocrazia e ostacoli burocratici, l’Italia sembra fare di tutto per complicare la vita ai propri talenti, al punto che, stando alle testimonianze raccolte dalla deputata Giulia Pastorella, alcune università arriverebbero a pretendere persino un floppy disk per riconoscere un titolo di studio conseguito oltreconfine.

Di tutto questo si parla nel nuovo appuntamento di #Sapevatelo, il vodcast di approfondimento di Skuola.net condotto dal nostro Daniele Grassucci, dove è proprio la Vice-presidente di Azione e Consigliera comunale a Milano, autrice nel 2021 del saggio profetico “Exit Only: cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga” e da sempre in prima linea sui diritti delle nuove generazioni, a mettere a nudo le falle di un sistema incapace di valorizzare le proprie risorse umane. 

Insieme abbiamo provato a ribaltare il paradigma comune: il dramma italiano non sta nella mobilità in uscita, sacrosanta e fisiologica in un’Europa aperta così com’è stata pensata dai padri fondatori, ma nell’incapacità cronica di attrarre, reinserire e dare valore alle competenze che i giovani maturano lontano da casa.

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Indice

  1. Cervelli in fuga dall'Italia: perché dopo cinque anni il problema è ancora lo stesso
  2. Il tasso di non ritorno: il vero problema della fuga dei cervelli
  3. Le illusioni fiscali: il mito del "rientro dei cervelli" e la trappola del ri-espatrio
  4. Gerontocrazia vs Meritocrazia: la liturgia tossica della "gavetta"
  5. Gli studenti fuori sede e il diritto al voto: la democrazia a metà
  6. Dalla quarta liceo all'università di Oxford: l'esperienza di Giulia Pastorella

Cervelli in fuga dall'Italia: perché dopo cinque anni il problema è ancora lo stesso

Il primo errore risiede nell'etichetta linguistica che utilizziamo quotidianamente: parlare di "fuga" proietta immediatamente un'ombra di colpevolezza o di vittimismo su una scelta che, in un contesto liberale e moderno, dovrebbe rappresentare l'ordinarietà.

"Vedere l’emigrazione qualificata come qualcosa di negativo è profondamente illiberale e limitante. È fantastico che i giovani vogliano esplorare, fare nuove esperienze, imparare lingue e culture diverse. Il mercato unico europeo favorisce proprio questo. Il problema è quando non si va semplicemente via per crescere, ma si fugge da un contesto ostile."

Il tasso di non ritorno: il vero problema della fuga dei cervelli

Siamo abituati a parlare di fuga dei cervelli come se ogni giovane che lascia l'Italia rappresentasse una perdita per il Paese. Ma Pastorella invita a ribaltare questa prospettiva.

Viaggiare, studiare all'estero e confrontarsi con altre culture non dovrebbero essere considerati fenomeni negativi. Al contrario, rappresentano opportunità di crescita personale e professionale.

Il problema nasce quando dietro la partenza non c'è soltanto il desiderio di fare nuove esperienze, ma la necessità di trovare altrove opportunità che in Italia sembrano irraggiungibili: un lavoro adeguato al proprio percorso di studi, uno stipendio dignitoso, maggiori possibilità di carriera o condizioni sociali più favorevoli.

E qui arriva una delle riflessioni centrali dell'intervista. Secondo Pastorella, infatti, l'emergenza italiana non dipende tanto dal numero di persone che partono, quanto da tre criticità strutturali.

La prima riguarda chi, una volta trasferitosi all'estero, non rientra più. La seconda è l'incapacità di attrarre e trattenere talenti stranieri. La terza, infine, è il numero di laureati che fatica a crescere.

E aggiunge: “Quindi l'emergenza cervelli in fuga non è dovuta ai numeri di chi parte, ma a questi tre altri aspetti: chi non torna, chi non arriva tra gli stranieri e il fatto che siamo incapaci di aumentare il nostro numero di laureati”.

Il risultato è un sistema che non soltanto fatica a valorizzare i giovani che forma, ma non riesce nemmeno a diventare sufficientemente attrattivo per chi arriva dall'estero.

E i numeri confermano. Il rapporto Giovani Expat del CNEL evidenzia che tra il 2011 e il 2024 l'Italia ha registrato una perdita netta di 441.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, con un impatto economico stimato in 16 miliardi di euro all'anno.

L'indagine sottolinea come il 93% degli espatriati possieda una laurea e come per ogni giovane qualificato in ingresso si registrino 14,5 partenze verso altri Paesi avanzati. 

Le illusioni fiscali: il mito del "rientro dei cervelli" e la trappola del ri-espatrio

Per anni la politica ha tentato di risolvere una crisi sistemica attraverso singole leve tributarie. Il regime agevolato per docenti, ricercatori e lavoratori impatriati – progressivamente allargato nel corso delle scorse legislature fino a garantire esenzioni fiscali che potevano toccare il 90% dell'imponibile – ha rappresentato una misura tampone che ha mostrato presto i suoi limiti strutturali.

"Molti tornano attirati esclusivamente dagli incentivi fiscali. Ma quegli incentivi hanno una data di scadenza: durano 5 o 10 anni. Nel frattempo, il contesto circostante rimane identico: salari bassi, gerontocrazia, carenza di asili nido, welfare inesistente. Cosa succede quando lo sconto fiscale finisce? La gente rifà le valigie e riparte."

La riflessione tocca un nervo scoperto: una politica di rientro basata solo sul dumping fiscale rischia di essere iniqua verso chi è rimasto a farsi carico della pressione fiscale ordinaria, senza risolvere i motivi primari per cui le persone decidono di andarsene. Quando il beneficio svanisce, i professionisti si ritrovano immersi nelle medesime criticità che li avevano spinti ad emigrare: burocrazia soffocante, ritardi giudiziari, servizi per l'infanzia carenti e percorsi di carriera blindati dall'anzianità di servizio.

Trasferirsi in un altro Paese può offrire nuove opportunità, ma significa anche confrontarsi con sistemi amministrativi differenti. E la situazione può diventare particolarmente complicata per chi studia o lavora in più Stati nel corso della propria vita.

Pastorella ricorda, ad esempio, le difficoltà incontrate nel cercare informazioni sui contributi pensionistici versati durante gli anni trascorsi nel Regno Unito, soprattutto nel periodo della Brexit.

Ma uno dei temi sui quali si concentra maggiormente è quello del riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all'estero.

Secondo la deputata, le procedure amministrative possono trasformarsi in un ostacolo per gli studenti e i ricercatori che vorrebbero rientrare in Italia per proseguire il proprio percorso accademico.

Il problema non riguarda soltanto il riconoscimento del titolo in sé, ma soprattutto la frammentazione delle procedure, i costi e i tempi richiesti.

“Ogni università, pensa all'assurdità, è libera di chiedere qualunque tipo di documentazione, qualunque cifra, qualunque tempistiche”.

E tra le testimonianze raccolte da Pastorella ce ne sarebbero alcune particolarmente sorprendenti. “Alle volte ti chiedono il floppy, e in generale ho raccolto una serie di testimonianze assurde”.

Il riferimento è proprio al floppy disk, un supporto informatico ormai superato che, secondo quanto raccontato dalla deputata, sarebbe stato richiesto in alcune procedure amministrative.

Gerontocrazia vs Meritocrazia: la liturgia tossica della "gavetta"

Il fattore generazionale è l'elefante nella stanza di ogni discussione sul lavoro giovanile in Italia. Nel dibattito con Daniele Grassucci, emerge il ritratto di un assetto culturale in cui il valore di una risorsa non viene misurato sull'output, sull'innovazione o sull'efficienza, bensì sul tempo trascorso ad aspettare passivamente il proprio turno.

"Ricordo una professoressa universitaria che, durante la presentazione del mio libro, mi chiese scandalizzata: 'Ma lei non è d'accordo che questi ragazzi debbano fare la gavetta, portare le borse e aiutare i docenti senza pretendere compensi?'. Risposi di no. 

All'estero a 25 o 30 anni ti affidano budget milionari e la responsabilità di team complessi. In Italia devi aspettare i 60 anni per diventare ordinario, non perché non ci siano le competenze, ma perché il sistema riconosce solo l'anzianità anagrafica."

Questa mentalità genera ritardi a cascata sull'intero ciclo vitale: l'indipendenza economica si sposta verso i 35 anni, l'accesso al credito per la prima casa si complica e l'inverno demografico si aggrava. 

La narrazione mediatica della scoperta scientifica miracolosa compiuta dall'italiano all'estero nasconde la verità ordinaria: fuori dai confini nazionali quel ricercatore ha trovato laboratori finanziati, autonomia decisionale e retribuzioni dignitose, mentre in patria veniva relegato al ruolo di esecutore di fotocopie

Gli studenti fuori sede e il diritto al voto: la democrazia a metà

La marginalizzazione dei giovani non si ferma all'ambito professionale o universitario, ma investe direttamente l'esercizio dei diritti costituzionali fondamentali. L'Italia rimane una delle pochissime democrazie occidentali in cui chi vive, studia o lavora temporaneamente al di fuori della propria provincia di residenza incontra ostacoli giganteschi per esprimere il proprio voto.

"Quella del voto per i fuori sede è uno dei grandi misteri del mio mandato. All'inizio eravamo tutti d'accordo, destra e sinistra insieme: facciamo la legge. Sono passati anni e abbiamo visto solo sperimentazioni frammentate e continui stop tecnici. È incomprensibile come l'intera Europa ci riesca senza intoppi, mentre in Italia si costringono gli studenti a fare decine di ore di viaggio o a farsi nominare rappresentanti di lista pur di votare nel luogo in cui vivono."

Un vuoto normativo che incide direttamente sull'affluenza e sulla partecipazione civica di centinaia di migliaia di giovani, confermando una tendenza di fondo: un Paese strutturato attorno alle abitudini delle generazioni più anziane e stanziali fatica a riconoscere la mobilità delle nuove generazioni.

Dalla quarta liceo all'università di Oxford: l'esperienza di Giulia Pastorella

Nel corso dell'intervista, Pastorella racconta anche il proprio percorso personale, iniziato con una scelta controcorrente: trascorrere la quarta liceo all'estero, nonostante il parere contrario dei suoi insegnanti.

“Perché ho avuto la possibilità contro il volere dei miei insegnanti di liceo che mi avevano detto "Non lo fare assolutamente, non riuscirai mai più a tornare, non riuscirai più a fare la maturità"”.

Un'esperienza che le ha permesso di conoscere da vicino un sistema scolastico diverso da quello italiano e che, successivamente, l'ha aiutata ad affrontare il percorso di ammissione all'Università di Oxford.

La deputata riconosce, però, di aver potuto contare su condizioni familiari favorevoli, dalla possibilità economica di partire alla conoscenza delle lingue da parte dei genitori.

Particolarmente interessante è il racconto dei test d'ingresso all'università inglese, molto diversi, nella sua esperienza, da quelli basati prevalentemente sulla memorizzazione delle nozioni.

Durante il colloquio per letteratura francese, ad esempio, le venne chiesto ripetutamente di spiegare perché un autore avesse scritto un determinato romanzo, spingendola ogni volta a individuare una nuova interpretazione.

“Una maniera di ragionare che ti faceva vedere le cose da angoli diversi, quindi ho tentato l'aspetto, per esempio, storico, poi quello biografico, poi quello filosofico”.

Un esercizio che richiedeva non soltanto preparazione, ma anche flessibilità mentale e capacità di argomentazione. E che, soprattutto, diventava più semplice da affrontare per chi aveva già avuto modo di conoscere il funzionamento di quel sistema.

Il messaggio che emerge dall'intervista è quindi chiaro: non si tratta di impedire ai giovani di partire, né di colpevolizzare chi decide di cercare fortuna altrove. La sfida è creare condizioni capaci di rendere l'Italia un Paese nel quale costruire una carriera, fare ricerca e progettare il proprio futuro rappresenti una scelta concreta.

Perché il problema non è che i giovani italiani vogliano conoscere il mondo, ma che troppo spesso non trovino motivi sufficienti per tornare a casa.

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